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Milano, vince la comunità di tutti

 

di Giorgio Berruto

 

 

Il dilemma è più o meno sempre lo stesso. La comunità ebraica è di tutti - davvero e non sono nella forma - oppure è soltanto delle persone che partecipano costantemente alle attività liturgiche, culturali e sociali?

Prima di cominciare è però doveroso fare un passo indietro: parlerò delle recenti elezioni comunitarie a Milano, che ho seguito da vicino nei mesi scorsi, ma lo farò da non iscritto a quella comunità. Invoco quindi la clemenza dei giudizi su quanto segue, chiedendo di tenere conto della premessa.

Nelle elezioni che si sono svolte il 19 maggio scorso si sono fronteggiate due liste, Milano ebraica, con candidato presidente Milo Hasbani, e Wellcommunity, guidata da Raffaele Besso. Hasbani e Besso venivano da un’esperienza di copresidenza nel corso del passato quadriennio, poiché nel 2015 le due liste principali, che avevano ottenuto un identico numero di consiglieri eletti, non avevano trovato soluzioni alternative a una coalizione bifronte fin dal vertice. Per evitare che si ripresentasse una situazione analoga anche a questa tornata, gli ebrei milanesi sono andati alle urne con una legge elettorale modificata, in grado di garantire la maggioranza in consiglio alla parte che avrebbe raccolto più consensi. Questo ha favorito il raggruppamento dei candidati nei due gruppi principali, che si sono sfidati all’insegna dello slogan winner takes all, il vincitore prende tutto. Nonostante le regole prevedessero l’impossibilità di un nuovo pareggio, è stata data agli elettori la possibilità di scegliere i candidati reputati più adeguati attraverso il voto disgiunto, che ha permesso di dare la preferenza nella medesima scheda a esponenti di liste diverse.

Le elezioni sono state vinte da Milano ebraica, premiata da 11.553 preferenze, mentre Wellcommunity ne ha totalizzate 10.753. Il nuovo consiglio, composto da dieci eletti del primo gruppo e nove del secondo, nel primo incontro ha eletto presidente Milo Hasbani e la giunta monocolore espressione della maggioranza, mentre le commissioni sono aperte a tutti coloro che vogliono dedicare tempo, energie e competenze collaborando alla gestione della comunità.

La vittoria è stata forse più netta di quanto certifichino i numeri per Milano ebraica, che in campagna elettorale si è proposta esplicitamente come la comunità di tutti, cioè non solo delle mille o millecinquecento persone al massimo pienamente inserite nelle dinamiche e negli spazi comunitari. Cercherò di spiegare brevemente questa affermazione. Il dato probabilmente più significativo e decisivo della tornata elettorale è quello che riguarda la partecipazione. Alle elezioni comunitarie del 2015 aveva votato il 37,8% degli aventi diritto (1735 votanti), in quelle del 2012 appena il 33,70% (1748 votanti); nel 2019 ha invece votato il 49,50% (1920 votanti). Milano ebraica è riuscita a catalizzare l’interesse, il consenso e in alcuni casi l’entusiasmo di persone che nelle precedenti chiamate alle urne non avevano espresso preferenze. È interessante, inoltre, guardare alla divisione dei voti nei diversi seggi. Quelli nella zona della scuola, della casa di riposo e degli uffici comunitari (due in via S. Mayer, uno in via Arzaga) hanno visto una partecipazione non molto superiore rispetto ai seggi centrali (via Guastalla e via Eupili). Nei primi Wellcommunity ha vinto due volte di misura e in un caso molto nettamente, arrivando nel complesso a superare Milano ebraica di 1600 voti. Nei seggi più vicini al centro cittadino, in passato spesso caratterizzati da una minore partecipazione al voto, Milano ebraica ha invece stravinto, totalizzando il doppio dei consensi del rivale in via Eupili (2026 contro 1028) e l’80% in più in via Guastalla (3357 contro 1943). In linea di massima nella zona in cui Wellcommunity ha ottenuto la maggioranza vive una percentuale maggiore di ebrei di origine diversa da quella italiana, per esempio persiana o libanese, è concentrata la maggior parte dei servizi di ristorazione kasher presenti in città e ci sono più sinagoghe, cosa che fa pensare a un livello di osservanza e partecipazione al culto superiore alla media e con ogni probabilità idee tendenzialmente più conservatrici sull’ebraismo, la politica nazionale e il rapporto con Israele. Viceversa, Milano ebraica ha catalizzato un’ampia maggioranza in quartieri defilati, anche geograficamente, rispetto all’attuale cuore della vita comunitaria, ottenendo spesso la preferenza di chi ha una visione più aperta della società e anche dell’ebraismo, una visione che, nel rispetto delle regole, si sforza di non escludere bensì di coinvolgere e accogliere la pluralità. Uno dei compiti che attendono il nuovo consiglio è evidentemente di ridurre il più possibile le fratture interne al corpo comunitario, dimostrando come si possa essere allo stesso tempo rigorosi e accoglienti.

La capacità di Milano ebraica di rivolgersi alle migliaia di ebrei milanesi che sentono una disaffezione crescente nei confronti della propria comunità, come comprova il rapido calo di iscritti negli ultimi anni, è stata decisiva. Naturalmente solo una piccola parte dei delusi, dei disaffezionati, dei disinteressati e degli allontanati è stata raggiunta e forse una parte ancora più piccola ha partecipato al voto, eppure per l’affermazione elettorale è stato sufficiente. Quello che Milano ebraica nei prossimi quattro anni può e deve fare è cercare di progredire sulla strada intrapresa, coinvolgendo le migliaia di concittadini ebrei che percepiscono la comunità non come uno spazio di cui appropriarsi in esclusiva, ma come un bene e un’opportunità da condividere, una comunità di tutti.

Giorgio Berruto

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