Giornata della cultura ebraica - Musica

 

A Saluzzo, a Torino, come in ogni città d'Europa

di Beppe Segre

 

A Saluzzo, a Torino, come in ogni città d’Europa si è svolta nella prima domenica di settembre la Giornata della Cultura Ebraica. Come avviene già da alcuni anni - questa è la nona edizione in Italia - per una intera giornata le sinagoghe rimangono aperte, per visite guidate, incontri, manifestazioni, attività culturali, concerti. L’iniziativa avviata nel 1996 nella regione di Strasburgo, estesa poi alla Francia intera ed alle nazioni confinanti, interessa oggi circa 300 città in 25 paesi (dal Portogallo all’Ucraina, dall’Italia alla Svezia), e si valuta che impegni 10.000 volontari, e coinvolga ogni anno 100.000 visitatori.

Una giornata dunque dedicata alla spiegazione della cultura ebraica, all’incontro con la popolazione, alla festa. Molti visitatori, quando escono dalla visita, ringraziano e quasi tra sé e sé commentano: "Abito qui vicino da tanti anni, e ho sempre trovato chiuso il cancello, oggi è la prima volta che trovo i cancelli aperti e posso entrare". Le porte sono aperte a tutti dunque oggi.

È uno sforzo troppo grande? Le nostre piccole comunità, in rapido decremento demografico, dedicano troppe risorse in termini finanziari e di energie umane ed intellettuali per spettacoli ed eventi effimeri?

Oppure si dovrebbe fare di più, non limitarsi ad aprire le porte ma organizzare attività culturali di maggiore impegno e profondità?

Oppure ancora un altro dubbio: servirà tutto questo? I visitatori capiranno dal breve spazio di un incontro qualche significato importante della religiosità ebraica, e della nostra storia? Le pareti su cui non è raffigurata alcuna immagine serviranno a far riflettere su una cultura basata sul più puro monoteismo? Passeggiare per le vie del ghetto e osservare i cancelli di ferro battuto che chiudevano i cortili servirà a far capire cosa hanno significato secoli di umiliazioni e emarginazione, e come poteva essere la vita vista dall’altra parte dei cancelli? Negli incontri con il pubblico le domande sono le più diverse: esprimono ingenuità (come celebrate il Natale?), effettivo interesse (come sono le vostre feste?), raffinatezze intellettuali (ma quando esattamente si è andato assestando il principio della trasmissione matrilineare?). Qualche volta, soprattutto nelle piccole cittadine, chi viene in sinagoga non pone domande, ma vuole portare una affettuosa solidarietà, una antica straziante testimonianza (io ero bambino, allora, ma mi ricordo bene di sua nonna, sa, prima che …). Riuscirò a rispondere alle domande estemporanee e spiegare tutta l’essenza dell’ebraismo in pochi minuti, se non nel tempo in cui sono in grado di stare su una gamba sola? Rabbi Hillel e Rabbi Shammai possono aiutarmi, certo, e qualche altro midrash può essere efficace per esprimere in sintesi concetti importanti del senso religioso e dell’etica, ma è ben impegnativa la responsabilità di dover spiegare l’ebraismo in un breve incontro!

In ogni città poi c’è qualche elemento caratteristico della storia locale: a Saluzzo, entrare in una casa nascosta in un cortile del vecchio ghetto, salire la scaletta ripida fino all’ultimo piano, e poi scoprire improvvisamente una sala grande, con un soffitto riccamente affrescato con i simboli del monte Sinai e del santuario di Gerusalemme, costituisce una buona lezione di storia. E l’iscrizione dipinta nel centro della parete, e dedicata al Melech, "al Re Carlo Alberto, ed ai senatori dello stato del Piemonte che nell’anno 1848 proclamarono la libertà ai figli di Israele che risiedevano nel Regno", rappresenta un buon ottimo spunto per raccontare la storia degli ebrei piemontesi, prima e dopo lo Statuto Albertino. "Proclamarono la libertà", e per dire questo l’iscrizione usa i termini "karù dror", le stesse solenni parole che si trovano nel Levitico là dove si annuncia il Giubileo, e l’evento con cui gli schiavi riacquistano la libertà: "Voi santificherete questo cinquantesimo anno, proclamando, nel paese, la libertà, per tutti quelli che l’abitano ….".

A scorrere il catalogo delle manifestazioni, si rimane colpiti dalla numerosità e dalla varietà delle attività. Limitandoci alla situazione italiana, sono stati organizzati eventi non solo nelle città sedi di comunità importanti, ma anche nelle sezioni più piccole, ed addirittura nelle località dove gli ebrei non risiedono più da secoli, e della loro storia rimane solo un cimitero, un mikvè, un mosaico, un sito archeologico, come a Bova Marina (Reggio Calabria), a Santa Maria del Cedro (Cosenza), a Siracusa. A Vicenza, dove l’unico segno che ricorda la storia della comunità locale è costituito da un reparto nel cimitero acattolico, ci siamo imbattuti in un coro ebraico che teneva un concerto nella piazza centrale con un titolo di augurio e speranza: "Lehaim", alla vita dunque può essere il sottotitolo di questa giornata europea, che presenta tutto un panorama di incontri di divulgazione, passeggiate nei ghetti, concerti, lezioni dotte, jewish music e canti sinagogali, mostre, liriche antiche e composizioni popolari, presentazioni di libri, degustazioni di vini e di dolcetti kasher: festa insomma!

A Saluzzo si è scelto di recuperare un frammento della storia locale: Rosy Moffa ci ha raccontato la storia dei canti liturgici che a metà dell’ottocento la Comunità di Saluzzo, allora numerosa e particolarmente attiva, commissionava a compositori ebrei ed a compositori cattolici, le traversie del coro che allora, come oggi, superava il budget assegnato, e le storie dei membri del coro, di cui sono rimasti nei manoscritti i nomi e pochi appunti, mentre Franco Segre ha intonato i canti che in quella Sinagoga risuonavano, circa 150 anni fa.

La voglia di far festa e di attirare pubblico ha spinto qualche volta anche a scelte bizzarre e un po’ stonate: a Torino la festa della sera era incentrata su sonorità latine, swing e musica funky, e l’anno precedente su uno spettacolo di danza del ventre: effettivamente non capiamo il motivo di queste selezioni, un ospite che venga in visita alla Comunità ebraica, ci sembra, vorrà gustare uno spettacolo caratteristico e non una manifestazione sicuramente estranea alla tradizione ebraica.

Altri eventi sempre a Torino sono stati molto importanti: chi ha avuto la possibilità di ascoltare il dialogo tra Rav Somekh ed il priore di Bose, Enzo Bianchi, sulla poesia, la preghiera e la musica dei Salmi, ha gustato una lezione indimenticabile, e le melodie intonate da rav Somekh in modo differenziato secondo i diversi riti hanno entusiasmato tutto il pubblico. Una iniziativa assai coinvolgente anche l’incontro del pomeriggio dedicato a Le variazioni Reinach: l’autore del libro, Filippo Tuena, ha ripercorso la vita della famiglia ebraica Reinach dalla splendida Parigi di inizio Novecento fino alla occupazione della Francia da parte dei Nazisti, alla deportazione ed alla morte, ed il racconto letterario si è intrecciato all’esecuzione della Sonata per violino e pianoforte composta da Léon Reinach: un’opera musicale scritta più di sessant’anni fa, poi dimenticata, ritrovata fortunosamente, rieseguita oggi a distanza di tanto tempo, per gustare la bellezza di una composizione che i nazisti tentarono di distruggere e ridare voce ad un autore ucciso dalla Shoà.

Beppe Segre

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