Italia e altro

 

 

 

Sintomi antisemiti da parte ebraica
nella campagna contro Soros

 

Stefano Levi Della Torre

 

 

Un articolo di Hannes Grassegger per “Das Magazin” (“Internazionale”, 15/21 marzo 2019), attribuisce a due ebrei americani di destra, Arthur Finkelstein e George Birnbaum, l’ideazione della campagna contro Soros. Questa versione è contestabile: la campagna era partita prima dell’intervento di costoro. Ma, a causa di questo errore, l’articolo del “Magazin” può lasciar trasparire (penso senza intenzione) che la campagna contro Soros sia ispirata da ebrei, e che dunque, in questo caso, l’antisemitismo sia un cortocircuito interno agli ebrei (Hitler con presunte ascendenze ebraiche; la campagna contro il miliardario ebreo Soros promossa da due ebrei della destra americana)

Se l’onnipotenza ebraica è un carattere dell’immaginario antisemita, il fatto che tanto la lotta contro l’antisemitismo quanto l’antisemitismo stesso siano questioni controllate dagli ebrei rientra nella categoria dell’onnipotenza ebraica, a conferma dell’immaginario antisemita. Non accuserei di questa intenzione l’articolo su “Internazionale”, ma l’errore nei tempi apre una prospettiva in questa direzione.

D’altra parte Finkelstein e Birnbaum sono esponenti della destra americana, coinvolti nell’appoggio di Trump e Bannon ai sovranismi per contrastare l’UE ed è attendibile che Finkelstein e il suo accolito Birnbaum abbiano colto la campagna contro Soros, già iniziata da Orbàn e da altri, come un efficace espediente elettorale e in quanto tale da confermare. Ora, Soros ha fatto le sue fortune come speculatore finanziario, ma gli speculatori finanziari sono molti, e puntare tra essi su un ebreo è significativo: una dose di antisemitismo è utile al “sovranismo” in generale, e a quello ungherese in particolare, perché si richiama a una tradizione nazionale e la riattiva in senso nazionalistico. E d’altra parte gli immigrati intesi come nemici sono un soggetto troppo debole per dare lustro all’“eroismo” xenofobo e nazionalistico che ad essi si oppone; meglio far risalire il fenomeno a un soggetto potente e a un suo complotto “mondialista” e perciò antinazionale. Niente di meglio dunque di una campagna contro un miliardario ebreo come sponsor e finanziatore dell’“invasione” di immigrati, tanto più se l’immigrazione è del tutto trascurabile in Ungheria. Finkelstein e il suo accolito Birnbaum non avrebbero avviato ma piuttosto avallato la campagna antisemita contro Soros secondo la logica del problem solving e del buisness is business, per appoggiare, appunto per conto di Bannon e Trump, la strategia di promozione dei sovranismi di destra in Europa. Alla quale strategia una campagna antisemita e anti-mondialista fa gioco.

Nel luglio del 2017 Bibi Netanyahu incontrò Orban a Budapest <https://tinyurl.com/yyfzrgqz> quando la città era piena di manifesti della campagna contro Soros, con lo slogan “Non dare a Soros l’ultima risata”.

Il presidente della Federazione delle Comunità Ebraiche Ungheresi, Andras Heisler, aveva dichiarato all'Associated Press di aver chiesto di recente al governo israeliano di spiegare perché Israele avesse cambiato la sua posizione circa la propaganda del governo Orban contro George Soros. L'8 luglio l'ambasciatore di Israele in Ungheria aveva chiesto che cessasse la propaganda anti-Soros, ma il giorno dopo il ministero degli Esteri israeliano aveva emesso un "chiarimento", che mentre deplorava "qualsiasi espressione di antisemitismo", non intendeva "delegittimare" le critiche a Soros (uno scampato alla deportazione degli ebrei da Budapest), accusandolo di criticare sistematicamente i governi di Israele, di sostenere gruppi che il governo di Israele considera ostili nei propri confronti e di favorire punti di vista palestinesi.

Sempre all’Associated Press, il presidente della Federazione delle Comunità Ebraiche Ungheresi, Heisler, aveva dichiarato: "Il chiarimento del ministero degli Esteri israeliano [...] in parte ci ha sorpreso e in parte ci ha estremamente delusi. La comunità ebraica ungherese ha sentito di essere stata lasciata nelle peste.". Heisler ha sì ricordato il sostegno del governo Orban alla comunità ebraica ungherese nei progetti di ristrutturazione delle sinagoghe e il sostegno politico di Israele nei forum internazionali; "d'altra parte - ha detto Heisler - in termini di politica della memoria e di prospettive storiche, a volte abbiamo gravi conflitti con il governo ungherese". Orban aveva infatti inaugurato nel 2014 un monumento all’invasione nazista del 1944 e si dichiara nostalgico di Horty, il cui regime, alleato con Hitler, fu corresponsabile della deportazione e sterminio di più di mezzo milione di ebrei ungheresi.

Questo episodio mette in luce un fenomeno nuovo: il conflitto nascente tra gli allarmi e la memoria ebraica in diaspora e la ragion di Stato della destra nazionalistica israeliana, disposta ad allearsi, per affinità politiche e ideologiche, con forze aperte ad influenze antisemite.

La lotta contro l’antisemitismo si complica quando la polemica contro il mondialismo (tradizionale argomento polemico contro gli ebrei) viene agitata da parte ebraica, o da “amici di Israele”. È una polemica ispirata direttamente dal sovranismo e dalla destra e ora anche dal governo di Israele, portati per affinità ideologica e politica a simpatizzare con i nazionalismi. I quali, se la storia insegna qualcosa come infatti insegna, sono sempre stati un pericolo grave per gli ebrei. Dunque, per vocazione ideologica e per strategia Netanyahu appoggia la campagna contro Soros, alla ricerca di alleanze contro un’Europa ritenuta troppo critica, o poco prona, nei confronti della politica di Israele. Contro un’Europa che la retorica nazionalistica ebraica dichiara irrimediabilmente antisemita (così nei testi di Fiamma Nierenstein, di Daborah Fait, di Ugo Volli e “Informazione corretta”), tanto da risultare opportuno allearsi con gli antisemiti e i fascistoidi che criticano l’Europa da destra. Con buona pace della famosa e immarcescibile “memoria ebraica”. Ciò lascia trasparire l’evoluzione di un fenomeno per cui Israele, in quanto Stato-guida, prevale, come riferimento di identità, sull’ebraismo stesso e sulla condizione e memoria ebraica, fino a smentirli e a metterli in pericolo. Analogamente a come la fedeltà al nazionalismo imperiale dell’Urss prevalse e sostituì la fedeltà al comunismo e ai suoi ideali di emancipazione e liberazione, e ciò anche quando Stalin si alleò, per un suo cinismo strategico, con Hitler (che ovunque aggrediva i democratici e la sinistra), subito prima di esserne aggredito.

Pure, questa sostituzione di Israele all’identità ebraica, è una deriva di un seme già presente nella critica del sionismo storico nei confronti delle diaspore, imputate di esporsi in quanto tali all’accusa antisemita e alla propria rovina. In risvolto, ciò comportava un certo credito concesso agli antisemiti e alle loro accuse. Così ora ci sono ebrei che in nome del nazionalismo della destra israeliana, accreditano l’accusa di cosmopolitismo, di “complotto mondialista”, di potere finanziario ebraico in danno dei popoli e delle nazioni. Tutte accuse della più classica tradizione antisemita. E in questo spirito si muove l’appassionata partecipazione della destra ebraica alla campagna contro Soros.

La campagna contro Soros, coi suoi connotati antisemiti, è fatta propria anche dal presidente dell’Alleanza per Israele, Alessandro Bertoldi. A margine del convegno di Trento sull’economia del 2018 Bertoldi ha dichiarato: “Trovo grave che, dopo non aver detto né fatto nulla contro il fiorente antisemitismo in Trentino promotore di pesanti attacchi a Israele e il Giro d’Italia, le istituzioni trentine attraverso il Festival dell’economia di Trento, evento pubblico finanziato con soldi pubblici, ospitino lo speculatore internazionale George Soros. Questo personaggio privo di alcun ruolo istituzionale, nonché di scrupoli e moralità, già bandito da Austria e Ungheria (suo Paese di origine) verrà accolto in pompa magna a un evento importante come il Festival dell’economia di Trento. Mi chiedo cosa abbia da dire, ma soprattutto cosa ci sia da imparare da un personaggio come questo la cui unica attività è sempre stata quella di speculare su immigrazione, destabilizzazione dei governi nazionali e sull’indebolimento dello Stato d’Israele”. Anche il segretario della Lega del Trentino, Mirko Bisesti, si aggrega alla protesta di Italia- Israele. «È oltraggioso che ad un festival dedicato alla robotica e alla tecnologia venga invitato come ospite d’onore Soros, capo e il simbolo dell’élite mondialista. (L’Adige”, 2/6/18; <https://tinyurl.com/y2x6q76a>).

Quale sicurezza per gli ebrei della diaspora, se il governo israeliano e la destra ebraica o filo-ebraica accreditano per loro ragioni politiche e affinità ideologiche campagne che riattivano stereotipi antisemiti?

Nel salutare l’elezione di Bolsonaro a capo del Brasile, Netanyahu ha dato enfasi alla loro reciproca convergenza dichiarando “noi stiamo cambiando la storia”. Pure Bolsonaro aveva appena dichiarato la sua intenzione di resuscitare la dittatura che aveva oppresso il Brasile tra il 1964 e il 1985, e che dunque l’opposizione democratica e di sinistra avrebbe avuto solo due vie, l’emigrazione o la prigione. In un discorso ai pastori evangelici (al pari di quelli in USA, filoisraeliani ma per ragioni teologiche antisemite[1]) aveva dichiarato a fine marzo che la Shoà “poteva essere perdonata ma non dimenticata”, e in seguito “di non aver alcun dubbio che il nazismo è di sinistra”. Ne conseguiva che le sue credenziali antinaziste consistevano nel suo programma di persecuzione della sinistra, nonché delle popolazioni indigene, dei diritti e dignità delle donne e degli omosessuali. E tuttavia Netanyahu era a lui grato per le sue intenzioni di allinearsi con Trump, e di spostare a Gerusalemme la sua ambasciata.

Pure il presidente di Israele Reuven Rivlin ha sentito la necessità di affermare: “Noi ci opporremo sempre a coloro che negano la verità o auspicano di cancellare la nostra memoria, che si tratti di individui, di gruppi, di capi di partito o di primi ministri. Il popolo ebraico combatterà sempre l’antisemitismo e la xenofobia. I dirigenti politici devono progettare il futuro.” 

Mentre il presidente di Israele Rivlin e la dirigenza del memoriale della Shoà Yad vaShem insorgevano con nettezza contro l’idea della “Shoà perdonabile”, Netanyahu accompagnava l’amico Bolsonaro al Muro Occidentale. Nel libro dello Yad vaShem, Bolsonaro ha poi lasciato scritto all’inizio di aprile: “Coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a non avere un futuro”, ma il suo passato è la feroce dittatura fascista brasiliana, che Bolsonaro ricorda benissimo e a cui si prepara appunto a dare un futuro.

 Stefano Levi Della Torre


[1] Si tratta di una teologia che auspica un ritorno degli ebrei in Eretz Israel come preparazione alla loro conversione al cristianesimo per la redenzione del mondo. Non è difficile immaginare che cosa presupponga questo auspicio se gli ebrei continuassero a deluderlo.

 

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