Israele

 

 

Contro l’annessione:

L’appello di J-Link: primi risultati

 

Siamo partiti un po’ alla garibaldina, spinti da una spontanea consonanza di intenti. Uno spettro di organizzazioni ebraiche progressiste, alcune importanti e con una solida storia alle spalle, altre più giovani e piccole – una minoranza nell’ebraismo mondiale ma una voce coesa di ebrei per i quali i valori fondanti sanciti dalla Dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele sono essenziali - ha promosso un appello per un'azione comune di protesta contro il piano del governo di un'annessione unilaterale di parti della Cisgiordania.

 L’appello, rivolto in primis al mondo ebraico, è stato sottoscritto da 50 organizzazioni sostenitrici dagli Stati Uniti al Canada, dall’Europa al Sudafrica, dall’America Latina all’Australia. Ne abbiamo condiviso il contenuto con comunità e istituzioni ebraiche nei paesi rappresentati, ambasciate dello stato di Israele, parlamenti e governi nazionali, e mezzi di informazione nell'auspicio che un forte appello collettivo – insieme all’azione di governi e istituzioni internazionali - potesse prevenire tali atti e preservare la possibilità di una soluzione “a due stati” del conflitto.

 

Questo è il testo dell’appello:

“Come membri e sostenitori di J-Link, la rete internazionale delle organizzazione ebraiche progressiste, vogliamo condividere la nostra profonda preoccupazione, avvalorata dalle analisi di esperti diplomatici e di sicurezza , riguardo all’intenzione di Israele di procedere con l’annessione di parti della Cisgiordania.

Poco tempo rimane per convincere i governanti israeliani a rinunciare a questa mossa sconsiderata. Con l’appoggio dell’amministrazione Trump il Primo Ministro israeliano Netanyahu pretende di perpetuare il mito che la realtà sul terreno abbia più forza del diritto internazionale. Questo è il momento in cui gli israeliani devono attentamente considerare le conseguenze dell’annessione per la sicurezza regionale e le relazioni internazionali.

 

Una petizione di recente resa pubblica, sottoscritta da 220 ex alti ufficiali dell’esercito, del Mossad e della polizia membri dell’associazione “Comandanti per la sicurezza di Israele”, afferma che l’annessione provocherà una reazione a catena al di fuori del controllo di Israele e condurrà alla disintegrazione dell’Autorità palestinese. Ciò richiederà a Israele di riprendere il possesso dell’intera Cisgiordania e di assumersi la responsabilità delle vite di 2.600.00 abitanti palestinesi.

L’accordo di coalizione raggiunto tra Netanyahu e Gantz include articoli che consentono al governo entrante di accelerare il processo di annessione entro il 1 Luglio. Nonostante l’ammissione della necessità di discutere la questione con la comunità internazionale, l’unico impegno vincolante è quello di coordinarsi con l’amministrazione USA. Come è stato già per il piano di Trump “ Peace to Prosperity”, i palestinesi anche in questo caso non avranno nessuna voce in capitolo.

È importante notare, comunque, che l’articolo 28 dell’accordo di coalizione menziona anche la volontà del governo di mantenere gli accordi di pace preesistenti, indicando con ciò che Giordania ed Egitto potranno esercitare un’ influenza particolare nelle decisioni in materia.

Per il Regno hashemita di Giordania, paese che ospita numerosi profughi palestinesi, l’annessione rischia di mettere in crisi il governo e di forzarlo a riconsiderare il trattato di pace con Israele. Lo stesso trattato tra Israele ed Egitto rischia di essere messo a repentaglio. Inoltre, le azioni di Israele sono destinate a compromettere i rapporti tra questo e i paesi democratici nel mondo.

L’annessione unilaterale è illegale secondo il diritto internazionale e contravviene a tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardanti il conflitto israelo-palestinese, particolarmente la risoluzione 2334 del dicembre 2016. Se portata a termine l’annessione significherà la fine della soluzione “due popoli due stati” e cancellerà per i palestinesi ogni speranza di realizzare la propria autodeterminazione con metodi non violenti.

Inoltre in seguito all’annessione Israele diventerà uno stato che esercita un controllo permanente su milioni di abitanti palestinesi sul suo territorio, privandoli peraltro dei più basilari diritti civili e politici; ciò sarà la fine di Israele come paese democratico così come lo conosciamo. L’annessione non comporta solo la fine delle aspirazioni del popolo palestinese all’indipendenza, ma anche dei valori fondanti dello stato di Israele sanciti nella Dichiarazione di indipendenza del 1948. Vi è anche il rischio di un’ondata di delegittimazione di Israele e di ulteriori episodi di antisemitismo. L’annessione metterà in pericolo infine i rapporti tra Israele e gli ebrei progressisti nel mondo per i quali le ragioni dei diritti umani, dell’uguaglianza e della democrazia sono principi essenziali.

Invitiamo tutti coloro che hanno a cuore il futuro di Israele di unirsi a noi nel convincere il governo ed il popolo di Israele che il prezzo che Israele pagherà con l’annessione sarà troppo alto, insopportabile.”

Abbiamo lavorato duramente coordinati da un Comitato in perenne attività sul web – composto da un israeliano, un americano, un argentino, una canadese, una sudafricana, e io stesso in rappresentanza di Jcall Europa, pubblicando editoriali o lettere sulla stampa (da Haaretz a Le Monde, da le Temps svizzero a Repubblica, dal Forward americano al Jewish Chronicle britannico). Abbiamo organizzato incontri con diplomatici israeliani, con delegazioni composte variamente di membri delle associazioni ebraiche firmatarie o di altre solidali, rabbini conservative e reformed, intellettuali, a Parigi, Berlino, Oslo, Copenhagen, L’Aja, Madrid, Ottawa, Montreal, Toronto, Santiago, Città del Messico, San Francisco, Los Angeles, Boston, New York, Chicago, Miami, Canberra.

In generale, e nel rispetto della confidenzialità ovvia in questa materia, ambasciatori e consoli hanno affermato, pur ammettendo la grande vaghezza di istruzioni e indicazioni da Israele, che:

§  l’annessione non è un fatto compiuto, né al primo luglio né in altra data indefinita;

§  sarà un’annessione limitata, forse ad alcuni insediamenti prossimi alla Linea verde o a parti della valle del Giordano (di un’estensione inferiore al 30% circa della Cisgiordania prefigurato dal piano Trump);

§  l’opposizione della comunità internazionale, dei paesi arabi, in particolare della Giordania e dell’Europa, non è stata irrilevante nel processo;

§  Israele si conforma tuttora ai principi di Oslo e alla soluzione “a due stati”;

§  l’Autorità palestinese dovrebbe accettare di riprendere il negoziato, mantenere la cooperazione in materia di sicurezza e controterrorismo con Israele, di recente interrotta con effetti avversi sugli stessi palestinesi;

§  lo status legale dei palestinesi “annessi” è del tutto imprecisato e ignoto quanto a diritti di cittadinanza e di voto, confisca di terreni, demolizioni di case ed attività economiche.

Giorgio Gomel

 

 

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