Italia e altro

 

 

 

Sciabàd

 

di Alessandro Treves

 

 

Mi sono accoccolato un po’ storto su una seggiola della libreria di Trieste dove Chiara Milanesi, che non conosco, presenta il suo libro Viaggio in Terra Compromessa. Sono dietro ad un’altra persona, dovendo ancora decidere se andare a presentarmi all’autrice; a seconda di cosa dirà. Nascondersi non è facilissimo, perché ci sono pochi ascoltatori, quella quindicina che ci si aspetta di trovare quando il tema è questo conflitto troppo complicato, di cui ormai si è perso il filo. E a cui ci si è assuefatti. Scruto il pubblico per vedere se c’è appunto qualcuno dei personaggi che in città si vedono a questo genere di cose, ma non ne riconosco nessuno.

Ascolto con attenzione. Chiara Milanesi racconta di lunghi soggiorni in Israele/Palestina. Dice di sapere l’ebraico. Ha passato del tempo anche con i coloni nei Territori, per meglio capire il loro punto di vista. Parla con molto equilibrio, dicendo le cose che avrei potuto dire anche io. La sua bilancia, per così dire, è praticamente identica alla mia. E forse è questo che mi dà un po’ fastidio. Si prende lei, che è un’esterna, il mio ruolo di osservatore privilegiato, dall’identità plurima. Ma è davvero un’esterna? In che senso? Non ne ho idea.

Quando un ascoltatore, quello sì un probabile filopal, le chiede delle violenze dei coloni nei confronti degli agricoltori palestinesi, lei risponde con molta prudenza. Non cita il video venuto fuori pochi giorni fa, in cui si vedono i coloni appiccare il fuoco. Beh, il tacerne non è in sé dimostrazione di grande acume. A inibirsi per eccesso di cautela son buoni tutti. Io invece quel principio d’incendio l’avrei forse collegato all’incendio del Narodni Dom, a Trieste, il 13 luglio 1920, ad opera dei fascisti. L’8 luglio James Joyce, lasciata definitivamente Trieste, era arrivato a Parigi. Pochi giorni dopo veniva liquidato anche il simbolo concreto, modernissimo e funzionale, del multiculturalismo della città. Distruggere col fuoco il centro culturale sloveno fu il “capolavoro del fascismo triestino” secondo Benito Mussolini, il “vero battesimo dello squadrismo organizzato” secondo Renzo de Felice, e lo scenario maestoso di quel rogo diventa poi, secondo la storica Anna Maria Vinci, “uno dei più importanti miti d'origine della nuova Italia di confine”. Trieste entra nella notte nera del fascismo, da cui forse, quasi cent’anni, dopo non è ancora uscita.

L’edificio, che ospitava la Casa della Cultura, oltre all’Hotel Balkan, a una banca, a un teatro e ad un caffè, era stato eretto all’inizio del secolo su disegno dell’architetto Max Fabiani, egli stesso una delle figure di spicco di queste terre di confine. Nato nel 1865 a Kobdilj, vicino a San Daniele del Carso nell’attuale Slovenia, dodicesimo fra i 14 figli di un proprietario terriero friulano e di una nobildonna austriaca, crebbe perfettamente trilingue. Dopo aver fatto le elementari a San Daniele ed il liceo a Lubiana, si laureò in architettura al Politecnico di Vienna. Girate in lungo ed in largo l’Europa e l’Asia Minore, quando si mise a fare l’architetto dimostrò subito grande sensibilità per le diverse culture, ovvero per il genius loci come diceva lui, progettando opere importanti a Trieste come a Vienna come a Lubiana, di cui redasse anche il piano regolatore. Non sorprende quindi che trasferitosi subito dopo la prima guerra mondiale a Gorizia, appena passata all’Italia come Trieste, e concorrendo alla redazione del suo piano regolatore, avessero messo in giro voci che fosse un austriacante, con simpatie anche per gli odiati sloveni. Quello che sorprende è che proprio lui, neanche un anno dopo l’incendio del Narodni Dom, abbia preso la tessera del Fascio. Lavorando col regime a pieno ritmo, perfino erigendo nella “sua” San Daniele la Casa del Fascio, nel 1938. E questo mentre suo figlio veniva arrestato per attività antifasciste.

Cosa può aver mosso Max Fabiani? È difficile pensare a qualsiasi possibile attrazione per i fascisti locali, grevi e violenti. Forse una repulsione da un altro lato? Sciabàd - una sonorità familiare mi distoglie dai pensieri su Max Fabiani; ma cos’è, un marinaio delle Mille e Una Notte? Non ero alla presentazione di un libro sulla Palestina? Sciaredìm - ah, ma allora ho capito la sciarada! L’autrice del libro intendeva dire Chabad, charedim. Allora la conoscenza dell’ebraico era basata sulla traslitterazione in caratteri latini! Allora è tutta una montatura, a copertura di un libercolo di propaganda anti-israeliana. Mi alzo e mi allontano, come sollevato, rimanendo però a vagare per la libreria, e tendendo l’orecchio se per caso mi capita di sentire un’altra perla di quel genere.

Non ne sento. L’autrice risponde pacatamente e con competenza alle domande del misero pubblico. Dice tutto ciò che avrei desiderato che dicesse. Evidentemente si è trattato di lapsus linguae, di fonemi sfuggiteli in un istante di disattenzione. Ma ormai me ne sono andato. Mi imbarazza tornare e andare a presentarmi. E poi, mi arrovello, cosa sarà che ha mosso Max Fabiani? Può darsi davvero che sia stata anche allora una parola? Forse due? Provo a pensare come possono aver storpiato l’italico idioma degli sloveni, arrivando a immaginarne alcuni che gridano, in fuga dalle fiamme. Non mi viene in mente nulla.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Trieste, 13 luglio 1920, incendio del NARODNI DOM, la Casa del Popolo

 

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