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Musica ebraica e musicisti ebrei

di Enrico Fubini

 

È diventato un luogo comune dire che quasi tutti i grandi musicisti ed in particolare gli esecutori sono ebrei e non è qui il caso di tentarne un elenco, anche perché si rischia di sfiorare il razzismo. Più interessante piuttosto è cercare di capire il rapporto tra l’ebraismo e i compositori e gli strumentisti ebrei, rapporto che nella storia è stato assai problematico e tutt’altro che pacifico. Quando si pensa ai grandi esecutori e ai numerosi compositori ebrei raramente ci si ricorda che questa fioritura è molto recente e non risale più in là della seconda metà del secolo XVIII, cioè dell’emancipazione. Sarebbe facile osservare che le professioni sono state accessibili per gli ebrei solamente da quell’epoca e la musica non dovrebbe fare eccezioni. Tuttavia la musica per quanto riguarda esecutori e compositori è un caso a parte e la loro assenza in epoca precedente non è certo addebitabile solamente all’antisemitismo e alle limitazioni alle professioni cosiddette liberali poste agli ebrei, ma trova la sua origine in problemi di portata assai più vasta all’interno stesso dell’ebraismo.

Sino alla caduta del Tempio nel 70 dell’e.v. la musica sia vocale che strumentale fioriva nel mondo ebraico e la Torà stessa testimonia l’esistenza di numerosi strumenti, presenti anche nel Tempio di Gerusalemme, e di musicisti che intonavano i loro canti di gioia per vittorie o altri eventi lieti accompagnandosi con gli strumenti allora in uso. Dopo la caduta del secondo Tempio tutto cambia nei riguardi della musica che viene vietata per il lutto perenne da tenersi dopo la sua distruzione. La musica strumentale in particolare, un tempo sinonimo di celebrazione gioiosa e festiva, viene proibita e così tutta la musica di carattere profano. Tali proibizioni hanno condizionato pesantemente tutto lo sviluppo della musica ebraica sino a tempi molto recenti ma per altro verso hanno anche fatto sì che il canto ebraico liturgico e in particolare la cantillazione - l’unica forma di canto permesso - abbia acquistato una sua peculiarità tale da costituire un caso unico nella musica occidentale e orientale, che peraltro ha largamente influenzato il canto della chiesa cristiana, perlomeno nei primi secoli. La musica ebraica vera e propria, così come è stata consacrata da una lunga tradizione che risale ai secoli che hanno seguito la caduta del secondo Tempio, è dunque vocale e mai accompagnata da strumenti e si è articolata sempre come un’estensione della cantillazione biblica. L’ostilità nei confronti di una musica altrimenti concepita esiste tutt’ora in circoli ortodossi (1). Queste caratteristiche sono rimaste tali sino alla fine del secolo XVIII e molto rare sono le figure di musicisti compositori che si siano distinti tra i loro colleghi cristiani, dal momento che la quasi totalità dei canti sono di tradizione orale e come tali trasmessi da una generazione all’altra, con scarse influenze da parte della musica dei paesi della diaspora ebraica.

Questo panorama muta profondamente a partire dalla fine del Settecento e con l’inizio del secolo XIX incominciano a comparire compositori ebrei, allineati per lo più allo stile dei loro colleghi cristiani e poi sempre più numerosi esecutori famosi, violinisti, pianisti, direttori d’orchestra, dimentichi degli antichi divieti. Molti tabù, è ovvio, sono caduti con l’emancipazione e la conseguente assimilazione, con effetti assai complessi sulla compagine sociale e religiosa dell’ebraismo tradizionale, non ultima la nascita della Riforma. E la musica non fa eccezione a questa generale tendenza. Se si pensa alle straordinarie composizioni di Mendelssohn, e poi alle opere di Halevy, di Meyerbeer e poi di Mahler, di Schönberg, di Bernstein, di Ernest Bloch, di Gershwin e di tanti altri musicisti, sino alle più recenti avanguardie, musicisti tutti anagraficamente ebrei, ci si chiede se, dopo la caduta dei divieti tradizionali, le loro composizioni appartengano ancora in qualche modo alla tradizione della musica ebraica. La risposta non è semplice e forse bisognerebbe operare le dovute distinzioni e considerare il problema caso per caso.

Ma prima di affrontare tale difficile questione non si può non ricordare la rivoluzione nei riguardi della musica portata dalla cultura hassidica nel XVIII secolo nel nord-est dell’Europa. In realtà il tradizionale divieto dell’uso degli strumenti è caduto proprio con il hassidismo, e questa volta non certo per effetto dell’emancipazione o dell’assimilazione che era a quei tempi ben lungi dal toccare i paesi in cui è fiorito il hassidismo. L’introduzione dell’uso degli strumenti, non solamente per accompagnare la voce ma anche come espressione musicale autonoma, ha rappresentato un’autentica rivoluzione rispetto alla cultura ebraica tradizionale ed era fondato su presupposti ideologici ben precisi. La musica infatti rappresenta per il hassidismo una via privilegiata per rivolgersi a Dio, una preghiera più intensa, non solamente frutto della ragione, preghiera che sgorga direttamente dal cuore. La polemica tipicamente hassidica nei confronti dei mitnagghedim, di coloro che si opponevano alle usanze hassidiche e che basavano la vita ebraica soprattutto sullo studio, ha portato a questa rivalutazione della musica come forma di preghiera più libera e meno istituzionalizzata, che può affiancarsi allo studio e alla tradizionale cantillazione biblica. Si può così dar corso alla libera invenzione melodica e al suono degli strumenti (violino, clarinetto, chitarra, tamburelli ecc.) per esprimere ciò che la parola da sola non riesce ad esprimere.

La musica sorta dal movimento hassidico ha avuto un’importanza enorme sul futuro sviluppo della musica ebraica e indubbiamente molti musicisti ebrei del Novecento hanno conservato nelle loro musiche il ricordo più o meno esplicito delle melodie hassidiche, sopravvissute sino ad oggi, anche se spesso in forme volgarizzate e banalizzate. La musica strumentale hassidica, usata nelle festività, nei matrimoni soprattutto, è quella che va sotto il nome di musica klezmer (strumenti del canto) ed è diventata in tempi molto recenti pressoché una moda. Molti gruppi oggi, anche di musicisti non ebrei, eseguono musica klezmer, più o meno autentica, più o meno contaminata con altri stili. Gli accenti della musica hassidica di tradizione chiaramente ashkenazita li ritroviamo spesso in musicisti, soprattutto della prima metà del XX secolo, come Mahler, Bloch, Milhaud, Bernstein, e persino in musicisti non ebrei ma vicini alla cultura e alla spiritualità ebraica come Ravel o Shostakovich. Indubbiamente molta musica scritta da musicisti ebrei, di ebraico conserva ben poco o anche nulla. La tradizione più genuinamente ebraica rimane pur sempre quella del canto che si esprime sia nella cantillazione biblica, che conserva intatta la sua vitalità nelle sue infinite versioni, patrimonio melodico di ogni comunità della diaspora, sia nei canti veri e propri, che sono fioriti accanto alla cantillazione e che risentono per lo più dello stile e dei modi del canto popolare dei paesi in cui la diaspora ebraica è stata ospitata.

Se per i musicisti ebrei fioriti nel XIX e XX secolo spesso l’ebraismo non è molto di più che un vago ricordo o una vaga nostalgia di un mondo perduto, lo stesso discorso non vale per molti musicisti israeliani del Novecento, assai più vicini alla tradizione musicale e religiosa ebraica: le loro composizioni si nutrono di motivi tratti non solo dai canti di tradizione ashkenazita ma anche di quelli di tradizione sefardita e medio orientale, dando luogo ad un vero e proprio stile che è stato chiamato stile mediterraneo. Musicisti come Paul Ben Haim, Zvi Avni, David Zehavi, Yehezkel Braun, Mordechai Zeira, Eran Elbar e molti altri hanno composto musica su testi di scrittori e poeti israeliani, divenuta spesso patrimonio popolare e nazionale in Israele, musica che conserva gli stilemi e i modi di una tradizione antica ma che al tempo stesso ha saputo legarsi agli accenti della musica del Novecento europeo

Enrico Fubini

 

(1) Cfr. la rivista Countrass, Torà et Musique, maggio-giugno 1996 e La cantillation Biblique, nov-dic. 1991; numeri interamente dedicati alla musica, in cui si confermano le posizioni molto rigide tuttora esistenti in molti circoli ortodossi, in Israele e fuori d’Israele.

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