Ricordi
 

Zeev Sternhell

 

 

 

Il sonno della ragione crea mostri

di David Calef

 

Nella tarda primavera del 2002, durante la seconda intifada nel pieno di un’ondata di attentati terroristici, ero in Israele. Grazie all’interessamento di Shulamit Volkov, storica e studiosa dell’ebraismo tedesco del Novecento di cui ero ospite, intervistai quattro storici: Benny Morris, Anita Shapira, Ilan Pappe e Zeev Sternhell. Ha Keillah pubblicò l’intervista sull’ultimo numero del 2002.

Gli incontri furono interessanti ognuno a suo modo, ma quello con Sternhell mi restò impresso più degli altri e non solo per l’affinità delle mie idee alle sue riguardo alla soluzione del conflitto con i palestinesi.

L’intervista con lo storico israeliano, condotta nello studio della sua casa a Gerusalemme, cominciò con un tono cordiale ma formale. Ad un certo punto, mentre bevevo un bicchiere d’acqua che mi aveva offerto, Sternhell mi domandò quali erano le origini dei miei. Risposi che il mio nonno materno era nato a Biberka, un piccolo villaggio nei dintorni di Lemberg (oggi Lvov in Ucraina), la capitale della Galizia. Appena menzionai Lvov, Sternhell sorrise, interruppe il mio breve racconto e mi disse “Anch’io sono di quelle parti.” Sternhell era infatti nato a Przemyśl una cittadina ad ovest di Lvov. Nel 1941, durante l’Operazione Barbarossa, i nazisti invasero Przemyśl, rinchiusero gli ebrei nel ghetto e assassinarono la madre e la sorella di Sternhell. Solo grazie all’intraprendenza di uno zio, quest’ultimo riuscì a scappare a Lvov dove visse con una famiglia cattolica fino al 1946, anno in cui raggiunse altri familiari in Francia.

Accertato che avevamo radici galiziane in comune, l’intervista continuò con una certa spigliatezza.

Otto anni più tardi incontrai di nuovo Sternhell a Bruxelles, in occasione del lancio di JCall, il movimento di ebrei europei che nel 2010 iniziò le sue attività di sostegno alla soluzione Due Popoli Due Stati.

Alla manifestazione di JCall, in un’aula del Parlamento Europeo, oltre ai rappresentanti delle sezioni nazionali, parteciparono una serie di ebrei, intellettuali e non, che sostenevano le ragioni del movimento. Tra i tanti sostenitori di JCall convenuti in Belgio intervenne anche Sternhell. Più di altri, Sternhell aveva ottime ragioni per essere lì, quel 3 di maggio. Qualche anno più tardi, in una lunga intervista raccolta nel volume Histoire et lumières: Changer le monde par la raison (2014), Sternhell definì JCall “un’iniziativa eroica”, a conferma del fatto che per lui la sinistra israeliana fosse troppo debole ed esangue per opporsi in maniera efficace alle politiche espansioniste e reazionarie del Likud e dei suoi alleati. Ovviamente non aveva quasi nessuna fiducia nel partito laburista.

A Bruxelles, chiacchierammo durante l’intervallo tra due sessioni: io gli parlai del mio nuovo lavoro, lui mi disse che aveva da poco scritto per la “New Left Review” la stroncatura di un libro ferocemente antisionista come Returns of Zionism di Gabriel Piterberg. Gli dissi che sarei venuto a trovarlo al prossimo viaggio a Gerusalemme. Ma nel 2014 non riuscii a combinare i miei orari con i suoi e non l’ho più rivisto. Da allora ho continuato a leggere i suoi articoli su “Haaretz” in cui sferzava le politiche dei vari governi israeliani.

Nel corso della sua vita, Sternhell ha continuato a definirsi sionista e arci-sionista e al contempo a sottoporre la politica israeliana degli insediamenti ad una critica implacabile e, purtroppo, sempre più sfiduciata.In un’intervista di qualche anno fa su “Le Nouvel Observateur” disse all’intervistatore: “[La destra israeliana] vuole conquistare la Cisgiordania, vuole annetterla senza dirlo in modo esplicito. Vuole che i palestinesi accettino spontaneamente la propria inferiorità di fronte alla potenza israeliana… Nei territori occupati ci sono due popolazioni tra cui 350,000 ebrei. Ciò ha creato una situazione che molti oggi pensano sia già irreversibile. Io mi sforzo a pensare che sia ancora reversibile. Ma, dentro di me, so che la situazione è disperata e senza speranza”. Posso che dire che la pensavo e la penso come lui.

Mi sembra che negli anni un filo rosso abbia legato tutti i suoi interventi: una fiducia totale nel potere della Ragione e nelle ragioni degli illuministi. Allo stesso tempo, Sternhell, come storico delle idee, ha studiato e fatto letteralmente a pezzi (cfr. Contro l'illuminismo. Dal XVIII Secolo alla Guerra Fredda, 2007) un gruppo di autori antilluministi e sostenitori di ideologie autoritarie e illiberali: un raggruppamento molto (forse anche troppo) ampio e variegato che va da Johann Gottfried Herder e Maurice Barrès a Isaiah Berlin e a Norman Podhoretz.

Credo sia stata proprio la sua passione per la ragione e per i valori (in primis i diritti universali degli uomini) dell’illuminismo a farmi essere in grande sintonia con i suoi articoli sul conflitto medio-orientale. La sua passione per Israele era tanto intensa quanto disincantata: non lasciava spazio né ai miti nazional-religiosi né tanto meno all’uso pretestuoso della Shoah per giustificare l’appropriazione delle terre dei palestinesi e la negazione dei loro diritti. Tuttavia penso che rendere omaggio a Sternhell significhi anche riconoscere che, al di là dell’impeccabile impegno di intellettuale militante, alcune delle sue tesi non abbiano sempre colto nel segno. La sua interpretazione sulla genesi francese del fascismo (ad es. la Francia come culla e laboratorio autoctono del pensiero fascista) continua a non sembrarmi persuasiva. Così pure ritengo che la sua tesi sull’ideologia fascista, che per lui nasce sempre dalla fusione tra movimenti di destra e di sinistra (cfr. Né destra né sinistra. L'ideologia fascista in Francia, 1983) presenti diverse eccezioni. Infine, anche recentemente (la citata intervista su “Le Nouvel Observateur” del 2014) Sternhell ha ribadito che Mussolini “nel 1938 è stato obbligato a promulgare le leggi antiebraiche a causa della sua alleanza con Hitler”. Una tesi che alla luce della storiografia degli ultimi anni mi sembra piuttosto dubbia.

Ma l’eredità intellettuale di Sternhell resta straordinaria e la sua voce tanto più indispensabile quanto più Israele procede senza trovare ostacoli verso l’annessione di un terzo della Cisgiordania.

Al grande rammarico di aver perso una delle voci più limpide della cultura israeliana si aggiunge la rabbia per essere costretti a osservare Netanyahu ad un passo dal realizzare un regime di apartheid in nome della sicurezza israeliana.

Shalom, Zeev.

David Calef

Zeev Sternhell

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