Memoria

 

 

 

Radici ebraiche in ebrei laici in Italia e in Israele

di Rimmon Lavi

 

Un vicino religioso, docente di Talmud all'Università di Gerusalemme, si è commosso venendo a sapere che i miei nonni materni erano di Asti e Moncalvo, che assieme a Fossano sono le tre comunità APAM, di cui lui sapeva molto (al contrario di un rabbino che 50 anni fa mi aveva quasi rifiutato il permesso di sposarmi perché non ne aveva mai sentito parlare e non poteva definirmi ashkenazita o sefardita). Mi ha subito imprestato il Mahzor APAM di Rosh Hashanà e Yom Kippur, edito da Daniel Goldshmidt. Questo studioso era riuscito a ricostruire a mosaico da fonti varie l'unico esempio del rito ebraico francese di prima dell'espulsione degli ebrei dalla Francia di Carlo VI nel 1394 - appunto rimasto in uso solo nelle tre piccole comunità piemontesi, che già all'inizio del secolo scorso faticavano a fare minian.

Io, laico e agnostico, mi sono ritrovato a cercare radici da me quasi ignorate per settant’anni: sapevo, sì, dei miei nonni materni, Alberto Colombo di Asti e Estella Foa di Moncalvo, uccisi ad Auschwitz pochi mesi dopo la mia nascita all'estero. Mai ho avuto interesse genealogico e anche mia madre, Anna Colombo, che pure era cresciuta con loro prima ad Alessandria, poi a Genova, non aveva coltivato dopo la tragedia rapporti famigliari, eccetto che con sua sorella Faustina, mia unica e carissima zia. Non che non sapessi di essere ebreo, certo: ho fatto tutti gli studi elementari e liceali in scuole ebraiche, ma per me la storia personale era cominciata con la Shoah, come il big bang, la grande esplosione dell'universo, prima del quale non c’è nulla: quasi che la storia antica fosse staccata completamente dalla realtà attuale. Casomai la storia degli ebrei era per me una delle tante che si ricordano meglio dai romanzi storici, come la Bibbia (perdonatemi l'irriverenza), o come I sognatori del Ghetto dello Zangwill, che dai testi scolastici o scientifici. L'unico interesse ebraico rilevante nella mia vita è stato il sionismo: quasi come se Hess, Pinsker, Herzl, Jabotinsky fossero vissuti anche loro come me dopo la Shoah. Tra i miei pochi ricordi d'infanzia ho, sì, il Seder di Pesach molto cerimonioso, con alcuni canti belli, festeggiato presso un ricco e lontano zio ad Alessandria e le preghiere di Kippur, troppo lunghe, al tempio locale. Già poco dopo il Bar Mitzvà, mi sono dichiarato laico e indifferente alla religione e anche alle origini comunitarie di prima della Shoah: per esempio, pur conoscendo bene Alessandria e visitate in gite in bicicletta da Milano sia Asti sia Moncalvo, mai ho pensato di cercare luoghi e ricordi della famiglia.

Eccomi per caso a cercare adesso un legame personale alle APAM: purtroppo non posso più fare domande a mia madre, morta a 101 anni nel 2010, o a mia zia, morta anche prima. Mi sono allora messo a rileggere il libro autobiografico di mia madre, Gli ebrei hanno sei dita, del 2005, che credevo di conoscere, avendola aiutata a suo tempo a correggerne le bozze. Stranamente anche in questo non c'è nessun accenno al legame ebraico dei suoi, eccetto che la nonna teneva più o meno alla kasherut, e che chiudevano il negozio, ma solo per Kippur. Nessun accenno invece a cerimonie al tempio o feste ebraiche in famiglia. Nel libro di mia madre, il suo primo ricordo "ebraico" a 8 anni è il pianto commosso del rabbino d'Alessandria, Rodolfo Campagnano, durante l'ora settimanale di "religione" (cioè di cultura ebraica) ai bambini, la domenica al tempio, quando ricevette la notizia della dichiarazione Balfour. E proseguendo mi rendo conto che le sue famiglie piccolo borghese di Asti, Moncalvo e Alessandria,tre-quttro generazioni dopo l'emancipazione di Carlo Alberto nel 1848, si sparsero per tutto il nord Italia e alcuni anche in America: quasi la metà dei nomi ricordati da mia madre accasati con non ebrei. Praticamente mia madre, pur essendo cosciente di essere ebrea, si è trovata, secondo quanto descritto nel suo libro, ad essere attiva in circoli ebraici solo durante l'Università a Genova, grazie al sionismo, che per lei ha significato, negli anni del fascismo in Italia, una finestra sulla democrazia (e anche il rapporto romantico con uno studente ebreo romeno, che poi sarà mio padre).

Quello che però mi stupisce, e quasi non appare nel suo libro, è l'interesse che ha avuto da allora (malgrado il suo fermo ateismo fin da adolescente) a soggetti culturali ebraici (a parte il sionismo, in cui sono cresciuto e che ha portato in Israele prima me e poi anche lei). Quando è morta ho fatto la lista delle sue conferenze e degli articoli da lei pubblicati, tra l'altro sulla prestigiosa Rassegna Mensile d'Israel: più della metà dei titoli sono su temi biblici o talmudici o di storia ebraica dal Medioevo all’Ottocento. Sì, l'antisemitismo è stato uno dei soggetti più presenti, ma lei l'ha scoperto in Romania, più ancora che con le leggi razziali del 1938 in Italia quando fu scacciata dalla scuola di stato. L'antisemitismo non è presente nell'atmosfera familiare e della gioventù da lei descritta.

Questo suo profondo interesse intellettuale sull'ebraismo mi appare oggi un'eredità forse inconscia delle origini comunitarie. Quasi che essere ebrei non sia soltanto, come credevo io dopo la Shoah e in seguito a Sartre, essere vittima d'antisemitismo, e definito dagli antisemiti, ma avere radici culturali e storiche, trasmesse in codici spesso ignorati o sconosciuti (come il DNA biologico, come gli archetipi junghiani) o persino rifiutati coscientemente come i precetti religiosi.

Leggendo il Mahzor di APAM, cerco non solo di riconoscere motivi simili a quelli vagamente in mente dal tempio di Alessandria, ma anche d'immaginarmi ciò che mia madre avrebbe scritto su di esso, se avesse saputo della prima pubblicazione nel 1970: si sarebbe sforzata, lei così pedante, di decifrarne ogni parola e di ritrovarne reminiscenze nel dialetto giudaico-piemontese di cui aveva pochi ma vividi esempi famigliari. Il culto mi è estraneo già da tempo, ma mi trovo chino sul Mahzor e mi echeggiano certe rime e certi nigunim sentiti già nell'infanzia, come "Bet Yaakov lehu veneleha" (Figli di Giacobbe, andate e andremo – le cui iniziali formarono la sigla BILU, dei primi coloni ebrei in Palestina, prima ancora del sionismo), "Leha Adonai hamamlaha" (A te, Signore, il regno – come nel canto della fine dell'Haggadà di Pesach). Individuo nel Mahzor molti motivi di coscienza sociale e di giustizia umana: mi pare adesso che ci fosse anche l’origine inconscia del socialismo utopico e ingenuo di mio nonno, assieme alle lotte popolari delle mondine nelle risaie e delle operaie della Borsalino della fine dell'Ottocento piemontese, in cui era cresciuto. Purtroppo risuonano nel Mahzor anche le persecuzioni millenarie: "I tuoi fedeli, uccisi, macellati, sterminati, soffocati, crocifissi e sepolti vivi", pur conservando, i superstiti, la fede nel Dio misericordioso.

Ecco dunque la scoperta, pur restando io laico per convinzione, di radici culturali famigliari, finora "rinnegate", assieme al culto, nella speranza di non essere più "ebreo" nel senso diasporico, una volta divenuto "israeliano". Il nesso tra il sionismo, la realtà israeliana e il popolo ebraico è problematico per chi come me è molto critico della politica etnocentrica dei governi d'Israele. Il Mahzor APAM mi ha aperto un possibile legame personale e familiare. In questi giorni di anniversario della Guerra dei sei giorni nel lontano 1967, in cui ho partecipato da ufficiale, e di 53 anni d'occupazione su più di 4 milioni di palestinesi, devo aggiungere, però a questo legame personale la condizione di non negare ad altri il diritto all'autodeterminazione nazionale, basato su come interpretano loro la realtà e su radici comunitarie, anche se provenienti da processi diversi e meno antichi dei nostri, ma per loro tragici e formativi.

Rimmon Lavi, Gerusalemme

 

Daniele Portaleone, Cespuglio di fiori rossi

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