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George Elliot e la lezione di Daniel Deronda:
separatezza e comunicazione

 

di Giorgio Berruto

 

 

“Eran due razze in antica tenzone”, ha scritto Umberto Saba per indicare la distanza tra persone di origini differenti e le conseguenti difficoltà di comunicazione. Il poeta triestino si riferisce ai genitori nella poesia Mio padre è stato per me “l’assassino”, ma sono note ed estendibili le difficoltà di trovare un punto di incontro quando si parte da luoghi geografici culturali e linguistici lontani. I razzisti sono di solito ossessionati non tanto dal sangue, quanto dalla mescolanza del sangue cioè, se vogliamo, dalla “tenzone” che si trasforma in incontro e dialogo, dall’innesto che produce frutti nuovi. Ad essi risponde l’ultimo romanzo scritto da George Eliot, Daniel Deronda, in cui la lotta contro il pregiudizio passa dalla mescolanza di due mondi.

Non è necessario attendere George Eliot per veder comparire i primi ritratti di ebrei nella letteratura inglese. Chaucer, Marlowe e Shakespeare, però, che pure ne introducono nelle loro opere, di ebrei in carne e ossa ne avevano visti pochi o nessuno. Data al 1290, d’altronde, l’espulsione degli ebrei dall’Inghilterra e occorrerà attendere fino al 1858 per l’emancipazione completa di coloro che, in maggioranza marrani portoghesi, erano tornati nelle isole britanniche dal Seicento. Nel corso dell’Ottocento è l’emigrazione dall’Europa centrale e orientale a determinare la crescita delle comunità ebraiche. Gli ebrei sono 27 000 nel 1828, 40 000 nel 1840, tra 120 e 150 000 nel 1914, all’alba della Grande guerra.

Elia Boccara, nel recentissimo saggio George Eliot e la nascita dello stato ebraico, pubblicato da Giuntina, riprende il discorso già affrontato nel precedente lavoro Sionisti cristiani in Europa. Dal Seicento alla nascita dello stato di Israele e focalizza l’attenzione sulla scrittrice di età vittoriana, relativamente poco letta in Italia fino a oggi. Mary Anne Evans, che scrive con lo pseudonimo di George Eliot, si allontana progressivamente dall’educazione evangelica ricevuta per rifiutare ogni dogmatismo e abbracciare una sorta di religione umanistica universale. Eliot, già autrice del fortunato Middlemarch, sulla scorta delle Melodie ebraiche di Lord Byron, simpatizza per un piccolo popolo dalla storia travagliata. Determinante è l’influenza di due figure, il compagno George Henry Lewes e il maestro e amico Emanuel Deutsch, ebreo tedesco emigrato a Londra nel 1855 e specialista di culture orientali al British Museum. “Mi sono sentita spinta a trattare gli ebrei con tanta compassione e comprensione”, scrive Eliot richiamandosi ai diritti umani, tanto più considerando che “verso gli ebrei, noi occidentali che siamo stati allevati nel cristianesimo abbiamo un debito particolare e, lo si voglia o meno, un legame di fratellanza particolarmente profondo”.

Frutto di anni di ricerca e studio dell’ebraico, Daniel Deronda (1876) è, secondo Dario Calimani, che firma la prefazione, un “romanzo protosionista”. Nelle molte centinaia di pagine che si distendono intorno alla complessità psicologica dei personaggi e alla sfaccettatura delle identità, l’elemento ebraico viene introdotto gradualmente per apparire padrone della scena nel finale, quando il protagonista che dà il titolo al libro scopre le proprie origini e abbandona il cristianesimo in cui fino allora è vissuto. La sua scelta va non soltanto all’ebraismo, ma anche all’emigrazione verso la Palestina ottomana per partecipare alla rinascita nazionale del suo popolo. Il romanzo vende bene nonostante l’accoglienza fredda da parte della critica e numerosi attacchi di stampo antisemita, mentre negli ambienti ebraici la ricezione avviene all’insegna dell’entusiasmo, condiviso tra gli altri anche dallo scrittore Israel Zangwill.

L’accusa rivolta a Eliot da parte di molti lettori inglesi di età vittoriana è di tradire, nel finale, l’Inghilterra imperiale. Una critica antitetica a quella diffusa in anni recenti dalla pubblicazione del fortunato testo dell’americano di origine arabopalestinese Edward Said Orientalismo. Boccara dedica uno spazio francamente esagerato alla polemica con Said e i suoi epigoni, vestendo in questa occasione i panni del polemista ben più di quelli dello storico della letteratura e operando una difesa d’ufficio della scrittrice messa sul banco degli imputati da chi la considera “nume tutelare dell’imperialismo” per liquidarne le più che discutibili tesi che inseriscono il protosionismo di George Eliot nell’alveo del colonialismo.

Ben più rilevante, agli occhi di chi scrive, è sottolineare il ruolo della scrittrice inglese come sostenitrice della causa del ritorno degli ebrei alla terra di Israele. Quello di Eliot non è un invito all’assimilazione degli ebrei, sulla falsariga di posizioni largamente dominanti fin dal primo Illuminismo, affinché entrino a far parte del paese in cui vivono al pari di tutti gli altri, cioè come cittadini dopo aver perso la qualità caratterizzante di ebrei. Eliot fa appello invece alla “separatezza con comunicazione”, un modo per evitare l’isolamento e allo stesso tempo conservare la specificità e, dunque, preservare le proprie plurali identità. Un modello oggi più attuale che mai.

Giorgio Berruto

 

Elia Boccara, George Eliot e la nascita dello stato ebraico. Daniel Deronda: un idealista nell’Inghilterra vittoriana, prefazione di Dario Calimani, Giuntina 2019, pp.298, € 20

 

 

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