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Guerra di religione

 di Giulio Disegni

 

Un’estate davvero calda quella appena trascorsa anche sotto il profilo delle battaglie di religione. Circolari ministeriali, sentenza del Tar Lazio, protocolli addizionali, dibattiti in Parlamento hanno caratterizzato proprio nell’80º anno dal Concordato clerico-fascista una stagione che non sarà facile dimenticare. Ancora una volta sono venuti a galla nodi fondamentali della società italiana: la tolleranza, il laicismo, il rispetto delle diversità hanno tenuto campo nelle vicende legate soprattutto e ancora una volta all’insegnamento della religione nella scuola e alla famosa “ora di religione”.

Un passo indietro è d’obbligo per districarsi nella vexata quaestio: val la pena solo ricordare che l’ora di religione era stata già istituita nelle scuole elementari del Regno come insegnamento facoltativo e soltanto nel 1923, con la riforma Gentile durante il primo governo fascista, l’insegnamento della religione cattolica era divenuto obbligatorio alle elementari. Poi con il Concordato approvato 80 anni or sono l’ora di religione era diventata obbligatoria anche nelle scuole medie e alle superiori come “coronamento dell’istruzione pubblica”. Dovevano passare oltre cinquant’anni perché la religione ritornasse ad essere facoltativa con le modifiche al Concordato del 1984: gli studenti all’inizio dell’anno scolastico dovevano scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento religioso. E intanto la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, sanciva la laicità come principio supremo, ribadendo tuttavia l’obbligo da parte dello Stato di assicurare l’ora di religione. Insomma, in Italia la religione rimane come insegnamento confessionale, impartito da insegnanti scelti dall’autorità ecclesiastica, che può revocarli in ogni momento.

Una situazione anomala, non c’è che dire, alla quale ha cercato di porre qualche rimedio il Tar del Lazio con la sentenza n. 7076 del 17 luglio 2009 che ha dichiarato illegittima un’ordinanza ministeriale che riconosceva i crediti formativi scolastici attribuiti per la frequenza dell’ora di religione, nonché la partecipazione agli scrutini degli insegnanti della stessa. Il procedimento innanzi al Tar era stato radicato da una serie di organizzazioni laiche e da confessioni di minoranza che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza ministeriale n. 30/08 recante “istruzioni e modalità per lo svolgimento degli esami di Stato”.

I ricorrenti intendevano sollevare l’attenzione sulla disciplina dell’attribuzione dei crediti scolastici degli esami di maturità là dove si prevede che i docenti di religione partecipino a pieno titolo alle delibere del consiglio di classe concernenti l’attribuzione dei crediti scolastici agli alunni che si avvalgono dell’insegnamento della religione stessa. Si chiedeva altresì di annullare il principio per cui l’attribuzione al punteggio tenesse conto anche del giudizio formulato dai docenti di religione; e ancora che gli alunni che avessero scelto di assentarsi da scuola per partecipare a iniziative formative in ambito scolastico potessero far valere tali attività esclusivamente come crediti formativi solo in presenza di determinati requisiti.

Circa la specifica questione dei crediti scolastici e delle conseguenti disparità di trattamento Ha Keillah si occupa in altra parte del giornale; qui val però la pena segnalare alcuni passaggi chiave di una sentenza che non può non lasciar il segno per la sua chiarezza e decisione e i cui destini, essendo sottoposta a gravame innanzi al Consiglio di Stato, ancora non sono noti.

Il principio messo in discussione è evidente: si adottano criteri di valutazione diversi per la produzione del credito scolastico e il profitto, con svantaggio per chi non ha scelto di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Per contro, sono previsti criteri assolutamente indeterminati per l’eventuale valutazione, quali crediti formativi, delle attività svolte dagli studenti che non si sono avvalsi dell’insegnamento della religione cattolica né di attività sostitutive.

Da notarsi che la Conferenza Episcopale Italiana, costituendosi nel giudizio, aveva osservato come vi fosse carenza di interesse per i ricorrenti, tra i quali anche l’Unione delle Comunità Ebraiche, in quanto non vi sarebbe stato alcun effetto discriminatorio nei loro confronti, né alcun favoritismo per la religione cattolica che poteva concorrere a determinare il credito scolastico al pari delle altre attività alternative. Ma la decisione dei Giudici sul punto è stata quanto mai ferma: l’interesse perseguito dai ricorrenti attiene alla tutela di valori di contenuto ideale e morale che riguardano la personalità dell’essere umano e poiché viene invocata la tutela dei diritti sociali, religiosi e culturali di tutte le minoranze, i ricorrenti sono portatori proprio di una differente sensibilità, sia essa religiosa o laica. Del resto, si tratta di valori tutelati direttamente dalla Costituzione e come tali non possono restare estranei alla tutela del giudice amministrativo. E i giudici del Tar Lazio hanno ben evidenziato che l’inse­gnamento della religione, qualunque essa sia, non può essere assimilata ad altra attività intellettuale o educativa in senso tecnico, “ma attiene all’essere più profondo della spiritualità dell’uomo ed a tale stregua va considerata”.

La conseguenza trattane è che è proprio il Concordato del 1984 tra Stato italiano e Santa Sede e in particolare l’art. 9 della legge 121 del 1985 che ne è l’applicazione, ad esser stato violato dall’ordinanza impugnata: in quella sede la scelta degli studenti o dei loro genitori di avvalersi, o meno, dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non poteva dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.

Ancora, il protocollo addizionale agli accordi del 1984 formalizzato nel 1990 prevedeva che gli insegnanti di religione cattolica non avrebbero potuto disporre di voti né svolgere esami, ma semplicemente redigere una “nota speciale” nella quale dar conto dell’interesse con il quale ciascuno studente aveva seguito l’insegnamento ed il profitto ottenuto. Era dunque chiaro che il potere di disciplinare le modalità organizzative degli scrutini di esami avrebbe dovuto essere interpretato alla luce di principi basilari secondo cui i docenti di religione fanno parte della componente docente degli organi scolastici con gli stessi diritti e doveri degli altri docenti, ma partecipano alle votazioni finali solo per gli alunni che si sono avvalsi dell’insegnamento della religione cattolica. Nel prescrivere un diverso criterio per l’attribuzione del credito scolastico a chi si è avvalso dell’insegnamento della religione cattolica o di un’attività alternativa, sono appunto discriminati gli studenti che hanno scelto di astenersi da ogni insegnamento alternativo.

In conseguenza – afferma il Tar – chi non sceglie l’insegnamento della religione cattolica sarebbe esposto al rischio di presentarsi in condizioni di svantaggio sul mercato del lavoro o in occasione della partecipazione a selezione per l’ammissione ai corsi universitari o borse di studio connotati com’è noto da un’altissima competiti­vità”. I Giudici hanno inteso infine ricordare che il principio della laicità dello Stato, pur non definito in nessun preciso contesto, è stato enunciato con chiarezza dalla Corte Costituzionale nell’ampia accezione di “garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”, rispetto al quale lo Stato si pone in condizione di “neutralità”.

A fronte della conclamata irragionevolezza dell’ordinanza annullata dal Tar, altri segnali che non fanno certo ben sperare sono però apparsi negli ultimi mesi.

Dopo la protesta della CEI, la sentenza del Tar Lazio è stata pesantemente criticata dal ministro Gelmini che nell’annunciare il ricorso in appello ha sentenziato: “La religione cattolica esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata. Una unicità che la scuola, pur nel rispetto di tutte le altre religioni, ha il dovere di riconoscere e valorizzare. I principi cattolici dunque, che sono patrimonio di tutti, vanno difesi da certe forme di laicità intollerante che vorrebbero addirittura impedire la libera scelta degli studenti e delle loro famiglie di seguire l’insegnamento della religione”.

E in un crescendo di insensatezze ha aggiunto: “Io credo che non sia corretto farla diventare un’ora in cui si insegnano in maniera paritetica le altre religioni. Non succede nei paesi musulmani e non capisco perché dovremmo rinunciare noi a quello che ha condizionato fortemente la nostra cultura”. Linea che coincide in pieno con il rifiuto vaticano dell’insegnamento paritetico delle religioni: il dicastero vaticano per l’educazione cattolica in una lettera agli episcopati nazionali ribadisce che l’ora di religione non può esser trasformata in un insegnamento generico di cultura religiosa o di etica, ma deve mantenere “il suo carattere confessionale e godere dello stesso status, in quanto a sistematicità e rigore, delle altre discipline scolastiche”.

Un asse, quello Gelmini-Vaticano, che sembra voler far tornare indietro quel che resta della cultura laica che do­vrebbe caratterizzare il nostro Stato come mai si era visto da anni a questa parte.

Giulio Disegni

 

(Su questo argomento, vedi anche: Comunicato del Comitato “Per la scuola della Repubblica”)