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La chiesa e le leggi razziali

di Silvana Calvo

 

Riflettendo, dopo 70 anni, sulle implicazioni delle "leggi razziali" si è portati inevitabilmente a interrogarsi sull’atteggiamento assunto in quel frangente dalla Chiesa cattolica. Questo, tanto più, se si considerano i reiterati sforzi degli ambienti cattolici tesi a rendere credibile un’immagine del Vaticano fermamente ostile alla politica razzista e solidale con gli ebrei perseguitati.

Proprio in questi giorni (19 settembre 2008) sono apparse due notizie di segno opposto. La prima è il preannuncio della pubblicazione nel prossimo numero della rivista dei Gesuiti "Civiltà Cattolica" di un articolo di Padre Giovanni Sale che, si anticipa, affronterà criticamente il comportamento della Chiesa in occasione del varo delle "leggi razziali". Questa, se l’articolo corrisponderà alle aspettative, rappresenterebbe sicuramente una grande novità e una notevole evoluzione dell’analisi della Chiesa su sé stessa.

Per contrasto appare assai sconcertante la contemporanea notizia degli elogi elargiti dall’attuale Pontefice alla figura di Eugenio Pacelli. Rivolgendosi ai partecipanti a un convegno promosso dalla fondazione "Pave the way" dedicato a Pio XII e finalizzato a mettere "nella giusta luce i veri aspetti della sua multiforme azione pastorale", Benedetto XVI ha affermato che il "silenzio" del Papa e della Chiesa di fronte allo sterminio nazista fu unicamente uno strumento per coprire e rendere possibile il consistente aiuto segreto per salvare ebrei messo in atto da Pio XII. È la prima volta che viene espressa ufficialmente da un esponente massimo della Chiesa questa teoria invero assai largamente diffusa nelle pubblicazioni cattoliche e che conta qualche singolo sostenitore anche in ambiente ebraico (ad esempio il promotore del suddetto convegno, l’americano Gary L. Krupp).

Di tanto in tanto, in qualche conferenza o convegno, succede di sentire l’uno o l’altro studioso cattolico preannunciare l’imminente pubblicazione della prova inconfutabile che dovrebbe dimostrare che gli aiuti e i salvataggi praticati da istituzioni o singoli religiosi furono promossi e coordinati dalla Santa Sede e non siano invece dovuti ad apprezzabili iniziative sorte spontaneamente per così dire "a macchia di leopardo". La discussione verte in questo caso intorno al problema di sapere se, e come, la Chiesa si mosse per lenire gli effetti della persecuzione antisemita specialmente dopo l’8 settembre 1943 in Italia.

Se invece ci si pone il problema che sta a monte, ossia cosa la Chiesa fece nelle varie realtà nazionali per promuovere o impedire la persecuzione, per trovare delle risposte non è necessario cercare inediti. Per ricostruire il ruolo svolto dal Vaticano nella genesi della legislazione razzista italiana, ad esempio, ci si può modestamente limitare a quanto è noto da lungo tempo, ossia a quanto pubblicato già nel 1961 da Renzo De Felice in appendice alla sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, (Einaudi), a pp. 561-566. Infatti da quei documenti traspare che le "leggi razziali", firmate da Mussolini e da Vittorio Emanuele III il 10 novembre 1938, furono elaborate con la consulenza se non con la collaborazione di eminenti personalità del Vaticano.

Già un mese prima della loro promulgazione, quando la sostanza dei provvedimenti contro gli ebrei già era stata anticipata nella "Dichiarazione sulla razza" del 6 ottobre, Galeazzo Ciano annotava in una lettera (telespresso n. 00542/c del 12 ottobre 1938) inviata a Mussolini e al Governo: "Come ho già avuto l’onore di riferire, le recenti deliberazioni del Gran Consiglio in tema di difesa della razza non hanno trovato in complesso in Vaticano sfavorevoli accoglienze". Citando poi il futuro Papa Paolo VI, Ciano specifica: "Da Monsignor Montini, sostituto per gli Affari Ordinari alla Segreteria di Stato, ho avuto conferma di tali impressioni e più particolarmente che le maggiori per non dire uniche preoccupazioni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con ebrei convertiti".

Come scrisse nella lettera indirizzata a Mussolini (il 9 novembre) il gesuita Padre Pietro Tacchi Venturi, capo della delegazione pontificia che trattò la materia con il Governo, i negoziatori vaticani non intendevano mettere in questione "il principio voluto dal legislatore, cioè che si tolgano i matrimoni misti" (unioni del resto da sempre avversate dalla Chiesa stessa) ma esigevano che si facessero delle eccezioni per gli ebrei convertiti e battezzati nella fede cattolica. Queste eccezioni, proseguiva Padre Venturi, non avrebbero riguardato neppure 100 matrimoni in un anno "una vera goccia d’acqua in mezzo al mare!".

La restrizione del suo potere decisionale su quali matrimoni andavano permessi e quali negati è stata fortemente risentita in Vaticano come un "Vulnus" al Concordato lateranense del 1929. L’offesa era ritenuta molto grave, tanto da scatenare una reazione molto energica materializzatasi con uno scambio epistolare ad altissimo livello tra Pio XI, Vittorio Emanuele III e Mussolini.

Vista l’incapacità dei negoziatori vaticani di ottenere quanto desiderato, il 4 novembre, Papa Pio XI, al secolo Achille Ratti, prese carta e penna per scrivere al Duce. Dal tono della lettera nonché dall’appellativo "diletto figlio" e dal pronome "tu" si deduce che i rapporti tra i due uomini erano improntati ad affettuosa confidenza. Il Pontefice esordiva chiedendo a Mussolini di "adoperarTi efficacemente a sollevare l’animo Nostro gravato da penosissima cura" poiché "L’art. 7 del disegno di legge, che lunedì prossimo dovrà essere presentato all’approvazione del Consiglio dei Ministri, viene evidentemente a ledere quel solenne patto [il Concordato tra Stato e Chiesa NdA]." Per rimediare sarebbe bastato sostituire il "testo del predetto articolo pronto per l’approvazione", con quello già sottoposto al governo in precedenza ma che, recriminava il Papa, "purtroppo non siamo stati consolati di veder accettato". Ad ogni buon conto Pio XI si premurò di accludere alla lettera l’articolo compilato secondo le pretese vaticane.

Lo stesso allegato il Papa lo unì anche alla lettera che scrisse il giorno dopo a Re Vittorio Emanuele III. Da questa seconda missiva si apprende in modo più specifico che il Governo non aveva adottato integralmente il testo dell’Art. 7 che gli era stato trasmesso dai negoziatori capitanati da Padre Tacchi Venturi. Più precisamente, l’articolo era stato accettato sino alle parole "per legittimazione di prole" ma era stata soppressa la frase "o anche nel caso in cui ambedue i contraenti, sebbene di ‘razza diversa’ professano la religione cattolica".

Tre giorni più tardi, il 7 novembre Mussolini scrisse al Re per autorizzarlo a rispondere al Papa e per esprimere il suo disappunto che, pur avendo egli "accettato due delle richieste pontificie," il Vaticano "tiri alquanto la corda quando si tratta dell’Italia e molli completamente in altri casi." Secondo lui accettando anche la terza richiesta sarebbe stata la legge a essere "vulnerata".

La lettera, inviata lo stesso giorno da Vittorio Emanuele III a Pio XI, conteneva il messaggio suggerito da Mussolini: "Della lettera di Vostra Santità sarà tenuto il massimo conto ai fini di una soluzione conciliativa dei due punti di vista".

Da questa corrispondenza si apprende che il Vaticano, di fronte al contenuto delle "leggi razziali italiane," non si è dissociato né si è tenuto prudentemente distante per non esserne coinvolto e macchiato. Al contrario, ed al più alto livello, ossia nella persona stessa del Pontefice in carica, ha collaborato alla loro stesura addirittura proponendo emendamenti e formulando le frasi degli articoli (vedi l’Art. 7 ripetutamente citato da Pio XI nelle sue lettere). In questo modo ha dato implicitamente la sua approvazione al contenuto delle leggi ad eccezione del punto controverso sui matrimoni degli ebrei convertiti.

Questa ultima, d’altronde, è stata la sola obiezione nota della Santa Sede in margine a tutta la vicenda delle "leggi razziali". Tanto le disposizioni che limitavano i diritti civili ed escludevano gli ebrei da tutte le scuole del regno, dai pubblici impieghi e dall’esercito, quanto le espulsioni di ebrei stranieri e la revoca della cittadinanza a quelli naturalizzati dopo il 1919 non furono mai deplorate dalla Chiesa, e neppure lo furono le limitazioni in campo economico imposte ai cittadini "non ariani" e il censimento degli ebrei del 22 agosto 1938. "Una vera goccia in mezzo al mare!"

Silvana Calvo

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