Libri

Galizia

di Paola De Benedetti

 

Martin Pollack, scrittore e giornalista austriaco, non ebreo come ci rivela Claudio Magris nella postfazione, propone l’ itinerario di un viaggio immaginario; ci segnala le stazioni in cui scendere, le linee ferroviarie su cui viaggiare, gli alberghi, le locande raccomandabili (e anche quelle meno raccomandabili) i ristoranti, i caffè, i ritrovi, i luoghi di interesse turistico, industriale, culturale, i centri religiosi, le chiese e le sinagoghe. Ci informa sulle varie popolazioni che si possono incontrare, tedeschi, polacchi, ruteni, ebrei, e i montanari dei Carpazi, gli huzuli e i boiko; sui culti professati, sulle lingue maggiormente in uso, tedesco, polacco, yiddish, in eterno conflitto tra di loro.

Questo è il viaggio nello spazio; ma l’autore ci avverte subito che il viaggio si svolge in luoghi, la Galizia e la Bukovina, che hanno risvegliato l’interesse degli occidentali soltanto dopo la loro distruzione, e che quello che ci viene proposto è un viaggio nel tempo e nello spazio (espressione sfruttata, ma non ne trovo una diversa e altrettanto sintetica). Il tempo è quello tra gli ultimi venti anni del XIX e i primi trenta del XX secolo.

I protagonisti sono scomparsi travolti dalle vicende del secolo scorso, che hanno coinvolto tutte le popolazioni del territorio, ma soprattutto gli ebrei: la disgregazione dell’Impero Austro Ungarico con il frazionamento del territorio tra vari stati, i passaggi da uno stato all’altro, l’emigrazione di massa, soprattutto ebraica, lo sterminio nazista, la cancellazione delle lingue e delle culture locale, segnatamente l’yiddish. Pollack attinge esclusivamente a fonti documentali, che testimoniano la ricchezza e la vivacità della cultura galiziana: scritti di Bruno Shultz, Joseph Roth, Paul Celan, Helene Deutsch, Artur Sandauer e tanti altri, articoli apparsi su giornali locali (stupisce il numero di quotidiani che venivano pubblicati, se si tiene conto della presenza di una forte percentuale di sottoproletari analfabeti), non disdegnando articoli di cronaca che sono dei gioiellini di letteratura, e anche inserzioni pubblicitarie.

Le pagine dedicate alla popolazione ebraica di Cernivci e di Leopoli, culla sia dell’illuminismo ebraico sia del chassidismo varrebbero da sole la lettura del libro.

Martin Pollack si ferma prima che si apra l’abisso; fa un’operazione di costruzione della memoria di quello che c’era, e non va oltre, non cerca fosse comuni o lapidi; quando ho letto i capitoli dedicati ai pozzi di petrolio di Boryslav e Drohobyc ho voluto rileggere quello che ne aveva scritto Gad Lerner in Scintille, il libro sulla ricerca delle sue radici, e ho notato una volta di più quanti diversi modi esistano per ricostruire una memoria: partire da ciò che siamo e sappiamo oggi, come fa Lerner nel suo bel libro, o immergersi nel passato attraverso la voce - spenta per sempre - dei contemporanei di allora, come fa Pollack. E qui Pollack lo fa con un registro di empatia che coinvolge il lettore e che trova una ulteriore testimonianza nell’ “archivio privato dell’autore”, la raccolta di immagini che illustrano la copertina e il libro: vecchie cartoline, antiche fotografie di persone, di paesaggi, di città.

La lettura del libro si completa con la bella postfazione-lettera all’autore di Claudio Magris, di cui pubblichiamo l’incipit nella rubrica Minima moralia.

                                                        Paola De Benedetti

 

Martin Pollack, Galizia - Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Keller Editore 2017, trad. Fabio Cremonesi, pp.288, € 18

 

 

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