Minima moralia

 

 

Una volta ero al caffè San Marco, molti anni fa, a Trieste, con Giorgio Voghera, l’indimenticabile autore di Quaderno d’Israele e di tanti altri indimenticabili libri, forse pure di quel capolavoro che è Il segreto, e gli chiedevo alcune cose su un Midrash talmudico. C’era con noi un altro ebreo triestino molto più giovane, dottissimo ma un po’ aggressivamente sospettoso nei confronti dei gojm troppo interessati all’ebraismo, il quale sbottò: “Ecco, prima ci ammazzano e poi ci studiano!”. Al che il sempre ironico e imperturbabile Voghera replicò: “Ma non sono le stesse persone!”. Ci mettemmo a ridere tutti tre e la cosa finì lì.

Ci può essere peraltro un pizzico di vero, non certo per quel che mi riguarda, nel sospetto di quel mio bizzoso concittadino. Un inconsapevole e sfumato antisemitismo può insinuarsi anche nell’interesse di chi lo studia, un senso non della particolarità di una cultura, diversa da tutte le altre come lo è ognuna, ma la convinzione inconscia di una diversità particolare e irriducibile degli ebrei, inesorabilmente e anche volutamente straniera, desiderosa di vivere in un invisibile e invalicabile ghetto. È anche da questo antisemitismo inconsapevole e incolpevole che nasce o può nascere l’antisemitismo vero e proprio, sino alla violenza più abietta.

 

 

Claudio Magris, prefazione a Galizia di Martin Pollack

 

 

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