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Riflessioni di una rabbina sulla questione antisemita

 

di David Terracini

 

Delphine Horvilleur è una rabbina francese del Mouvement juif liberal de France (MJLF), membro del Conseil des rabins liberaux francophones e direttrice della rivista di pensieri ebraici Tenu’a. Scrittrice e filosofa, corrispondente di France 2 da Gerusalemme e della RCJ da New York, ha pubblicato diverse opere sul mondo femminile in rapporto alla religione ed articoli su Le Monde, Le Figaro, Elle e l’Express.

“È ovvio – scrive - che non spetta mai alla vittima di una violenza o di una discriminazione spiegare la cause dell’odio che subisce né analizzare le motivazioni del carnefice”. In apparente contraddizione con questo assunto, la Horvilleur analizza alcune immagini del popolo ebraico proiettate da esso stesso e dai suoi nemici, immagini spesso non in contrasto tra loro.

Nel primo capitolo l’autrice osserva il popolo ebraico ed i suoi persecutori con l’occhio dei grandi Maestri del Talmud, che hanno interpretato le persecuzioni subite come prolungamento di antichi odi raccontati dalla Torah, dai libri dei Profeti o dagli Agiografi. Alcuni maestri hanno sostenuto non solo che i nostri nemici si comportarono come si comportarono Caino, Esaù, Amalek e Hamman con i nostri antenati, ma addirittura che gli stessi erano i lontani eredi genetici degli antichi persecutori. (Mi sembra, detto tra noi, che questa interpretazione genealogica sia simmetrica a quella accampata pochi anni dopo dai nostri persecutori cristiani, che ci considerarono eredi di chi condannò a morte Gesù).

Sempre ai racconti e ai commenti di grandi Maestri del Talmud fa riferimento il secondo capitolo, ove il popolo ebraico della golà venne narrato come diverso dagli altri popoli, in rapporto ambiguo tra sudditanza e dialogo alla pari con l’autorità imperiale romana. Fu allora che i nostri nemici giunsero ad individuarci come corpo estraneo alla purezza del corpo omogeneo dell’Impero, ferita purulenta da estirpare con un’amputazione, non diversamente da ciò che ci avrebbero fatto i nazisti, sedici secoli dopo, fautori della purezza ariana.

L’autrice nel capitolo successivo dal titolo “L’antisemitismo è una guerra tra i sessi” rievoca testi di “naturalisti” medievali che sostenevano che gli ebrei erano soggetti alle mestruazioni. All’ebreo venivano attribuiti la sottigliezza, l’acume, la padronanza delle parole tipici femminili, e al gentile i muscoli, il coraggio e la dimestichezza con le armi. Ma ecco che questa immagine dell’ebraismo femmineo viene tosto ritrovata dall’autrice in racconti del Talmud, dove ad esempio la destrezza nella parola di un maestro imberbe ed effeminato risulta vincente sulla muscolosità di un brigante gladiatore. Metafore allegoriche che rappresentano il popolo ebraico come figura femminile ed il suo legame con un Dio maschile vengono ritrovate anche nei testi del Cantico dei Cantici e di profeti come Osea, Isaia e tanti altri. L’autrice espone quindi casi esemplari, portati da filosofi e psichiatri contemporanei, di coincidenza di maschilismo, misoginia, ossessiva crisi di identità maschile ed antisemitismo. (E qui ci viene spontaneo chiederci se l’esercizio della preghiera e della ginnastica mentale sull’interpretazione dei testi non siano stati la forza del popolo ebraico, minoranza disarmata, a fronte dello strapotere bellico muscolare delle nazioni che lo circondavano. E se questo autocontrollo, questa autodisciplina mentale insistenti non siano stati in qualche modo un esercizio di rimozione della bellicosità maschile e uno sforzo di condivisione del pacifismo prevalente nel mondo femminile).

Il quarto capitolo è intitolato “L’antisemitismo è una battaglia elettorale”, ove si analizza uno dei più grandi temi dell’odio antisemita: la controversa “elezione ebraica”, qualità che gli antisemiti ci attribuiscono come auto-attribuzione di superiorità sugli altri popoli, mentre i nostri testi la interpretano tutti come separazione e aggravio di responsabilità e di testimonianza. Ci sono addirittura narrazioni del Talmud e racconti popolari che vedono il popolo ebraico riluttante all’accettazione della Torà. La “separazione” del popolo ebraico dal contesto nel quale esso è immerso ha funzione di testimonianza di possibile frattura nel Tutto, vero, ineluttabile e indiscutibile della Roma imperiale, del cristianesimo, dell’islam o del Terzo Reich imperanti. “Le voci del pensiero ebraico - scrive l’autrice - dicono che solo l’eccezione particolare può proteggere lo spaventoso slancio universale di una follia totalitaria. Mormorano al mondo o all’individuo che la Verità non è mai tutta, è frammentata, oppure è criminale”.

Nel quinto e ultimo capitolo si analizzano le versioni aggiornate dell’antisemitismo contemporaneo. Ad un sondaggio dell’Unione Europea che chiedeva alla gente di identificare il paese che costituiva la minaccia più grave alla pace nel mondo, Israele compariva al primo posto, davanti a Iran, Iraq e Corea del Nord. L’immagine del popolo di Israele vittima delle persecuzioni atroci della Shoah in pochi anni è stata sostituita nel mondo dall’immagine di popolo persecutore. Nei paesi ex colonialisti lo Stato di Israele è stato accusato di colonialismo, negli Stati Uniti di razzismo, in Sud Africa di apartheid. E una nuova forma di antisemitismo si è diffusa nei paesi islamici. Israele è stato rappresentato come minaccia contro una unità monolitica presunta del mondo musulmano, e questa accusa è stata estesa agli ebrei della diaspora, considerati solidali con la politica del governo israeliano. La Horvilleur non nega che il nazionalismo del governo israeliano sia stato esca dell’ondata di ostilità nei confronti dello Stato di Israele. Ma si chiede: “Perché la visita di personalità israeliane, di artisti o scrittori presso università europee o americane scatena manifestazioni che nessun partecipante russo, cinese o iraniano suscita mai?” L’antisemita di oggi non vede più nell’ebreo una minaccia contro l’unità omogenea del benefico potere totalitario, ma una minaccia – la minaccia – all’unità indistinta dei popoli oppressi, buoni e perseguitati. Accade così che l’estrema destra rimprovera agli ebrei di minacciare l’ordine costituito, e l’estrema sinistra invece rimprovera loro di appartenervi.

Il libretto si conclude con una ricetta, ambita dagli antisemiti di tutti i tempi, per far sparire l’identità del popolo ebraico, ma questa ricetta è in un finale che non possiamo rivelare…

 

David Terracini

 

Delphine Horvilleur, Riflessioni sulla questione antisemita, Giulio Einaudi editore, 2020, (Edizione speciale su licenza Einaudi a cura di GEDI per Repubblica, 2020), pp. 120, € 14

 

 

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