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Distrazioni e contraddizioni

 

di Anna Segre

 

A quanto pare, l’intervista a Guido Vitale pubblicata nello scorso numero di Ha Keillah ha scatenato un bel putiferio. In particolare hanno creato grande scompiglio le affermazioni del direttore delle testate giornalistiche dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sui rabbini, che hanno determinato risposte, repliche, controrepliche, ecc. nelle quali spesso sono stati protagonisti i rabbini stessi, in vivacissime polemiche anche tra loro. Peraltro questa non è una novità nella tradizione ebraica, e dunque finché i nostri rabbini si limitano a polemizzare sui media dell’Ucei e delle Comunità senza neppure far saltellare alberi di carrubo, far scorrere i torrenti all’indietro e far crollare i muri delle scuole (vedi Talmud, Bava Metzia 59 b), direi che non è il caso di preoccuparci; anzi, credo che un dibattito serio tra rabbini sui temi che scottano sia un’ottima cosa, e se Ha Keillah ha avuto qualche ruolo nello scatenare questo dibattito penso che si possa esserne fieri.

Il putiferio sulle questioni di rabbini e dintorni (che si allargano a temi vari, quali l’inclusività delle Comunità, i ghiurim, i rapporti con i gruppi ebraici non ortodossi presenti in Italia, ecc.) è stato tale che sembra quasi che le nostre opinioni su Israele e sul suo futuro abbiano smesso di attirare l’attenzione. Anche le nostre prese di posizione molto ferme contro l’attuale maggioranza di governo e contro il pericoloso vento razzista, sovranista xenofobo e antisemita che spira oggi in Europa (per fortuna le elezioni europee sono andate, fuori dall’Italia, meno peggio del previsto, ma questo non significa certo che i motivi di preoccupazione siano cessati) non paiono interessare né scandalizzare più come una volta.

In quale misura questo spostamento dell’attenzione ha influenzato anche le elezioni che si sono svolte di recente in molte Comunità ebraiche italiane? Difficile dirlo perché ogni Comunità è un discorso a sé. Certo oggi non si usa parlare di destra e sinistra, contrapposizione che sembra essere diventata fuori moda. Eppure le nostre Comunità nei prossimi mesi ed anni si dovranno confrontare sempre di più con istituzioni nazionali e locali guidate da una destra che per la prima volta da decenni non ha alcuna remora nel dichiararsi orgogliosamente tale. È probabile che l’ebraismo italiano (che andrà al voto tra un anno) e le singole Comunità saranno chiamati sempre di più a prendere posizione su temi quali l’accoglienza dei migranti, l’atteggiamento da tenere verso partiti e movimenti sovranisti e neofascisti, l’ostentazione pubblica di simboli religiosi usati come arma identitaria per far sentire i non cattolici fuori posto, ecc. Per il momento non sembrano questi i temi che appassionano di più gli ebrei italiani, ma ho paura che prima o poi saremo costretti ad occuparcene volenti o nolenti. Su questioni come l’antifascismo, la laicità dello stato e l’accoglienza ai profughi l’ebraismo italiano dovrebbe avere, per la sua stessa storia, qualcosa di significativo da dire a tutti.

Dovremo anche fare attenzione perché a volte i segnali inquietanti non si presentano immediatamente come tali. Penso per esempio al caso dell’insegnante di Palermo sospesa 15 giorni perché i suoi allievi in un video per la Giornata della Memoria avevano paragonato le leggi razziali al decreto sicurezza; in quel caso con il pretesto di difendere l’unicità della Shoah dalle banalizzazioni si è cercato di far passare un provvedimento (per fortuna poi revocato) assolutamente sproporzionato rispetto alle abitudini della scuola pubblica italiana e di per sé molto pericoloso per la libertà di insegnamento (ogni didattica si basa inevitabilmente in una certa misura su paragoni impropri, dunque ogni insegnante d’Italia diventa potenzialmente ricattabile). Noi ebrei dovremmo fare veramente moltissima attenzione a non cadere in certe trappole, e non sempre ci riusciamo.

Dopo l’Europa e molte Comunità ebraiche italiane anche Israele sta per tornare alle urne. Anche in quel contesto il tema della pace con i palestinesi sembra appassionare meno di un tempo a fronte di altri problemi che paiono più urgenti (o forse solo più risolvibili?), come il mantenimento di un corretto equilibrio tra poteri dello stato, la riduzione delle diseguaglianze economiche o di altro genere tra i cittadini, la difesa della laicità contro il potere crescente dei partiti religiosi - ricordiamo che l’ultimo governo Netanyahu è caduto appunto sul tema della leva obbligatoria per i charedim (ultraortodossi). In una certa misura questo spostamento dei temi considerati più urgenti può determinare qualche variazione nelle alleanze, e forse in parte questo accade anche nelle nostre Comunità.

Eppure, per quanto siano assai diversi, il tema della pace in Israele e quello che potremmo definire della pace nelle Comunità presentano una curiosa analogia, non tanto nel contenuto quanto nella forma che assumono i discorsi: quando mi capita di discutere su entrambi provo la medesima sensazione di avere a che fare con un meccanismo che si ripete all’infinito senza via d’uscita.

Partiamo da un esempio del tipico discorso su Israele che mi capita di fare da decenni:

-         Senza la soluzione a due stati Israele non può essere contemporaneamente ebraico e democratico.

-         Nooo! Come ti permetti di dire che Israele non è democratico? Gli arabi sono il 20% della popolazione e godono di tutti i diritti civili e politici.

-         Se parli di 20% evidentemente ti riferisci al solo Stato di Israele, senza i territori occupati.

-          Come puoi parlare di territori occupati? La terra di Israele è una sola, non c’è differenza tra Tel Aviv, Gerusalemme e Hevron.

-         La differenza non esiste per me ma per la legge israeliana, dal momento che i palestinesi che vivono in Cisgiordania non hanno diritto di voto. Ritieni che si debba estendere la cittadinanza anche a loro?

-         Nooo! Israele è, e deve rimanere, uno stato ebraico!

-         Allora l’occupazione è solo temporanea.

-         Nooo! Come puoi parlare di occupazione? La Terra d’Israele è una sola! (ecc.)

-         Allora, se l’occupazione divenisse permanente, Israele non si potrebbe più definire uno stato democratico.

-         Nooo! Come ti permetti di dire che Israele non è democratico? (ecc.)

E così via, all’infinito.

 Mi sono accorta recentemente che un simile loop, o meccanismo inceppato, tende a scattare anche quando si discute del futuro dell’ebraismo italiano:

-         Le Comunità ebraiche italiane e l’Ucei, non possono essere contemporaneamente ortodosse e inclusive.

-         Nooo! Come puoi proporre che non siano ortodosse?

-         Se sono strettamente ortodosse non possono essere del tutto inclusive.

-         Nooo! Come puoi dire che non sono inclusive? Le Comunità ortodosse sono la casa di tutti, come è nella tradizione dell’ebraismo italiano.

-         E se ci sono ebrei non osservanti?

-         Le Comunità ebraiche italiane sono aperte a tutti.

-         E chi desidera partecipare alla vita delle Comunità ma non è ebreo per l’alakhà?

-         Può intraprendere un percorso di ghiur (conversione).

-         Dunque per un ghiur non si deve pretendere l’osservanza delle mitzvot.

-         Nooo! Per l’ebraismo ortodosso è impensabile un ghiur senza osservanza.

-         E se c’è una persona che desidera diventare ebrea ma non è disposta ad osservare tutte le mitzvot al 100% perché intende comportarsi come la stragrande maggioranza degli ebrei italiani?

-         Nooo! Chi si converte si deve impegnare a osservare tutte le mitzvot.

-         Quindi ci sono certamente molte persone che, non essendo disposte a raggiungere un grado di osservanza diverso da quello delle persone che frequentano abitualmente, non potranno mai entrare a far parte di Comunità ortodosse. E dunque inevitabilmente nei prossimi anni le Comunità non ortodosse cresceranno e prima o poi sarà necessaria qualche forma di riconoscimento nell’ambito dell’Ucei.

-         Nooo! L’Ucei deve essere solo ortodossa!

E così via al’infinito.

Perché questi discorsi si inceppano? Cosa succede? Provo a dare una mia personale interpretazione.

Nel primo caso in sostanza, il ragionamento si basa su tre affermazioni:

1.   Israele è, e deve rimanere, uno stato ebraico

2.   Israele è, e deve rimanere, uno stato democratico

3.   Israele deve mantenere la sovranità su tutta la Cisgiordania

Anche nel secondo caso, per quanto sia forse più difficile, il ragionamento si può sintetizzare in tre affermazioni:

1.   L’ebraismo italiano è tradizionalmente ortodosso e deve restare tale

2.   Le comunità ebraiche italiane sono formalmente ortodosse ma accolgono al proprio interno anche persone non osservanti (che poi in realtà sono una larga maggioranza). E dunque non c’è alcun bisogno in Italia di Comunità non ortodosse.

3.   Chi si converte all’ebraismo ortodosso deve impegnarsi ad osservare tutte le mitzvot

Il problema è che in entrambe le catene le tre affermazioni prese separatamente sono tutte e tre più facilmente sostenibili del loro opposto. È vero che Israele deve essere uno stato ebraico, è vero che deve essere uno stato democratico e purtroppo è anche vero che nell’attuale contesto geopolitico mediorientale è difficile pensare a un ritiro immediato e unilaterale entro i confini del 1967 (pensiamo soprattutto al Golan!) Allo stesso modo, è vero che l’ebraismo italiano unitariamente ortodosso (almeno formalmente), dati i nostri piccoli numeri, sarebbe assai preferibile da molti punti di vista, è vero che per l’ebraismo ortodosso chi si converte dovrebbe impegnarsi ad osservare tutte le mitzvot, è vero che non si può chiedere a un rabbino ortodosso di convertire automaticamente una persona che non è disposta ad osservare tutte le mitzvot.

Il problema è, appunto, che le tre affermazioni, ciascuna condivisibile di per sé, sono oggettivamente impossibili da rispettare tutte e tre insieme, a meno di non sognare contesti oggi del tutto irrealizzabili, e anche tutt’altro che auspicabili: una Grande Israele senza minoranze, un’Italia senza ebrei non ortodossi e/o non osservanti. E la loro irrealizzabilità non è limitata a quest’epoca: non esiste e non è mai esistito un Paese al mondo in cui siano del tutto assenti minoranze etniche o religiose (e se esistesse sarebbe uno stato integralista e totalitario della peggior specie), così come non esiste (e non mi pare prevedibile che possa esistere per i prossimi secoli) un Paese al mondo in cui gli ebrei siano tutti ortodossi e tutti osservanti.

La caratteristica di questi due meccanismi inceppati è che non vengono riconosciuti come tali, anche da persone intelligenti, che a mio parere per non vedere l’evidenza attuano quello che in 1984 di Orwell viene definito “bispensiero”, cioè si autoconvincono di ciò che stanno dicendo: continuano a sostenere con forza le tre affermazioni della catena e a scandalizzarsi del fatto che una qualunque delle tre possa essere messa in discussione, e non c’è verso di far notare che la catena delle tre insieme è logicamente impossibile. Anzi, quando si tenta di sbrogliare il nodo delle contraddizioni logiche si viene biasimati, e ci viene fatto notare che le nostre posizioni sono assolutamente minoritarie. Ma una contraddizione rimane una contraddizione anche se è sostenuta dalla stragrande maggioranza di coloro che discutono.

E così ci troviamo, su entrambi i fronti, a sostenere posizioni che appaiono deboli, minoritarie, fuori moda, ma che sono le uniche a permettere alla catena logica di reggersi contro persone che ribadiscono trionfalmente i singoli anelli di una catena che non regge.

E intanto intorno a noi le catene che non reggono si moltiplicano sempre di più: i migranti, le tasse, l’Europa brutta e cattiva, ecc. E, a differenza di quelle elencate in precedenza, anche i singoli anelli presi ciascuno per sé diventano sempre più preoccupanti.

Anna Segre

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