Storie di ebrei torinesi

 

 

 

La bibliofila della porta accanto
Intervista a Daniela Passigli, nuova direttrice della Biblioteca Emanuele Artom di Torino

 

Ha lasciato la bici lungo il passaggio agli uffici della Comunità. Si è tolta il casco, ha riassettato i riccioli esagerati e siamo entrati nell’aula dell’ulpan.

Non so quasi nulla di te, le dico, mentre ci sediamo. Per farti conoscere, raccontami di qualche posto meraviglioso che ti ha incantato.

I suoi occhi da furetto mi guardano interrogativi.

Posto meraviglioso? Ci pensa un poco. Beh, Tel Aviv. Mi è piaciuta moltissimo: la vivacità, la gioventù, il mare, la voglia di fare tante cose. Mi piacerebbe essere più giovane e andare a vivere lì. Io sono affascinata dall’architettura stile Bauhaus. Molte case sono state restaurate e sono meravigliose. Sono stata a Tel Aviv parecchie volte negli ultimi anni, per andare a trovare mia figlia che viveva lì.

Quanti figli hai?

Ho due figlie: una, la più giovane, attualmente vive a Milano e si occupa di pubblicità. L’altra sta un po’ a Milano e un po’ a Torino, e si occupa di risorse del personale.

Un altro posto meraviglioso, paradisiaco?

Mi piace la montagna, ho una casa a Cogne. Amo camminare, a volte stare da sola, nel silenzio, anche se preferisco la compagnia. A Cogne d’estate c’è un gruppo di ebrei torinesi, che frequento volentieri.

Adesso dimmi cosa ti piace fare.

Sono bibliotecaria, e mi piacciono i libri e i documenti. Non ho mai lavorato come dipendente, ma come free-lance. Sono laureata in filosofia, ho lavorato negli archivi storici di Fiat, Italcable e Stet, occupandomi di organizzare i vari fondi archivistici. Ho seguito dei corsi di formazione per bibliotecari organizzati dalla Regione Piemonte concernenti la catalogazione dei libri antichi e moderni, quindi ho collaborato con varie associazioni e fondazioni torinesi come la Amendola, la biblioteca dell’Accademia Albertina e l’Archivio Terracini, la Fondazione Vera Nocentini e l’ISMEL del Polo del ‘900. Nel frattempo da vent’anni lavoro alla Biblioteca della Comunità Ebraica di Torino; nei primi anni ero remunerata grazie ad un finanziamento della Regione Piemonte, poi ho proseguito come volontaria.

Il mio ruolo nella Biblioteca Artom è sempre stato quello di catalogare i libri e di inserirli in un catalogo on-line. La Biblioteca Emanuele Artom di Torino infatti dal 2000 fa parte dell’SBN.

Cos’è l’SBN?

È il Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN); è la rete delle biblioteche italiane promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con la cooperazione delle Regioni e dell'Università coordinata dall'Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). Oggi la rete del SBN è costituita da biblioteche statali, di enti locali, universitarie, scolastiche, di accademie ed istituzioni pubbliche e private operanti in diversi settori disciplinari.

In questo modo l’utente di una singola biblioteca può conoscere tutto il patrimonio della biblioteca consultando il catalogo on-line anche da casa attraverso il sistema OPAC (On line Public Access Catalog). Capita spesso che arrivino in biblioteca degli utenti con già la collocazione del libro che ricercano facilitando e velocizzando il recupero del libro.

Mi piace molto catalogare e in certi casi diventa per me anche gioco, per esempio mi incuriosisce notare che alcuni volumi li abbiamo solo noi e le altre biblioteche ebraiche italiane.

Il patrimonio della biblioteca che è inserita in un catalogo (quello del Polo Piemontese) è poi registrato in quello nazionale e ulteriormente in un meta-catalogo dove sono immessi i patrimoni librari di tutto il mondo, per cui la descrizione del singolo libro che inserisco può essere visibile dall’altra parte del globo. Ciò è molto emozionante e utile.

Ci capita di avere richieste di prestito interbibliotecario, che cioè biblioteche di altre città ci chiedano dei libri per i loro utenti, libri che noi mandiamo per posta.

In tutti questi anni ho partecipato a vari corsi ed aggiornamenti organizzati dalla Regione Piemonte e dall’AIB (Associazione italiana biblioteche) anche perché le regole, anche grazie alle innovazioni tecnologiche, si evolvono. La biblioteca fa parte del CoBiS, Coordinamento delle Biblioteche Speciali e Specialistiche dell’Area Metropolitana Torinese che è stato costituito il 18 giugno 2008 per creare una rete territoriale condivisa; per sopperire in un certo senso a quella contraddizione che era per esempio per me bibliotecaria sola che non sapeva con chi confrontarsi malgrado inserisse dati condivisi da tutti. Le biblioteche aderenti oggi sono 66, appartenenti a istituti, accademie, centri, musei e si riuniscono ogni 2 o 3 mesi per discutere di problematiche e progetti vari.

All’interno del CoBiS si sono formati vari gruppi di lavoro; io mi sono inserita nel Gruppo del Soggettario (termine tecnico per norme di classificazione), anche se il nostro soggettario non coincide con quello delle altre biblioteche. La maggior parte delle biblioteche segue il Thesaurus della Biblioteca Nazionale di Firenze che negli ultimi anni ha subito degli interventi massicci di aggiornamento, per esempio non si usa più il temine “fanciullo” valido fino a pochi anni fa ma “bambino”. Trovo utile partecipare lo stesso, perché mi serve per tendere a formare le “stringhe” dei soggetti come le creano loro, in modo da non discordare tanto da loro; mi è anche capitato di proporre dei termini nuovi e che venissero poi accettati.

Da un paio di mesi sei diventata la direttrice della biblioteca della nostra Comunità. Quale sarà il tuo ruolo?

Sicuramente continuerò nel mio ruolo di catalogatrice perché è necessario, ma in più cercherò di risolvere alcuni problemi, continuando la collaborazione con Lea Fubini che è stata la valida direttrice per trent’anni e che sarà il mio referente al Consiglio della Comunità. Il problema più grande della biblioteca in questo momento è quello dello spazio: stiamo esaurendo tutti i posti disponibili e ci servono con urgenza nuovi armadi. A causa di questo ed anche a causa della specializzazione di testi che deve avere una biblioteca ebraica, cercherò di fare una politica acquisti il più possibile mirata. Grazie alle fidate Simonetta Luzzati e Francesca Lolli la biblioteca può sempre essere aperta nei giorni stabiliti, e si sta valutando con Lea come riuscire ad aumentare le ore di apertura al pubblico.

Mi capita di parlare con persone che stupite scoprono solo dopo le mie parole che esiste una biblioteca ebraica a Torino, per cui vorrei rendere la biblioteca più visibile. Essa è inserita in un contesto comunitario dove può cooperare con tutti gli altri enti ed è per questo motivo che sono stata inserita nella Commissione cultura della Comunità e stiamo già organizzando eventi per il prossimo anno; la biblioteca possiede un fondo di testi per bambini e ragazzi e contatterò le insegnanti e il personale addetto delle scuole Colonna e Finzi e Artom ed anche i ragazzi iscritti alla Comunità, per proporre laboratori di lettura nella nostra sede, in modo che i ragazzi inizino ad avvicinarsi ad una struttura cosi importante per il loro futuro. Anche di ciò si è già parlato in Commissione cultura.

Inoltre la biblioteca, come accennavo prima, è inserita nell’ambito delle biblioteche torinesi e percepisco, parlando con vari colleghi, il desiderio e la volontà di collaborare a varie iniziative che spero si concretizzino presto.

Penso inoltre che la cultura ebraica non si esaurisca nella letteratura, nei testi che trattano di religione e di Shoah (temi imprescindibili), ma che comprenda l’arte, la musica, la fotografia, la danza, il cinema, il teatro.

Sono appassionata di cinema ma anche di fotografia e di arte e vorrei riuscire a presentare in biblioteca dei lavori che mettano in connessione le varie espressioni della cultura ebraica.

Qual è stata l’esperienza che ti è piaciuta di più nel corso del tuo curriculum professionale?

La biblioteca dell’Accademia Albertina di Torino era stata ordinata secondo un criterio originale, inventato dalla sua direttrice, che consentiva di individuare la posizione di un libro senza ricorrere a sistemi meccanici o informatici. Nel 2005 quella biblioteca è entrata nel Sistema Bibliotecario Nazionale, e il mio lavoro è stato inserire quel sistema di catalogazione originale, senza stravolgerlo, nel sistema nazionale. In generale quando entro in una biblioteca o in un archivio per un nuovo lavoro, mi interessano molto la novità dei temi trattati e lo studio del metodo di aggregazione attraverso la collocazione. Attualmente alla Fondazione Vera Nocentini all’interno del Polo del ‘900 mi occupo del fondo di Carlo Carlevaris, un prete operaio che viveva nel quartiere San Salvario di Torino (quello della nostra Comunità) e che celebrava la messa nel suo appartamento. Questa figura mi incuriosisce e affascina molto.

Cosa pensi degli e-book, coi quali puoi leggere col tablet o il computer un quasi infinito numero di libri che si possono acquistare a basso prezzo?

È un sistema per leggere libri diversi con un unico mezzo informatico leggero, molto comodo soprattutto per chi deve viaggiare, senza doversi portare dietro pesanti volumi. Questo sistema è destinato a svilupparsi. Personalmente preferisco il cartaceo tradizionale. È comunque preoccupante la crisi delle librerie, che sono costrette a chiudere per la concorrenza delle spedizioni dei libri a domicilio, per la diffusione degli e-book, e anche per la progressiva disaffezione della gente alla lettura.

Tu dici che la gente legge meno di una volta? Ma oggi quasi tutti i ragazzi frequentano le superiori… Perché succede e come si può rimediare?

C’è l’analfabetismo di ritorno degli anziani, ma c’è nei giovani uno scarso interesse per le letture che non siano quelle obbligate dalla scuola. Questo è dovuto soprattutto alla diffusione dei social, che azzerano tempo, impegno e fantasia, appiattendo le curiosità culturali. La gente frequenta sempre meno le biblioteche. I bibliotecari se ne lamentano, e promuovono punti di accoglienza, eventi, presentazioni di libri come vorrei fare anch’io come ho accennato sopra.

Cosa vuoi fare da grande?

Mi piacerebbe proseguire avendo qualche lavoro retribuito e continuando il lavoro volontario in questa biblioteca. Inoltre mi piacerebbe avere il tempo di mettere a posto/catalogare le mie foto di famiglia ed anche occuparmi di mettere a posto e coltivare un piccolo terreno che ho a Superga.

Tu passi la tua vita a leggere, leggere, leggere per mestiere. Quando torni a casa non leggi più?

Non è vero, questo è un luogo comune relativo ai bibliotecari. In una biblioteca ci sono molte cosa da fare e la lettura, forse irragionevolmente, non è la principale. Mi piace leggere romanzi a letto prima di addormentarmi.

Il tuo cognome è Passigli: da dove viene questo cognome?

È un cognome ebraico di origine toscana, viene da un nonno. Da parte femminile invece la mia famiglia è piemontese da generazioni. Non eravamo particolarmente religiosi, ma in casa maiale, molluschi e crostacei non entravano. La sera recitavo lo “Shemaŋ” (come si pronunciava allora). Da bambina ho frequentato l’asilo, la scuola elementare e le medie qui, e il giro dei miei compagni era di ebrei e di valdesi. Poi sono andata all’Hashomer Hatzair dove facevamo attività scoutistica, campeggi estivi in tenda e campeggi invernali in vecchi alberghi. La giornata era tutta programmata: si facevano gite e anche discussioni (le famose “pe’ulot”) anche di argomento filosofico e politico. Ricordo il tema di un anno: i socialisti utopisti! Si facevano cassa comune, turni di cucina, di pulizia e di guardia notturna. Le amicizie strette in quel periodo sono rimaste negli anni. L’Hashomer Hatzair mi aveva fatto diventare più adulta e più responsabile. Nel periodo del liceo scientifico e dell’università invece ho frequentato un ambiente diverso. Mio marito non era ebreo, ma aveva interesse per la cultura ebraica ed era contento che le nostre figlie fossero ebree e che frequentassero la scuola qui. Io e le mie figlie abbiamo un rapporto strettissimo, forse anche a causa del lutto che abbiamo vissuto insieme. Quando è possibile facciamo cose insieme e abbiamo un buonissimo dialogo, io do consigli a loro e loro ne danno a me, anche se a volte si litiga, come un po’ tutti.

Alcuni dicono che la Comunità Ebraica di Torino è poco accogliente nei confronti dei nuovi arrivati, dei mezzi ebrei e degli incerti. È vero?

Certo che è così. Ci diciamo sempre: dobbiamo cambiare, essere più friendly, ma in realtà non cambia nulla. Trovo la Comunità ebraica molto chiusa diversamente per esempio da organizzazioni come Italia-Israele, con le quali mi è capitato di fare qualche viaggio. Ho spesso notato in loro una passione per tutto quello che è l’ebraismo o per Israele. Magari qualcuno aveva un bisnonno ebreo o la sensazione di essere di origine ebraica e appena scopre che tu sei ebreo si crea una forte attrazione tra le persone e una accettazione di tutti, sicuramente è un’atmosfera molto più aperta.

Da noi è tutto più complesso, ci sono stratificazioni di storie famigliari o di vecchi litigi tra famiglie che si ripercuotono su generazioni successive.

C’è sicuramente il problema irrisolto del figlio di padre ebreo il cui padre ci tiene all’ebraismo e si scontra con problemi insormontabili.

Ci sono gli studenti israeliani che sono tanti, ma pochi vengono in Comunità, salvo quelli che fanno la shemirà, che si occupano della sicurezza, e non ci si preoccupa molto di avvicinarli, e di fare insieme qualcosa.

Sono per una comunità più aggregante senza stare a controllare tutto il pedigree delle persone.

Intervista di
David Terracini

 

Daniela Passigli

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