Israele

 

 

 

I territori. Elogio dell’imperfezione

 di Giorgio Berruto

 

“Cosa vogliamo? Vogliamo tutto!”, cantava nel 1970 Alfredo Bandelli nella Ballata della Fiat, tra i simboli a Torino e in tutta Italia degli anni della contestazione. “Alla violenza della questura”, continuava il testo a togliere ogni dubbio non solo sui fini ma anche sui mezzi, si risponde con “tante mani che a sampietrino cominciano a andar”. “Vogliamo tutto” è forse uno slogan un po’ ingenuo, ma si adatta a perfezione a descrivere l’atteggiamento degli arabi palestinesi, o almeno dei loro leader politici, dagli anni venti a oggi. Sia al tempo dell’Yishuv, quando non esisteva uno stato ebraico, sia ai nostri giorni in cui Israele gode di una posizione di forza in Medio Oriente, i palestinesi scelgono perlopiù un massimalismo volutamente privo di contenuti specifici. Vogliamo tutto, appunto. Tutto cosa non è dato sapere, anche se qualcuno dirà che si può intuire benissimo. L’estremismo palestinese è talmente manifesto da rischiare di nascondere quei molti israeliani che, anche loro, vogliono tutto. Volere tutto significa qui pensare che si debba conseguire una soluzione definitiva. Tra le varie e diverse possibilità di soluzioni definitive sanguinarie e no: cacciare gli arabi (o gli ebrei), la pace perfetta, una forma idilliaca di convivenza e amicizia tra i popoli, la rigenerazione attraverso l’unione con la terra.

 

Febbre ’67

Nel 1967, a conseguenza di un conflitto lampo che nasce per Israele da esigenze difensive e da atti di aperta ostilità dell’Egitto di Nasser, l’esercito israeliano occupa vaste regioni, tra cui la città vecchia di Gerusalemme e i territori biblici di Giudea e Samaria. Complice il reiterato rifiuto arabo che chiude a ogni possibile compromesso, ma anche l’entusiasmo messianico che trae alimento da una vittoria interpretata come se si trattasse di un miracolo, in Israele perde quota il sionismo di Theodor Herzl a tutto vantaggio di quello di rav Kook. L’umanismo del primo, che pensa a uno stato ebraico tra gli stati per inserire gli ebrei nel consesso delle nazioni e così risolvere il problema dell’antisemitismo, viene superato di slancio da una crescente febbre messianica che scopre un utile combustibile nell’idea mistica di Kook secondo cui per ritrovare se stessi dopo un esilio due volte millenario occorre ricongiungersi alle terre bibliche come l’anima si ricongiunge al corpo. E le terre bibliche non sono Tel Aviv, Haifa e la zona litoranea, ma Giudea e Samaria: Gerusalemme, Hebron, Shechem, Gilo eccetera. Il 1967 sembra aprire le porte alla realizzazione di tutti i sogni: uno stato forte e non più in pericolo esistenziale, uno stato sotto il cui controllo sono adesso le regioni bibliche. L’entusiasmo è alle stelle.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


                 
Vignetta di Davì

 

La scoperta dell’altro

Ma piano piano, nel corso dei decenni, si affaccia alla finestra degli israeliani una realtà ineludibile: le terre occupate non sono disabitate. La scoperta dell’altro è uno shock progressivo con cui si tarda a fare i conti; nel frattempo viene triplicata artificiosamente l’area urbana di Gerusalemme, spianato l’antico quartiere magrebino davanti al Kotel e si moltiplicano gli insediamenti di coloni ebrei nei territori di recente conquista, che però Israele non annette. Lentamente ma inesorabilmente la realtà viene a galla. Non solo ci sono altre persone che già vivono in quelle regioni, ma anche per altri la terra è vincolata a eventi, cioè alla memoria di eventi, e in questo senso non fa differenza se la memoria degli arabi palestinesi è più giovane di quella degli ebrei: perché la memoria, che edifica le opposte identità, è sempre qui e ora, non cambia se fa riferimento a millenni oppure a pochi anni fa.

 

Tra due illusioni

La scoperta dell’altro da parte israeliana, cioè la consapevolezza dell’esistenza di altre persone irriducibili a sé come gli arabi palestinesi, culmina nel 1987, quando scoppia la prima intifada, quella delle pietre. In Israele allora l’opinione pubblica viene investita dal dilemma della sicurezza: come controllare gli arabi palestinesi in rivolta, una popolazione in rapida crescita demografica che vive sotto regime militare senza i diritti di cui godono i cittadini israeliani? È una questione grave in particolare per la destra nazionalista, che ha spinto negli anni settanta e ottanta per l’edificazione degli insediamenti e adesso ha difficoltà a elaborare risposte soddisfacenti. È inoltre chiaro a tutti, con la sola esclusione dei fanatici più irriducibili, che esiste un problema a intervenire con i carri armati contro chi lancia sassi. Non molti anni dopo, non a caso, la sinistra torna a imporsi alle elezioni, avviando con coraggio il processo di pace che vede negli accordi di Oslo una prima tappa. Seguono gli anni in cui il percorso intrapreso da Rabin viene continuato in modo prima blando da Netanyahu e poi deciso dal laburista Barak, che elabora una irrinunciabile offerta di pace: irrinunciabile, quantomeno, per chi la pace la vuole. Nel 2000 l’opinione pubblica israeliana viene sconvolta nuovamente e in modo ancora più devastante. L’offerta di Barak viene infatti rifiutata e poche settimane più tardi deflagra la seconda intifada, quella delle bombe nelle pizzerie, sugli autobus, nelle discoteche. Gli israeliani mettono in relazione i due eventi, e allora il rifiuto di uno stato in pace, perseguito con coerenza da Arafat a Camp David, segna la loro sfiducia totale nei confronti dei palestinesi e il drammatico tracollo per i partiti di sinistra, che proprio sulla pace negli anni novanta avevano puntato l’intera posta. Ciascuno può giudicare quanto questa lettura sia aderente alla realtà, è però un fatto che la maggioranza dei cittadini ebrei di Israele interpreti adesso l’intero processo di pace come conseguenza dell’esclusiva iniziativa israeliana, mentre Arafat sarebbe stato al gioco senza impegnarsi davvero, e con il solo scopo di ottenere il più possibile senza fare alcuna concessione.

 

Doppio dilemma

Dopo il 2000 la politica israeliana si trasforma, aprendo un ventennio di preponderanza dei partiti di destra. Sono due i problemi che gli israeliani considerano centrali e che si rivelano decisivi al momento delle elezioni. Innanzitutto la sicurezza: quasi tutti gli israeliani sanno che cosa significa avere dei terroristi ai confini e reputano inevitabile, in caso di disimpegno completo, che in Cisgiordania si verifichi quello che è accaduto a Gaza dopo il ritiro unilaterale nel 2005, con la presa del potere da parte di Hamas. È vero che Netanyahu e altri politici di destra hanno spesso esasperato questo argomento a fini elettorali, ma è anche vero che quello della sicurezza è un problema reale e non può essere liquidato come mera propaganda. Il secondo dilemma riguarda l’occupazione, che per Israele rappresenta un problema diplomatico (accresce l’isolamento internazionale), demografico (la popolazione palestinese è in rapido incremento), etico (ai palestinesi non sono riconosciuti i diritti di cui godono i cittadini israeliani). In Israele non mancano minoranze che non reputano la sicurezza oppure l’occupazione un problema, ma la maggior parte delle persone ha ben chiaro il doppio dilemma.

 

Elogio dell’imperfezione

Da anni, ormai, la parola pace è scomparsa dal vocabolario dei leader del partito laburista. Tra i partiti sionisti soltanto il Meretz continua a farla propria, ma anche in questo caso con crescente timidezza. Probabilmente questo dipende dal fatto che gli israeliani oggi non pensano più che sia possibile una soluzione, cioè una perfezione, ma solo una gestione. Proviamo allora a fare un esperimento mentale, mettendo tra parentesi le esigenze degli arabi palestinesi e concentrandoci unicamente su quelle degli israeliani. I palestinesi naturalmente non possono essere ignorati quando si tratta di fare scelte che hanno conseguenze sul campo, ma è anche vero che dal 1937 fino a oggi i loro leader hanno rifiutato ogni compromesso, dimostrando con i fatti, agli occhi della maggior parte degli israeliani, di non accettare l’ipotesi dei due stati. È una realtà amara per molti, ma è necessario dirlo con chiarezza per esplicitare il pensiero largamente prevalente in Israele negli ultimi vent’anni: non si risolve il conflitto dando la terra, se non è la terra che i palestinesi vogliono. Messe dunque in parentesi temporaneamente - le recupereremo più avanti - le esigenze dei palestinesi, proviamo a reimpostare il problema su basi diverse ed ebraiche. Shalom, pace, in ebraico indica uno stato di compiutezza e perfezione. Shalom è una caratteristica dei tempi messianici e, come questi, è sempre da raggiungere, non è mai raggiunto. Punto di fuga che dirige gli sguardi, orizzonte che si sposta con il nostro incedere, shalom è una completezza che, se venisse ottenuta, non sarebbe vera completezza proprio come il messia che viene è sempre un falso messia. Se il messia arriva, se la compiutezza viene davvero compiuta, allora è lo stesso monoteismo a cadere, perché non sarebbe più Dio l’unico termine in grado di esprimere la perfezione. Shalom, come tutte le perfezioni, è un sogno che può e deve orientare l’azione nello sforzo di migliorare il mondo che ci circonda, ma pur sempre un sogno che, in quanto tale, non può essere trasformato automaticamente in realtà. È forse tempo, anche per lo stato di Israele, non di cercare la perfezione ma di perseguire forme accettabili di imperfezione.

 

L’imperfezione e i suoi nemici

Alcune persone, in Israele e nelle comunità ebraiche all’estero, Italia inclusa, credono che la perfezione sia non un modello ideale per l’azione, ma una concreta realtà che è possibile raggiungere. Da una parte c’è chi pensa che Israele debba adeguarsi a standard etici che non vengono chiesti a nessun altro paese; dall’altra chi, spesso in nome di una equivoca devozione, propala un messianismo intrecciato al culto della terra e propugna il genocidio filosofico dell’Altro e la venerazione di sé. Questo secondo gruppo è più numeroso, ma condivide con il primo la ricerca di una perfezione. Entrambi, in modi diversi, esprimono un attaccamento al futuro di Israele che manca di distanza, un amore cieco a ogni ragione: ed ecco che questo amore si rovescia in fanatismo, la storia in filosofia della storia. Entrambi vogliono tutto, con le parole della Ballata della Fiat, anche se si tratta di un “tutto” che dipende da preferenze diverse; ma come nella storia russa del pesciolino d’oro rischiano di non ottenere niente.

 

Che fare?

Pensare che il conflitto non sia risolvibile non significa pensare che non ci sia niente da fare. Al contrario, c’è molto che può essere fatto per migliorare la situazione, anche se il risultato sarà tutt’altro che perfetto. A parere di chi scrive, il cosiddetto piano Trump non è di aiuto ma di ostacolo perché è un non piano di un non presidente che esprime una non linea frutto di non idee. Di questo suddetto piano non sono i contenuti a importare e viene il sospetto che sia perché si tratta di non contenuti: medium senza alcun messaggio, richiamo che basta a se stesso e non ha nulla da dire, grido del venditore che ha esaurito la merce ma, imperterrito, disegna a gran voce nell’aria immagini favolose e fantasiose. Per questo Trump fa così paura. Trump è il pagliaccio sui trampoli che urla “Venghino signori, venghino al circo” indifferente al fatto che il circo si è già spostato in altra città o forse non c’è mai stato. Trump non spiega, lascia intuire; non parla alle persone, fischia ai cani; dice di volere tutto ma non dice tutto cosa. Il suo autoproclamato piano per l’accordo del secolo - nientemeno - può al massimo tradursi in un via libera per Netanyahu, ma è possibile che, in queste settimane che avvicinano alle elezioni americane e con sondaggi che segnalano il crollo del consenso, Trump questo via libera non lo dia. Se Trump è, come Lucignolo, l’anima grande (e presto gran somaro) che conduce Pinocchio al Paese dei Balocchi, Netanyahu non se lo fa ripetere due volte ed è ormai da anni saltato sul carrozzone del big friend americano: non stupisce allora che anche i piani di annessione per la storica data del 1° luglio di cui si fa gran parlare siano poveri di contenuti e la data già superata e disattesa. Centinaia di osservatori ed ex ufficiali israeliani si sono apertamente schierati contro l’annessione - questa annessione - menzionando tra l’altro come non solo non risolva i problemi di sicurezza, ma anzi li accresca. E poi annessione di che cosa? Con quali obiettivi? Con quali conseguenze?

 

Un compromesso imperfetto

Un compromesso imperfetto che consideri esclusivamente le esigenze israeliane (teniamo ancora per un attimo i palestinesi tra parentesi) deve tenere presente che il controllo almeno parziale dei territori è indispensabile per la sicurezza, e che la fine dell’occupazione è indispensabile per i motivi demografici, diplomatici ed etici che abbiamo visto parlando di doppio dilemma. L’annessione della valle del Giordano e di alcuni blocchi di insediamenti di cui Netanyahu nelle settimane scorse ha fatto un gran parlare sarebbe una proposta interessante se fosse parte di un programma più ampio, ma ha piuttosto l’aria di un tentativo di arraffare un po’ di terra lasciando tutto il resto inalterato, complice l’atteso ma quantomeno dubbio via libera di Trump. Eppure l’annessione unilaterale di una parte dei territori da parte di Israele non è forse da rifiutare in partenza, per motivi di principio, altrimenti si tornerebbe ancora una volta alla ricerca della perfezione e al rifiuto del compromesso. Un piano di serio compromesso invece potrebbe: (1) limitare l’annessione alle zone fondamentali per esigenze di sicurezza, per esempio la stretta fascia lungo il fiume Giordano al confine con la Giordania; (2) fermare l’espansione e la moltiplicazione degli insediamenti e smantellare quelli non (ancora) legalizzati; (3) aumentare l’estensione dell’area A sotto esclusivo controllo arabo palestinese, cercando di mettere in comunicazione le aree urbane per togliere progressivamente i checkpoint, che per i palestinesi sono il segno tangibile e quotidiano dell’occupazione; (4) collegare con strade esclusive le porzioni non contigue di area A; (5) dare la cittadinanza israeliana a tutti gli abitanti delle zone annesse, senza distinzioni etniche, discriminazioni o espulsioni; (6) staccare i quartieri orientali di Gerusalemme, che fino alla enorme e arbitraria estensione della municipalità successiva alla guerra dei sei giorni non erano compresi nella capitale israeliana. Non si tratta di “dividere” Gerusalemme, spauracchio delle destre israeliane, ma semplicemente di decidere che alcune zone oggi formalmente comprese nella città fanno riferimento a un’altra municipalità, che potrebbe benissimo diventare capitale di una nuova entità politica arabo-palestinese.

 

I vantaggi dell’unilateralità

In Israele da anni ci sono think tank che valutano queste e altre possibilità, ma i governi non sembrano per ora interessati a prenderle sul serio. Tre considerazioni sono necessarie a margine del modello che abbiamo visto: (a) è basato su un’azione unilaterale di Israele; (b) non risolve (e non vuole risolvere) i problemi, ma punta a mantenere la sicurezza riducendo l’occupazione e in particolare l’impatto di quest’ultima sulle vite degli arabi palestinesi; (c) rinforza l’autorità palestinese. È molto probabile che anche a fronte di un’opzione come quella abbozzata la leadership araba palestinese dapprima griderebbe allo scandalo e all’apartheid. Ma poi i vantaggi della decisione unilaterale di Israele cadrebbero a pioggia su tutti. L’allentarsi sulla vita delle persone (si pensi alle estenuanti ore ai posti di blocco) del controllo israeliano, che oggi è motivato da esigenze di sicurezza, porterebbe probabilmente non alla pace e all’amicizia, ma alla convivenza. Adesso possiamo finalmente togliere i palestinesi dalla parentesi in cui li abbiamo costretti e, se hanno qualcosa da dire che non sia uno slogan massimalista, Israele ha il dovere di ascoltarli. Magari un giorno non lontano i palestinesi, come gli israeliani, non vorranno più tutto. Magari si accontenteranno di qualcosa.

Giorgio Berruto

 

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