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Una discriminazione possibile

 di Anna Segre

 

Ritenete giusto che un alunno ebreo sia bocciato e un suo compagno di classe cattolico con lo stesso numero di insufficienze della medesima gravità sia promosso? Ritenete giusto che un allievo ebreo si diplomi con tre punti in meno di un suo compagno cattolico con la medesima media dei voti? (Specifichiamo che supponiamo da parte dei due ragazzi impegno, comportamento, attenzione, partecipazione alle lezioni ecc. perfettamente identici)

Sembra difficile immaginare che qualcuno abbia il coraggio di rispondere affermativamente a queste due domande, se poste in questi termini: l’idea di una discriminazione degli ebrei nelle scuole evoca memorie inquietanti di epoche che nessun partito politico italiano dichiara di voler rivivere. Sarebbe ancora più difficile immaginare che possano rispondere positivamente a questa domanda il Ministro della Pubblica Istruzione o gli insegnanti di religione cattolica, visto che ogni anno le scuole pubbliche si danno molto da fare per celebrare la Giornata della Memoria e gli insegnanti di religione cattolica sono spesso tra i primi a ricordare nelle loro lezioni la persecuzione degli ebrei, ovviamente per sottolineare che queste cose non devono accadere mai più.

Eppure non sono affatto domande retoriche, anzi, forse non tutti sanno che entrambe le cose sono perfettamente compatibili con l’attuale legislazione e che l’attuale ministro della Pubblica Istruzione si è più volte pubblicamente dichiarata in favore di queste potenziali discriminazioni, e persino di un loro rafforzamento. Come è possibile? Certo, le leggi italiane non distinguono tra cattolici ed ebrei (confesso che il riferimento specifico agli ebrei era una provocazione), e neppure tra cattolici e non cattolici, ma semplicemente tra chi si avvale e chi non si avvale dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC). Ah, beh, allora è tutt’un’altra cosa, dirà qualcuno; basta semplicemente avvalersi degli insegnamenti alternativi. Peccato che le lezioni alternative non siano finanziate dal Ministero ma dalle singole scuole e quindi, nell’attuale regime di tagli sempre più drastici, di fatto siano diventate impossibili da attivare.

Comunque – si potrebbe ancora obiettare – questo non basta per gridare alla discriminazione religiosa: in fin dei conti l’Italia è un paese a stragrande maggioranza cattolica da duemila anni e senza conoscere i fondamenti della religione cattolica non si può capire la cultura italiana; non è forse logico che i ragazzi che studiano nelle scuole italiane siano messi in grado di leggere Dante o capire un quadro di Caravaggio? E comunque l’IRC non è forse aperto a tutti?

Queste osservazioni non appaiono del tutto prive di logica (lasciando momentaneamente da parte tutte le questioni connesse con le modalità di reclutamento degli insegnanti di religione cattolica), ma ad esse ha provveduto a rispondere direttamente la Congregazione per l’educazione cattolica in una lettera inviata ai Presidenti delle Con­ferenze episcopali: … si potrebbe anche creare confusione o generare relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato ad un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e neutro’’.

Non si può essere più chiari di così: quando si usa un termine come relativismo come spauracchio di fronte all’ipotesi che le diverse religioni siano presentate come aventi tutte la medesima dignità si afferma chiaramente che non è una questione di natura storica o culturale, ma di valori. Non di quantità ma di qualità. Non si afferma che si deve studiare la religione cattolica perché Manzoni e Michelangelo erano cattolici e non, per esempio, buddisti: si afferma chiaro e tondo, al di là di ogni ragionevole dubbio, che si deve insegnare che il cattolicesimo è migliore di ogni altra religione o sistema di pensiero; anzi, paradossalmente l’indicazione non esclude affatto che gli insegnanti di religione cattolica illustrino i fondamenti di altre religioni (come infatti fanno spesso), basta che poi sottolineino che il cattolicesimo è superiore. Come si può pensare che un insegnamento della religione cattolica così programmaticamente non neutrale possa essere frequentato da non cattolici? Come si può pretendere che i ragazzi frequentino lezioni in cui viene affermato esplicitamente che la loro religione (o sistema di pensiero) è sbagliata? Come si può pretendere che siano costretti, per conseguire un buon voto, a rinnegare pubblicamente la propria fede o le proprie convinzioni? Mi sembrano prospettive assolutamente improponibili: piuttosto che essere costretti ad una simile abiura è preferibile correre qualche rischio in più di essere bocciati o diplomarsi con tre punti in meno. Dunque, la presa di posizione della Congregazione per l’educazione cattolica ci autorizza ad affermare con tranquillità che la discriminazione tra chi si avvale e chi non si avvale dell’IRC è di fatto una discriminazione tra cattolici e non cattolici.

Chiarito questo punto, vorrei provare a spiegare brevemente come si arriva concretamente alle ipotesi da me prospettate all’inizio.

La maggiore probabilità di una bocciatura deriva dalla diversa composizione del consiglio di classe, in quanto gli insegnanti di religione cattolica partecipano allo scrutinio per gli allievi che si avvalgono e quasi sempre (affermo questo basandomi sulla mia esperienza personale) nei casi dubbi votano in favore della promozione. Se il loro voto porta il consiglio di classe ad una situazione di parità prevale il voto del dirigente scolastico che presiede lo scrutinio; dunque è possibile (anzi, ampiamente probabile) che il voto dell’insegnante di religione cattolica basti per “salvare” da una bocciatura, mentre l’allievo che non si avvale, con una situazione scolastica perfettamente identica e con tutti gli altri insegnanti e il dirigente scolastico che votano nello stesso modo, sarà bocciato.

I tre punti in più o in meno nel diploma potrebbero derivare dal credito scolastico, cioè i 25 punti (su cento) assegnati negli ultimi tre anni della scuola superiore (otto al terzo e quarto anno, nove al quinto); il credito si ricava dalla media dei voti, ma con una “banda di oscillazione” (per esempio, con una media da 6,1 a 7 si possono prendere da quattro a cinque punti), che dipende a sua volta da criteri quali l’impegno, la frequenza, eventuali “crediti formativi” (cioè partecipazione ad attività extrascolastiche giudicate formative); quanto ciascuno dei criteri debba pesare nell’assegnazione del fatidico punto è una scelta che spetta alle singole scuole. L’idea che la religione cattolica conti come credito formativo è stata molto discussa e tendenzialmente non accettata. Va detto, comunque, che al credito formativo si tende ad assegnare poco peso, perché generalmente si riconosce che chi si impegna, partecipa, studia, ecc. abbia diritto a vedersi riconosciuto il massimo credito possibile anche se non pratica attività extrascolastiche. Molto più inquietanti le indicazioni ministeriali dell’anno scorso, secondo le quali la partecipazione alle lezioni di religione cattolica costituisce un criterio per valutare l’impegno (è appunto uno dei problemi di cui si occupa la sentenza del TAR analizzata nell'articolo di Giulio Disegni). Poiché la decisione sul peso relativo da assegnare a ciascun criterio spetta alle singole scuole (cioè ai singoli collegi docenti), non si può escludere la possibilità che esistano una o più scuole sul territorio nazionale in cui tendenzialmente agli allievi che si avvalgono dell’IRC viene assegnata la fascia alta della banda di oscillazione e a chi non si avvale sia assegnata la fascia bassa. Dunque, il nostro ipotetico alunno ebreo/protestante/musulmano/buddista/ateo/ecc. perderebbe un punto al terzo anno, uno al quarto ed uno al quinto, per un totale di tre punti in meno nel suo diploma (anzi, per chi ha la media superiore a 8,1 la banda di oscillazione è addirittura di due punti per anno, e quindi potremmo avere il caso limite – improbabilissimo ma perfettamente legale – di un diploma con 94 centesimi conseguito da un alunno con 10 in tutte le discipline a seguito di un esame perfetto)

Diciamo, per tranquillizzare i lettori, che si tratta di ipotesi possibili ma non probabili: prima di bocciare un alunno e promuoverne un altro con le medesime insufficienze un consiglio di classe ci pensa cento volte, se non altro per evitare grane e non rischiare ricorsi; di solito a chi si comporta più o meno correttamente e non fa troppe assenze viene comunque assegnata la fascia alta della banda di oscillazione (almeno, questa è la mia esperienza). Tuttavia ricordiamoci che parliamo di grandi numeri: su milioni di studenti delle scuole medie superiori è sicuro che da qualche parte ce ne sia qualcuno che ha subito o subirà nei prossimi anni le discriminazioni sopra menzionate, e infatti proprio da casi simili ha preso l’avvio il ricorso al TAR.

Tuttavia finora i rischi di discriminazioni sono ancora limitati rispetto a ciò che potrebbe accadere se, come auspicato nel documento citato in precedenza e dichiarato più volte anche dal Ministro della Pubblica Istruzione, la valutazione nell’IRC fosse calcolata nella media. È infatti evidente che gli insegnanti di religione, per invogliare gli alunni a frequentare, sarebbero generosissimi nelle loro valutazioni, determinando scarti di qualche decimo di punto. Non è molto, ma può essere determinante per passare da una fascia all’altra. Ora, è decisamente probabile che un consiglio di classe faccia attenzione ad evitare disparità troppo stridenti per quanto riguarda le promozioni o bocciature; è già meno probabile, ma ancora possibile, che si preoccupi di evitare tali disparità nell’assegnare la fascia alta o bassa della banda di oscillazione; sarebbe invece davvero improbabile che si preoccupasse di evitare disparità derivanti dalla media dei voti, che è calcolata automaticamente dal computer. Vi immaginate che con 30 gradi e centinaia di allievi da scrutinare i consigli di classe avrebbero tempo e modo di accorgersi che Mario Rossi grazie alla religione è arrivato alla media di 7,1, mentre David Levi, con gli stessi voti in tutte le altre materie, è rimasto a 7,0 e si prenderà un punto in meno? Quel decimo di punto di differenza sarebbe insidioso proprio perché non si noterebbe facilmente e quindi non turberebbe troppo le coscienze degli insegnanti.

Ricordiamo che, come sottolinea anche la sentenza del TAR, il voto del diploma non è una semplice questione di orgoglio personale: da esso possono dipendere borse di studio, l’ammissione a collegi universitari, l’accesso a determinate facoltà o corsi. Dunque, se nella maggior parte dei casi diplomarsi con qualche punto in meno non fa poi grande differenza, a qualcuno potrebbe cambiare la vita.

Giustamente, quindi, l’UCEI si è associata nel ricorso al TAR, ed è giusto che prosegua con ogni mezzo la battaglia contro queste forme di discriminazione, non solo per tutelare i nostri ragazzi, ma anche nella speranza di riuscire ad usare la visibilità e la forza contrattuale degli ebrei per tutelare tutti gli altri. Le due domande che ho posto all’inizio finché si parla di ebrei suonano stridenti a tutte le orecchie; se si parlasse di altre religioni, e magari di immigrati, per qualcuno striderebbero già meno. E allora cerchiamo di sfruttare la nostra capacità di stridere e facciamo capire all’opinione pubblica che non si tratta di discutere su quale valore debba avere la religione nell’educazione dei giovani o quanto essa conti nella cultura italiana, ma semplicemente di capire se si può ritenere accettabile in un paese democratico che sulla base della religione alcuni allievi siano discriminati.

Anna Segre

 

(Su questo argomento, vedi anche: Comunicato del Comitato “Per la scuola della Repubblica”)