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Dialogo e tradizione

Intervista a Rav Amedeo Spagnoletto,
nuovo direttore del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara

 


Rav Amedeo Spagnoletto
 

Da romano come ti trovi a Ferrara? È una città più a misura d’uomo?

Ah, sì, riesci subito percepirne la grandezza perché a differenza di altre città ha una cinta di mura quasi intatta: con una corsetta di un’ora, hai fatto il giro delle mura e hai la sensazione di averla fatta tua. Dopo due giorni, avendola girata una volta in un senso e una dell’altra, mi sentivo padrone. Però poi girando in bicicletta vedo scorci interessanti e sconosciuti: a parte le solite due o tre cose che tutti visitano, è una città tutta da scoprire.

Quali sono i progetti futuri per il Meis?

Il Meis è un museo in progress. Il grande investimento di energia da parte di Simonetta Della Seta (la precedente direttrice) ha fatto sì che quella che era un’idea diventasse una realtà. Non avendo una collezione è una realtà orientata per forza di cose alla tecnologia, al digitale. Siamo in attesa che siano erette le palazzine ulteriori (siamo in continuo ritardo e il Covid ha dato la mazzata), ma questo non dipende da noi: è importante sottolineare che la parte di architettura e ingegneria è gestita da altri, non dal Meis, e quindi anche i famosi finanziamenti, che sono spesso sbandierati a destra e a sinistra, sono destinati alle opere edilizie gestite dal Segretariato Regionale MiBACT. Quanto abbiamo realmente a disposizione per lo svolgimento delle attività espositive, culturali ed educative è sottostimato rispetto alle iniziative che il Meis ambisce a portare avanti.

Raccolgo senza riserve e con grande ammirazione l’eredità che mi ha lasciato Simonetta. Se anche riuscissi a fare la metà di quello che ha fatto lei con il sostegno del presidente Dario Disegni e del consiglio di amministrazione in questi quattro anni, daienu [mi basterebbe]. Mi lascia uno staff coeso, un ufficio (che lei non aveva quando è arrivata) e l’eredità delle due importantissime mostre degli scorsi anni - quella sui primi mille anni di presenza ebraica in Italia e quella sul Rinascimento - che hanno costituito un percorso concettuale che ha fatto sì che quello che viene oggi proposto ai visitatori possa avere un senso. E mi lascia anche una mostra, che era pronta e che invece è procrastinata al prossimo anno, che copre un altro tassello importante, dal ghetto alla prima guerra mondiale. Si vedono tutti gli anelli che compongono la storia ebraica in Italia. Ogni volta che una mostra viene disallestita bisogna pensare in che modo quel nodo tematico possa confluire con gli anelli precedenti; ma gli oggetti sono quasi tutti in prestito dalle grandi collezioni, e finita la mostra devono tornare al legittimo proprietario, quindi ci ritroviamo un lavoro storico o scientifico fatto, ma non più il supporto degli oggetti. Per questo delle mostre precedenti sono rimaste le installazioni, gli aspetti digitali, i calchi, le copie e pochi originali

obbiamo capire in che proporzione possiamo aprire un museo utilizzando solo questo tipo di risorse o se l’aspettativa da parte del pubblico è differente. Non è che saremmo i primi a fare un museo di questo tipo, ma è anche vero che una parte di visitatori che noi vorremmo far venire deviandoli dalla solita direttrice Roma-Firenze-Venezia si aspetta di trovare i tesori dell’Italia ebraica e rischia di rimanere delusa. A loro dobbiamo dare un’offerta diversificata: prima di tutto l’aspetto esperienziale; inoltre siamo un museo bilingue a tutti gli effetti (chissà, magari un giorno potremmo diventare trilingue con l’ebraico) e questo è importante perché i turisti stranieri si sentono considerati. La grande sfida per il Meis sarà creare una collezione propria, compatibilmente con le risorse e con i rapporti che creerà con due interlocutori principali, le Comunità ebraiche e i musei in generale (che posseggono nei loro depositi molte cose pertinenti al mondo ebraico). Devo dire comunque che con il percorso esperienziale non si resta delusi: il visitatore viene compenetrato con una serie di questioni storiche sui primi 1500 anni di presenza ebraica in Italia (per ora, come dicevo prima, ci si ferma al 1500).

Qual è la proporzione tra i visitatori (soprattutto ebrei) che vengono dall’estero e italiani?

In sincerità, se ti dicessi semplicemente una percentuale sarebbe un dato ambiguo. Ci sono mesi (giugno, luglio, agosto e settembre) in cui la percentuale di stranieri arriva al 40%, ma è perché si interrompe il flusso degli studenti e a Ferrara restano poche persone; quindi una grossa fetta degli ingressi ridotti è data dagli stranieri. Ma se vado ad analizzare il resto dell’anno quando ci sono le scuole la percentuale si riduce enormemente anche se in assoluto il numero degli stranieri che vengono è superiore. I periodi dei maggiori flussi turistici sono aprile, maggio e giugno, e poi ancora settembre, ottobre e un po’ novembre, dopo di che si ferma tutto a parte una settimana in dicembre. Sono quelli i momenti significativi, e in quelli ci si attesta intorno al 10% di stranieri, che non è poco perché stiamo parlando di una città d’arte che è raggiunta soltanto in parte dai flussi turistici; ricordiamoci che la direttrice principale del turista tipo raramente prevede deviazioni dalla linea Roma-Firenze-Venezia.

La sfida di un museo ebraico nazionale dislocato in un posto così periferico (una scelta che è stata contestata, ma con le istituzioni non sempre si può decidere: o prendere o lasciare; inutile recriminare su scelte fatte 15 anni fa, è passata tanta acqua sotto i fossati del castello estense) è di utilizzare questo posto non tanto per impressionare gli americani ma per portare avanti un discorso didattico con tutte le numerosissime scuole che incidono su questo territorio (non solo Ferrara e l’Emilia Romagna, ma anche province della Lombardia e del Veneto): tolleranza, rimozione del pregiudizio, fratellanza, uguaglianza, integrazione. Vogliamo raccontare questi valori attraverso la storia del popolo ebraico, dicendo: “Il nostro popolo è stato qui duemila anni, ha vissuto momenti propizi e momenti invece più difficili, è una storia di alti e bassi, integrazione e segregazione, ma nonostante tutto siamo qui ed esprimiamo la nostra cultura. Non vogliamo morire, siamo presenti in Italia e nel mondo con una vitalità e con un retaggio culturale nostro. Si può imparare da ciò che il popolo ebraico ha subito, dalla forza che ha espresso nella resistenza e nell’espressione della propria identità.” Certi valori devono essere trasmessi, devono arrivare ai giovani: se non li trasmetto mentre sono adolescenti c’è il rischio che durante o subito dopo la fine della scuola esprimeranno invece una serie di preconcetti inculcati da altri. Questo è un luogo in cui docenti che hanno intelligenza e vogliono formare, non solo trasmettere un bagaglio di conoscenze, lo possono fare. Abbiamo una proposta didattica ben ordinata e ben presentata: dovrebbe esserci la fila qui fuori. Ma tutto questo bel disegno di incrementare e sviluppare le visite delle scuole ha subito un fermo totale e subirà forti limitazioni che non permetteranno neppure di valutare l’azione dello staff e del direttore.

Occorre anche dire una cosa: la visita al Meis dovrebbe essere una visita alla Ferrara ebraica, al Meis, alle sinagoghe e anche al cimitero; si dovrebbe organizzare un itinerario fatto di tre poli. Adesso la Comunità di Ferrara sta completando il restauro dopo il terremoto del 2012. Spero che questo momento critico sia superato presto, a vantaggio degli ebrei ferraresi che si devono godere la propria comunità ma anche - lo dico pro domo mea - a vantaggio del Meis. Per un ebreo, ma anche per uno studente, entrare dentro una sinagoga ha un significato: lo potrai portare dentro a centomila musei, ma non sarà mai la stessa cosa. C’è il dialogo religioso, la comprensione di un altro credo. Però poi viene qui e gli metto le cose in ordine dal punto di vista storico; altrimenti uno studente mischia tutto, non riesce più a capire la cronologia degli eventi: se vede la distruzione del Tempio e vede vicino i busti di Tito e di Vespasiano allora saprà collocarla (si spera).

Ci sono contatti istituzionalizzati tra il Meis e la Comunità ebraica di Ferrara?

Quello a cui punto è proprio togliere questa parola: istituzionalizzati. Un po’ per le mie esperienze pregresse, un po’ per i sentimenti che porto dentro, un po’ per il fatto che tanti ebrei di Ferrara sono amici cari, a cominciare dal Rabbino Capo, che è un mio maestro, vorrei che ci fosse un profondo sentimento di supporto l’uno dell’altro. Se si parte dalla convinzione a priori che qui c’è un tuo partner che non vuole altro che il tuo bene, già tutto è più semplice. È chiaro che se io dico alla Comunità che da domani devono aprire la sinagoga tre volte alla settimana e qualcuno deve stare lì a dare spiegazioni devo anche dare un supporto logistico, economico. D’altra parte se si decide di aprirla non è che io stia usurpando un bene a favore del Meis; e non ci deve essere però neppure una sorta di rimprovero del Meis alla comunità che non sta al passo con i tempi, che non sta sui social, ecc.: stiamo parlando di quaranta persone (quelle presenti e attive) avanti con l’età che danno tutte se stesse.

Quanti sono i membri del tuo staff?

Il gruppo di lavoro è composto ora da sette figure tutte laureate che sono referenti per altrettante aree, si tratta di uno staff altamente qualificato e giovane, selezionato attraverso concorsi a carattere nazionale e internazionale. Devo riconoscere che questo gruppo affiatato e appassionato è un sostegno essenziale.

Vorrei parlare un po’ anche dei tanti altri mestieri che hai svolto e svolgi. Nell’intervista che hai concesso a Repubblica del 17 giugno hai detto che per te la cosa principale che ti qualifica è essere un sofer [colui che trascrive i rotoli della Torah].

È la cosa che mi contraddistingue. Se ci fossero tanti soferim in Italia sarei uno dei tanti, ma non si tratta di farmi bello perché sono l’unico, è il fatto che attraverso la mia attività non si interrompa una tradizione che deve essere trasmessa alla prossima generazione. Come sai, secondo la letteratura rabbinica non devi vivere in una città che non abbia un sofer, uno schochet [macellaio], un insegnante dei bambini. Qualcuno potrebbe dire che oggi il mondo è collegato e un sofer dall’altra parte dell’Oceano ti può supportare, ma non è del tutto vero: se in una certa Comunità si trovano con uno strappo, un buco, una lettera sbagliata in un Sefer Torah, mi arriva la telefonata che mi dice: “Quand’è che te lo posso portare?”. In questo mi sento orgoglioso.

Noi piemontesi ti siamo anche grati perché hai scoperto l’antichità del Sefer Torah di Biella.

Quello prova una cosa importante. Avrai visto la polemica sui social e sulla carta stampata ebraica se abbiano o meno un senso gli investimenti sulle piccole Comunità. Questa cosa da una parte è vera, perché nell’allocazione delle risorse devi anche guardare dove stanno gli ebrei e quindi l’eredità che sarà trasmessa alla generazione successiva, però, dal punto di vista identitario, chi si sarebbe immaginato che dalla sezione più piccola della Comunità più piccola esistente in Italia sarebbe uscito un oggetto del 1250 che nel panorama mondiale risulta essere il più antico Sefer Torah in possesso a una Comunità ebraica e adatto alla lettura? È vero che è usato poco (l’ultima volta per un bar mitzvah poco tempo fa), ma c’è l’orgoglio che anche tu stessa stai esprimendo, e di tanti altri che quando vanno in giro possono dire: “In Italia c’è il Sefer Torah più antico del mondo”. Si poteva benissimo non investire su Biella, non pagare quei 30 euro di scheda bibliografica per andare a indagare quelli che, a detta di qualcun altro che invece fa polemica, non erano altro che fondi di magazzino; però c’è stata una restituzione di quei 30 euro: il Sefer di Biella è uno dei tasti che posssono stimolare un cuore ebraico.

Com’è stata la tua esperienza di Rabbino Capo a Firenze?

Firenze, per motivi famigliari (essendo mia moglie fiorentina), era la principale Comunità con cui avevo avuto contatti nel corso degli ultimi vent’anni. Quando, in maniera assolutamente inaspettata (non avevo mai pensato di fare il Rabbino Capo), mi è stata proposta questa esperienza, è stata una sfida a cui non ho voluto rinunciare. Anche perché nella mia frequentazione di Firenze vedevo tante cose ben fatte ma altre che criticavo. Mi sono detto: vediamo se dove muovevo le critiche c’è spazio per fare diversamente. Dopo due anni e mezzo posso dire che su alcune delle cose su cui volevo mettere le mani sono riuscito a imbastire un percorso diverso, su altre mi sono momentaneamente arreso. Mi ero dato un orizzonte temporale: avevo detto al Presidente della Comunità: in due anni quello che desidero fare o l’ho fatto o significa che non lo porterei mai a termine. Ho dato tutto me stesso, giorno e notte (l’ho potuto fare perché ero senza famiglia, che veniva solo dal venerdì alla domenica). E meno male che l’esperienza è terminata a ridosso del Covid perché non so come avrei fatto…

In quali cose sei riuscito?

Ho ripristinato la tefillà della mattina che non c’era più. Mi è molto piaciuto incrementare il rapporto con i giovani: venivano a casa mia 20-25 ragazzi ogni circa due settimane. Stessa cosa nello sviluppo del rapporto con gli anziani. Sono riuscito ad aggregare delle risorse economiche di alcuni generosi donatori. E poi un punto importante per me era porre fine agli screzi che ho trovato quando sono arrivato: la Comunità deve essere la casa di tutti.

Com’erano i tuoi rapporti con altri gruppi ebraici presenti a Firenze?

I rapporti sono stati ottimi tanto con la comunità progressive Shir Hadash tanto con quella Lubavitch, con cui, quando sono arrivato, esistevano diverbi sulla kasherut del mikvè [bagno rituale]; a un certo punto ho preso il toro per le corna e ho detto al loro rav: dimmi qual è l’autorità che ti sta bene e che se approva il mikvè tu non dici più una parola; l’autorità condivisa (la massima autorità mondiale sui mikbaot) è venuta, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto (lievissime modifiche a un mikvè che a suo dire era buono così com’era), ha rilasciato una lettera di approvazione e da quel momento nessuno ha potuto più dir niente. C’è stata una collaborazione, abbiamo portato avanti il restauro anche grazie a donazioni che ci sono arrivate, e la polemica è scemata come neve al sole. Questo è stato utile non solo per gli ebrei fiorentini ma anche per quelli stranieri (per esempio quelli che si venivano a sposare o a soggiornare a Firenze).

E con la comunità Shir Hadash? Dicevi che anche con loro hai avuto ottimi rapporti?

Sì. I ragazzi di Shir Hadash venivano al Talmud Torah della Comunità. La prima cosa che ho fatto è stata invitare il loro rabbino e altri da noi. Non ho ricevuto da loro un invito formale (forse temevano che non avrei accettato), altrimenti sarei andato, magari non proprio durante le festività ma in generale non avrei avuto problemi (magari con i Lubavitch mi sento in sintonia al 99% e con i reform al 20%, ma il discorso non cambia). Ci sono tante cose che si possono fare in comune rispettando le reciproche identità. Se molte famiglie ebraiche (anche nel senso che intende l’ebraismo italiano) frequentano in modo preponderante la comunità reform si possono creare spazi di collaborazione in tanti ambiti neutri, iniziative culturali, didattica, ecc., che possono portare un arricchimento per gli uni e per gli altri. Così come, dopo i primi ostacoli, c’è una grande partecipazione anche di membri della Comunità di Firenze alle attività del rabbino Chabad, allo stesso modo si possono organizzare attività in comune per tutti, per esempio una festa per Yom Ha-Atzmaut, un Talmud Torah, ecc.

C’è chi dice che l’impossibilità di avere una Comunità unica, come un tempo, è dovuta alla maggiore rigidità del rabbinato italiano negli ultimi anni, in particolare a proposito dei ghiurim. Si parla di Comunità poco accoglienti.

In Italia operano tre tribunali rabbinici, Milano, Roma, Centro-Nord. Quando sono arrivato a Firenze ho scelto, con delibera del Consiglio, di entrare nell’orbita di quello di Roma essenzialmente per tre ragioni principali: la prima è che Roma aveva una struttura che dava una garanzia a livello organizzativo di maggiore solidità, e non c’è nulla che allontani un candidato più dell’incertezza. Poi non volevo gravare Rav Laras, che stava male, di una responsabilità ulteriore. È importante anche come un Bet Din viene percepito all’esterno: un tribunale rabbinico è anche la rappresentanza della Comunità che gli ha dato la delega, che deve essere rispettata nelle sue scelte (kasherut, ecc.); quindi è anche importante avere un rapporto autorevole con il mondo globale in cui si riconosce quella Comunità, che per l’ebraismo italiano è quello ortodosso (lo dice lo Statuto dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Anche nel passato questo delicato equilibrio era tenuto in altissima considerazione da maestri come Rav Laras e Rav Toaff con un senso di grande responsabilità; oggi i batè din italiani si sono costruiti una reputazione che è il risultato di una fatica e di una serie di scelte che hanno garantito a chi ha dato loro la delega un riconoscimento internazionale.

Il maggior rigore di cui parlavi è dato da un fatto incontrovertibile: è mutata la fisionomia delle Comunità: prima anche Comunità medie e piccole avevano una vita ebraica organizzata, ora quante sono le Comunità che hanno un minian organizzato di Shabbat? Vogliamo creare gherim che sono, come il Meis a Ferrara, una cattedrale nel deserto? Dobbiamo agire in un contesto che li accoglie e li fa crescere: oggi ci sono realtà in cui un gher è costretto a cercare ancore di salvezza a 300-400 km di distanza. È anche una responsabilità nostra: ci stiamo staccando da una condotta di vita ebraica che aggrega gli altri.

Per quanto riguarda l’accoglienza in generale (che non ha a che fare solo con i candidati al ghiur), a Firenze abbiamo messo in campo una serie di attività che dessero un segno di accoglienza a tutte le realtà ebraiche che c’erano in città (anche gli studenti israeliani, per esempio).

Forse i lettori di Ha Keillah non lo sanno ma tu sei stato il mio mentore nel giornalismo, perché mi hai preceduto nella direzione di Ha Tikwà e mi hai trasmesso le consegne.

È vero, che bei ricordi! In quell’anno di direzione di Ha Tikwà per la prima volta ho lavorato davvero con un gruppo di persone; c’era un grande confronto su argomenti alti; era un gruppo coeso, litigavamo pure, ma si realizzava quello che era scritto sulla testata (“questo giornale è aperto al libero confronto delle idee nel rispetto di tutte le opinioni”). Mi ricorderò per sempre quel Congresso dell’Unione in cui avevamo deciso di pubblicare un supplemento satirico, Satiritikwà, con vignette di Livio Tagliacozzo che toccavano i temi più scottanti. C’era una vignetta sui rabbinetti che facevano acqua da tutte le parti (che poi era autoironica, perché eravamo noi) per cui io venni accolto al Congresso dalla sicurezza con la minaccia che mi avrebbero picchiato se non avessimo ritirato il giornale. Il bello di Ha Tikwà è che c’era un continuo ricambio, anche nella direzione, che faceva sì che ogni anno Ha Tikwà prendesse una fisionomia diversa. Eravamo davvero liberi.

 

Dato che Amedeo Spagnoletto è stato anche insegnante al liceo ebraico di Roma, la nostra conversazione termina, come si usa ormai da mesi tra colleghi, con una discussione sulla didattica a distanza. Ma di quello ci siamo già ampiamente occupati nel numero scorso di Ha Keillah.

 

Intervista di Anna Segre

 

L'itinerario del Giardino delle Domande è un percorso verde che conduce
alla scoperta delle regole dell'alimentazione ebraica e delle piante bibliche

(foto di Marco Caselli Nirmal, dal sito del Comune di Ferrara)

Il Sefer Torah di Biella,
il più antico del mondo utilizzabile e in possesso
di una Comunità ebraica

 

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