Storia

 

 

 

Comizio missino
Ricordi saluzzesi

 

di Beppe Segre

 

Il primo comizio

Negli anni del dopoguerra, e fino ai primi anni ‘60, i saluzzesi erano orgogliosi che in Consiglio Comunale non sedesse alcun rappresentante del Movimento Sociale Italiano e che nella cittadina mancasse una sede di quel partito, una forza politica che si richiamava alla storia e alle ideologie del Fascismo, fondato e diretto da reduci della Repubblica Sociale Italiana, come Giorgio Almirante, e da ex esponenti del regime fascista.

I legami con il Fascismo apparivano infatti, agli occhi della maggioranza della popolazione locale, un oltraggio assolutamente inaccettabile, un’oscena provocazione, tanto più intollerabile in un contesto come quello della provincia di Cuneo, legato ai valori della Resistenza ed alla tragica memoria della Shoah.

Ancora nel 1962, in occasione di una mostra di fotografie, documenti e cimeli sul tema Fascismo e Resistenza organizzata per la ricorrenza del 25 aprile dall’Amministrazione Comunale della cittadina, scriveva su La Stampa un articolo commosso Giampaolo Pansa. Ricordava i 65 saluzzesi morti tra le fila partigiane in azioni di guerriglia, sotto tortura, di fronte ai plotoni d’esecuzione, gli spietati bandi germanici, la Comunità Ebraica distrutta dalla Shoah, le lettere di Mario Garzino, che a sedici anni scelse di salire in montagna con i partigiani, perché “stufo e arcistufo di stare ad assistere impassibile alla grande tragedia che si sta svolgendo”.

Siamo in una città antifascista - scriveva Pansa in quell’occasione - vietata ai missini che non sono mai riusciti a tenervi un comizio, per questo la mostra non ha il sapore delle cose passate ma riporta agli ideali in cui i saluzzesi credono ancora. Ѐ per questo che a Saluzzo nessuno è disposto a dimenticare.

Nel 1958 però il Movimento Sociale Italiano decise di partecipare, con comizi e pubbliche riunioni, alle elezioni politiche che si sarebbero svolte a fine maggio. Per la prima volta nella sua storia questo partito chiedeva l’autorizzazione a parlare anche a Saluzzo, una domenica pomeriggio, in pieno centro, in quella grande Piazza Garibaldi, dove allora noi bambini giocavamo al pallone dopo la scuola e che oggi svolge la funzione di grande posteggio centrale, ad un passo dalla Cattedrale e di fronte ad una via intitolata “I Martiri della Resistenza”.

La cittadina si preparò con cura all’appuntamento, fissato per domenica 11 maggio. Ai bordi della piazza grandi manifesti presentavano i visi dei partigiani uccisi, intorno alla scritta “Boves brucia ancora”. Già ben prima dell’ora di inizio si assiepava dietro le transenne una folla numerosa, tra cui si distinguevano parecchi gruppi provenienti da Cuneo, da altre città, e dalle vallate ove avevano combattuto i partigiani, confluiti a Saluzzo per esprimere il proprio sdegno di fronte alla sfida dei missini.

Nei giorni precedenti un manifesto firmato da tutti i partiti presenti localmente, dai membri del C.L.N. e dalle associazioni combattenti denunciava l’offesa che i neofascisti si proponevano di arrecare alla memoria dei caduti per la libertà e dei deportati assassinati nei campi di sterminio.

La cronaca della Stampa riferisce che l’oratore non era ancora salito sulla pedana che dalla folla si levavano fischi e urla mentre alcuni giovani, penetrati nella sacrestia della vicina cattedrale, facevano suonare a morto le campane della chiesa e che un secondo tentativo di prendere la parola naufragava poco dopo sotto un fitto lancio di uova e sassi.

A questo punto, onde evitare l’estendersi dei disordini, la polizia decise di intervenire con i reparti specializzati e anche con il carosello delle camionette. Alcuni manifestanti rimasero contusi, ed uno di loro, ferito da un colpo di sfollagente al capo, dovette far ricorso alle cure dei medici.

La fotografia ci trasmette l’immagine di una carica della celere e delle reazioni dei dimostranti.

Nell’angolo in basso a destra, si può riconoscere un distinto signore, con cappello Borsalino, camicia bianca e cravatta scura: un tranquillissimo signore di 56 anni, mio padre, sceso in piazza per protestare, credo per l’unica volta nella sua vita, ed ora in fuga per evitare i manganelli degli agenti; pochi passi più avanti un altro distinto sessantenne, che cerca di correre via, mio zio: Vittorio e Giuseppe Segre, due maturi e tranquilli signori, in piazza per urlare la protesta degli ebrei.

Poi, vista l’esasperazione degli animi, il vicequestore ordinava lo scioglimento del comizio e faceva scortare via l’oratore fino a Cuneo.

In serata si svolse un incontro di protesta, nel corso del quale presero la parola il sindaco e i rappresentanti delle associazioni partigiane.

A casa, a sera, con i familiari e alcuni amici, mio padre era fiero di essere rauco, tanto aveva urlato contro i fascisti quel pomeriggio, e mio zio, da parte sua, sfoggiava con altrettanto orgoglio un livido provocato da un colpo di manganello. Gli adulti discutevano se la democrazia si realizzasse compiutamente permettendo di parlare perfino ai neofascisti, secondo il modello di libertà assoluta caro a Voltaire, ma qui un vecchio compagno socialista brontolava “eccesso di democrazia!”, o piuttosto si dovesse salvaguardare vietando fin dall’inizio ogni tentativo di riorganizzazione del partito fascista, in applicazione delle norme già in vigore.

Alcuni sostenevano che i principi fondamentali della Costituzione sono così forti, chiari e condivisi che la democrazia saprà difendersi da sola, non ha bisogno di censure né di vincoli alla libertà di espressione. Altri temevano che l’acquiescenza della classe politica e delle istituzioni statali potesse costituire un rischio per il futuro del nostro paese.

Mio padre era pensieroso: si chiedeva, ci chiedeva: “Fino a quando ci saranno persone ammaliate da un regime fondato sulla violenza e sull’ingiustizia, sul razzismo e sull’antisemitismo? Fino a quando? Fino a quando?”.

Sono passati 74 anni dalla Liberazione, 61 da quella giornata in cui i missini cercarono di fare propaganda delle loro idee a Saluzzo.

Alla domanda che quella sera si poneva mio padre non so dare risposta…

Ma sento, di giorno in giorno, preoccupanti segnali di nostalgia per una politica pervasa di intolleranza, autoritarismo e xenofobia.

Beppe Segre

 

Saluzzo 11 maggio 1958, manifestazione anti-missina, carica della polizia

Share |