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Homo Deus
Le riflessioni di Yuval Harari sull’incombente tramonto del pensiero umanistico

 

di Emilio Hirsch

L’ultimo libro di Yuval Harari Homo Deus: breve storia del futuro edito da Bompiani e di cui ho supervisionato la traduzione in italiano è un testo vasto, innovativo e nello stesso tempo urticante e provocatorio. Il leitmotiv dell’analisi di Harari lungo tutto il libro è la fine dell’umanesimo come principio fondante della cultura moderna. Il contesto culturale dell’attuale mondo civilizzato ci ha educato a cercare le risposte a tutte le domande nel nostro intimo, a partire dal concetto cartesiano che il nostro pensare definisce l’esistenza alla nozione che la trascendenza si esprime nell’intimità del pensiero. Tutto questo si basa su una profonda fiducia che l’intelligenza e la coscienza, muovendosi su binari non paralleli ma intimamente connessi, lavorino nell’indicarci il modello del mondo con cui costruire etica, società ed interazione con l’universo che ci circonda. L’umanesimo visto, quindi, come moderna alternativa alla religiosità che rimane pur sempre inquadrabile, nel suo evolversi di costumi e tradizioni, come una creazione della mente umana.

 

Tuttavia il mondo contemporaneo ci sta facendo intravedere che anche questa concezione moderna, evolutasi dal superamento della cultura tribale, è destinata a cambiamenti radicali. Lo sviluppo scientifico e tecnologico sta ponendo le basi a ciò che presto potrebbe sostituire la concezione umanistica che vede uomo e l’umanità come elementi unici e centrali nell’universo, ma anche in questo pianeta, nella quotidiana realtà in cui ci troviamo ogni giorno immersi. L’uomo sta ponendo le basi per il suo superamento in quanto specie. L’ingegneria genetica ha già ora le basi per permettere di affiancare all’Homo sapiens nuove forme derivate, se non addirittura nuove specie di Homo potenziato più resistente alle malattie e più adatto a certi contesti ambientali. Allo stesso tempo, l’informatica e la robotica hanno già raggiunto la capacità di agire in maniera apparentemente intelligente ed indistinguibile da un essere in carne ed ossa. Da tempo possiamo chiedere alla rete di spiegarci un concetto o di tradurci un testo a grandi linee. Presto robot e computer potranno raggiungere obiettivi impensabili solo poco tempo fa. Un capitolo del libro riporta sagacemente l’effetto di un computer, programmato dal musicista e informatico David Cope, a comporre musica come Bach. Il risultato del programma ha incantato una platea umana, alla fine sorpresa ed anche amareggiata dalla scoperta della beffa: il distillato del lavoro di una macchina era stato inteso come una supposta vetta dell’intelligenza.

 

Harari ci pone davanti al fatto che è sempre più chiaro come a dominare la realtà sia l’informazione. Fisici teorici all’avanguardia prospettano che l’universo stesso sia una forma di informazione. L’informazione via via si coniuga poi in tutti i rivoli più prosaici del vivere quotidiano. L’informazione è essa stessa vita che si esplica come un turbinio di azioni determinate dai geni contenuti nel DNA e dalle loro reciproche interazioni. Come le informazioni vengono assimilate ed elaborate diventa quindi il vero sistema per dominare e plasmare la realtà. L’autore ci descrive allora come gli algoritmi, ovvero i meccanismi di processamento delle informazioni in senso lato, siano gli strumenti fondamentali per determinare la vita, ma allo stesso tempo l’intelligenza e potenzialmente la coscienza. Secondo Harari, gli animali, da noi ritenuti inferiori o privi di intelligenza, sono come noi anche loro algoritmi, in grado di comprendere ed interpretare la realtà/informazione quanto noi. Da ciò l’autore riflette sull’indifferenza con cui l’uomo impone violenza alla natura e agli animali suoi simili e ci pone davanti al paradosso di un futuro in cui le sorti dell’Homo sapiens potrebbero rovesciarsi. Gli algoritmi operanti in un cervello elettronico possono agire con apparente intelligenza ma in fondo potrebbero dimostrare la stessa indifferenza verso l’umanità che l’umanità riserva all’ambiente e a tutti i suoi abitanti. Allo stesso tempo, gli esseri post-umani che l’ingegneria genetica inevitabilmente porterà in essere potrebbero rinnegare il nostro umanesimo in base ad una loro alterità intelligente e cosciente.

La descrizione potrebbe risultare semplicisticamente apocalittica, ma il cambiamento lento e strisciante è inesorabile. I dilemmi morali a cui dovrà fare fronte un’automobile che guida da sola non è fantascienza, è qualcosa di imminente. La scelta se modificare il DNA di un bambino malato per poterlo vedere crescere sano e felice è una questione dirompente ma attuale. Il suo conseguente corollario è se sia etico modificare il genoma di figli che non si ammaleranno più di cancro oppure alterare su misura tutte le altre caratteristiche che finora hanno fatto dell’Homo sapiens quello che conosciamo.

In un contesto in cui l’informazione e la sua gestione diventano sempre più determinanti, gli scenari possibili sono ancora più straordinari ma pur sempre possibili. E se da ciò che viene scritto su Facebook si potesse costruire un algoritmo che prevede con incredibile precisione statistica le inclinazioni politiche della società? Dopo tutto l’accesso a tali informazioni viene concesso appena ci iscriviamo a qualche social network. Un programma che interpreti le nostre inclinazioni politiche e voti per noi non esiste ancora. Tuttavia, Harari predice un mondo in cui la stessa democrazia potrebbe essere radicalmente modificata se non addirittura completamente abbandonata. A soppiantare l’umanesimo democratico, si intravede, a dir dell’autore, il “datismo”, una sorta di religione che venera “i dati”, le informazioni e la loro elaborazione portate ad un livello trascendentale.

Viene da pensare, in un contesto del genere, a cosa andrà incontro l’ebraismo. L’ebraicità dell’autore, anche se sapientemente occultata per motivi forse di una pretesa maggiore universalità di messaggio, in ogni caso spesso trasuda abbondantemente, soprattutto all’occhio del lettore più attento. L’ebraismo, secondo Harari, ha la capacità del mutamento. L’autore racconta di quanto la distruzione del Tempio abbia messo in serio pericolo una tradizione in quel momento basata sul ruolo portante dei Kohanim, una “casta sacerdotale” ereditaria, sostanzialmente ignorante e bigotta. L’ebraismo ha saputo reagire con un cambiamento radicale che ha portato a dominare la scena: i Rabbini, non più casta bigotta ma eccellenza nello studio, delocalizzabile e indipendente dalla concreta esistenza del Tempio. A dispetto di altre tradizioni religiose, l’ebraismo sembrerebbe possedere una intrinseca variabilità algoritmica che potrebbe mantenerlo in vita anche ai tempi del “datismo”. Come evolverà l’ebraismo per cogliere questa sfida, Harari non lo affronta. Ci dice però che potrebbe essere una nuova sfida mortale ben più immateriale di persecuzioni e stermini ma, forse, per questo ancora più insidiosa. Un obiettivo che secondo l’autore si darà il datismo è il superamento della morte come orizzonte biologico insuperabile. Se nel futuro (a parer mio non così prossimo), l’Homo sapiens sarà sostituito dall’Homo deus di Harari, a chi si riferirà l’Adam di Bereshit? A chi sarà stata donata la Torah?

Emilio Hirsch

Yuval Noah Harari, Homo deus. Breve storia del futuro traduzione di M. Piani, Bompiani 2017, pp. 672, € 25

 

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