Libri

 

 

Il mostro della memoria

di Anna Segre

 

Che sia un libro decisamente inquietante lo dice anche la quarta di copertina. Del resto sembra difficile non essere inquieti quando si parla di Shoah. Ma questo libro è inquietante a più livelli, e anche in ambiti apparentemente lontani dal tema principale.

Curiosamente l’inizio della vicenda potrebbe apparire non troppo dissimile da quello di Olocaustico di Alberto Caviglia di cui avevo parlato nel numero di marzo: in entrambi i romanzi il protagonista si occupa di Shoah per mestiere - e scopriamo in flashback che è arrivato a farlo suo malgrado, benché quello non fosse il suo interesse primario - ma nel corso della vicenda non potrà fare a meno di esserne sempre più coinvolto. Detto così sembra che i due testi abbiano moltissimo in comune (tra l’altro, in entrambi ha un ruolo significativo Yad Vashem), in realtà non potrebbero essere più diversi. Se Olocaustico era un romanzo distopico e paradossale non privo di ironia e di leggerezza, Il mostro della memoria è invece un racconto teso, cupo, una sorta di lunga confessione che il protagonista (di cui non conosceremo mai il nome) rende al direttore dello Yad Vashem, che è anche un personaggio secondario della vicenda: espediente insolito, che determina una narrazione ininterrotta, non suddivisa in capitoli o paragrafi. Si capisce fin dall’inizio che qualcosa andrà storto e quindi si legge d’un fiato con una certa apprensione.

Se in Olocaustico la memoria della Shoah sembrava non interessare più a nessuno, nel Mostro della memoria, invece, pare essere il settore di ricerca storica che attira più visibilità, fondi e possibilità lavorative, tanto da allettare il protagonista che inizialmente avrebbe preferito occuparsi di tutt’altro; egli finisce dunque per diventare uno dei più grandi esperti dei campi di sterminio e fa continuamente da guida alle scolaresche israeliane, a ufficiali dell’esercito, persino a un ministro, scrive, pubblica, fa da consulente. Qui non c’è dunque mancanza di memoria; si tratta però di una memoria malata, abusata, piegata a messaggi politici per lo meno ambigui. Se per gli europei i campi di sterminio sono un monito all’umanità intera affinché non si commettano più simili orrori, per la società israeliana di oggi la Shoah è invece un invito agli ebrei ad essere forti, decisi e determinati e a non farsi mai più trattare come pecore portate al macello. Tutto questo emerge esplicitamente nei commenti di alcuni ragazzi durante le visite ai campi, così come emerge (a un certo punto anche da parte del protagonista stesso) una sorta di paradossale ammirazione per l’efficienza tedesca. Spesso nel testo si discute sulla nostra (degli israeliani di oggi ma credo di tutti noi) incapacità di odiare davvero i tedeschi, che pure della Shoah sono stati gli ideatori, mentre nutriamo un’istintiva avversione per i polacchi. Inquietanti, appunto, le riflessioni sulla capacità che hanno avuto i tedeschi (spesso volutamente si parla di tedeschi e non di nazisti) di sporcarsi le mani il meno possibile, delegando gran parte del lavoro nei campi di sterminio ai polacchi e agli stessi ebrei.

Inquietante, anche se non direttamente legata al tema della Shoah, la scena in cui il protagonista ascolta musica di Bach fantasticando di vivere nella sua epoca e di essere un suonatore di musica klezmer che si reca da lui chiedendo di essere suo apprendista; ma poi si documenta, ascolta come si parla degli Juden nella Passione secondo Giovanni e spegne la musica che lo fa stare male: “Non partire, dissi al musicante klezmer Non ti prenderà come apprendista”. Un’inquietudine che ci pervade fino alla fine del libro quando compare un regista tedesco che in qualche modo potrebbe rappresentare un Bach di oggi. Insomma, per quanto l’approccio degli israeliani verso la Shoah sia in questo libro aspramente criticato, bisogna tener presente che non ne emerge mai uno alternativo e più corretto.

Un aspetto quest’ultimo che a mio parere non viene sottolineato debitamente nel risvolto di copertina e nelle recensioni di lettori che ho trovato in rete, tutti concentrati a mettere in evidenza la denuncia verso il modo in cui la Shoah viene strumentalizzata nell’Israele di oggi. Certo, questo tema non manca, anzi, è senza dubbio il tema principale, ma credo che senza prendere atto del simmetrico campanello di allarme sulla cultura europea il libro apparirebbe troppo semplicistico. Così come è troppo semplicistico, a mio parere, parlare di un protagonista freddo e distaccato che poi progressivamente si lascia coinvolgere dai drammi umani con cui viene in contatto. Mi pare che si dovrebbe ricordare che la cornice narrativa è pur sempre una lettera-resoconto rivolta al direttore di Yad Vashem, non un diario intimo. La necessità di una sorta di freddezza professionale nei confronti della Shoah è qualcosa che ho provato anche io a volte nella mia funzione di insegnante di storia, e ancora di più nella mia breve esperienza di intervistatrice per la Shoah Foundation. Nel racconto, casomai, la mancanza di empatia del protagonista non è tanto nei confronti delle vittime quanto (e a un certo punto lo ammette lui stesso) dei ragazzini israeliani condotti non per loro scelta in quella sorta di gite scolastiche dell’orrore.

Ma forse l’elemento che mi ha inquietato più di tutti – e che dimostra una volta di più quanto l’alternativa ad una memoria malata possa essere soltanto una memoria ancora più malata – sta in una scena apparentemente secondaria, quando il protagonista in uno dei suoi viaggi incontra un chassid in visita alla tomba di un famoso rabbino che, a suo dire, a causa di un evento miracoloso non era stata profanata dai tedeschi, che erano anzi fuggiti risparmiando tutti gli ebrei del luogo; il chassid, completamente convinto di questa assurda leggenda, è del tutto sordo di fronte alle prove contrarie che il protagonista gli fornisce e ammette soltanto che «forse i miscredenti, quelli che lei definirebbe “persone colte” ricevettero una punizione». Sarò forse esagerata, ma questa brevissima scena mi ha angosciata al punto da non farmi addormentare dopo averla letta. Com’è possibile che ebrei che fanno dell’osservanza delle mitzvot il fondamento della propria esistenza dimentichino così facilmente il precetto “Ricordati di quello che ti ha fatto Amalek”? Non so quanto la scena sia realistica, e quanto questo atteggiamento di negazionismo (non si può definirlo diversamente) da parte dei charedim sia comune. Finora avevo letto di negazioni, non di false narrazioni alternative. La negazione può essere una sorta di rimozione, l’incapacità da parte del mondo charedì di accettare una verità troppo terribile, cioè il fatto che probabilmente le vittime della Shoah erano per la maggior parte ebrei osservanti. Ma le rimozioni durano un certo tempo e poi piano piano vengono superate, così come è accaduto per esempio per le leggi razziali in Italia. Finora avevo sempre pensato che si trattasse solo di aver pazienza - la memoria per il popolo ebraico non si misura in anni o decenni ma in secoli – e prima o poi sarebbe arrivata la memoria charedì della Shoah con i suoi rituali, le sue commemorazioni e tutto il resto. Ma se davvero invece tra i charedim si stanno diffondendo narrazioni alternative e negazioniste c’è il pericolo reale che tra gli ebrei si formino due memorie concorrenti e inconciliabili e che ogni tentativo di narrare la verità possa essere percepito come un’offensiva della cultura laica che pretende di essere egemone, una mancanza di rispetto verso i charedim e la loro visione del mondo. Se così fosse nel giro di una o due generazioni gli ebrei non avrebbero più una memoria comune, e questa sarebbe la fine del popolo ebraico come lo conosciamo ora.

Forse è questo il più terribile dei tanti mostri contro cui dobbiamo combattere.

Anna Segre

 

Yishai Sarid, Il mostro della memoria, traduzione di Alessandra Shomroni, edizioni e/o, 2019, pp. 135, € 15