Storie di ebrei torinesi

 

Alla sua terza puntata, “Storie di ebrei torinesi” si occupa anche in questo numero di ebrei di provenienza straniera e così, dopo Smirne, ospitiamo due interviste ad ebrei giunti molti anni or sono a Torino dall’Egitto (Arrigo Mieli) e da Tangeri (Aron Bengio e Nora Medina Bengio).

La storia delle loro storie e delle loro integrazioni è stata raccolta da nostri giovani e nuovi collaboratori che hanno accettato con entusiasmo di intervistare e far conoscere ai lettori dei loro correligionari, che altrettanto volentieri hanno accettato di lasciarsi trasportare dai loro ricordi.

 

Nora e Aron Bengio

Un bell’appartamentino a Moncalieri, arredato con cura e cosparso di ricordi del Marocco: Nora e Aron Bengio sono due persone gentilissime, che ci accolgono con grande cordialità, chiudendo un occhio sulla nostra goffaggine di giornalisti inesperti.

 

Quali sono le vostre origini?

A.B.: In Marocco gli ebrei sono di due origini diverse: quelli che arrivarono dopo la distruzione del Tempio, che stanno nel sud del paese e sono molto integrati…

N.B.: Al punto di vestirsi come gli arabi…

A.B.: E poi quelli arrivati dopo la cacciata dalla Spagna, che abitano soprattutto nel nord, meno integrati: le nostre famiglie sono tra questi. La lingua di noi ebrei di Tangeri era lo spagnolo. Bengio è un cognome spagnolo, e vuol dire “Figlio di Gio”. Il mio albero genealogico risale fino al 1700 e qualcosa, comprende tutta una serie di rabbini. Lo zio di mia nonna era il grande rabbino di Tangeri, Rav Mordechai Bengio: era il presidente del tribunale ebraico, un saggio, cui tutti venivano a chiedere consiglio per risolvere certe situazioni. C’era anche una strada a suo nome, contigua a via Garibaldi (Garibaldi, per inciso, ha vissuto anche a Tangeri, per un anno!).

N.B.: Anche il mio cognome, Medina, è spagnolo: in ebraico vuol dire “Stato”, in arabo “città”.

 

Quando siete nati voi Tangeri non era ancora stata annessa al Marocco, vero?

A.B.: No: io sono nato nel 1944, mia moglie nel 1952; le nostre famiglie erano amiche. Tangeri allora era zona internazionale, governata a rotazione da nove nazioni diverse, tra cui l’Italia. La comunità ebraica contava circa 15.000-18.000 persone, su una popolazione di 180.000 abitanti: un 10%. Tangeri aveva accolto anche molti ebrei fuggiti dall’Europa dell’Est durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

E com’erano i rapporti tra la comunità ebraica e il resto della popolazione?

N.B.: I rapporti erano buoni. I re, Mohammed V fino al 1960 e poi il figlio Hassan II, hanno sempre protetto gli ebrei: si sono sempre circondati di ebrei, perché avevano grande fiducia in loro.

A.B.: Ci sono stati tanti personaggi pubblici ebrei, medici, parlamentari… In Marocco comunque gli ebrei si distinguono dal resto della popolazione: per il colore della pelle, per il modo di parlare…

A Tangeri gli enti pubblici chiudevano per le festività sia arabe, sia cristiane, sia ebraiche. In particolare a Roshashanà, Kippur e Purim.

 

La comunità ebraica marocchina ha qualche usanza particolare?

N.B.: C’è la Mimona, festa dell’ultimo giorno di Pesach, completamente marocchina: si è invitati a casa degli altri, è una festa molto bella. E poi tra gli ebrei marocchini c’è l’usanza di fare la “serata dell’Hennè”, o “serata berbera”, il giorno prima del matrimonio: una festa a casa della sposa, che si veste da berbera, con un abito tramandato di generazione in generazione. Pesa un quintale, perché è di velluto. [Ci mostra orgogliosa una sua foto di quella sera: indossa un bellissimo costume orientale con un velo e un diadema dorato].

 

E dopo la fine dello statuto internazionale?

A.B.: Era il ’57. Fu la fine di molti commerci, e tanti non arabi, ebrei ed Europei, andarono via, tornando nei rispettivi paesi di origine. Allora ci fu un primo esodo, seguito da un altro nel ’62, con la nazionalizzazione. Nel ’67 poi, in particolare per quanto riguarda gli ebrei, la Guerra dei Sei Giorni suscitò un clima di paura: ci furono grandi manifestazioni popolari arabe contro Israele. Il re invitava le autorità a sorvegliare perché non degenerassero. Le famiglie ebraiche con figli giovani non volevano che facessero il servizio militare, così molti partirono dal Marocco.

 

E voi?

A.B.: Noi siamo partiti nel ’73, poi siamo tornati nel ’75 per sposarci. Non avevamo un motivo preciso per andar via: dopo il ’67 ci furono altre partenze, ma non a ondate. Vanno via tutti, e dopo un po’ parti anche tu, perché non c’è lavoro.

 

Come mai l’Italia?

A.B.: Mia moglie ha studiato alle scuole francesi, io invece fin da quando avevo tre anni sono andato a quelle italiane, quindi la scelta era naturale: partendo ognuno andava dove aveva un legame culturale o familiare. Forse siamo gli unici ebrei non italiani venuti in Italia dal Marocco.

 

Mantenete ancora un legame con il Marocco?

A.B.: Si, torniamo giù praticamente tutti gli anni. Non abbiamo più parenti lì, perché dagli anni ’70 in poi c’è stata una lenta diminuzione della comunità ebraica, oggi a Tangeri restano in totale circa 100 ebrei. Però abbiamo genitori e nonni nel cimitero ebraico.

Io mi sto occupando di un progetto umanitario, per far riaprire il vecchio palazzo della scuola italiana e organizzare corsi per ottici, per i giovani di Tangeri. Ho ottenuto qualche finanziamento dalla Provincia di Torino, dall’Iveco e da volontari: un ebreo con i soldi dei cattolici aiuta i musulmani! Naturalmente la stessa azione è stata proposta agli amici israeliani.

Sempre a proposito dei legami con il Marocco ho un aneddoto da raccontare: dieci anni fa vengo contattato da un marocchino, che mi dice: “In famiglia abbiamo un terreno comprato insieme a tuo padre. Lo vogliamo vendere, dacci l’atto di acquisto, lo vendiamo e ti diamo la tua parte.” Per due anni continua a chiedermi quest’atto, ma io non l’ho più trovato. Probabilmente è andato perso nel ’67, quando cambiammo casa in fretta proprio nel periodo della Guerra dei Sei Giorni, in un clima turbolento: traslocando in quelle condizioni si perde la roba. Dopo tre anni il marocchino torna da me: ha venduto il terreno. Mette le mani nella sua gellabah [un ampio mantello] e tira fuori un mazzo di banconote. “Ecco la tua parte”. È stato un bel gesto, di rispetto: io non avevo l’atto, avrebbe potuto rifiutarsi di riconoscermi figlio di mio padre e non darmi nulla. Questo per dire che tra marocchini arabi e marocchini ebrei c’era molto rispetto reciproco, una buona convivenza.

 

E come vi siete trovati, al vostro arrivo nella comunità ebraica torinese?

A.B.: Bene. Era una comunità abbastanza ben strutturata, con tante iniziative. Le tradizioni non sono esattamente le nostre, ma sono abbastanza compatibili. Siamo un po’ isolati perché non siamo in nessun “clan” familiare, non abbiamo legami familiari con nessuno, però abbiamo un rapporto molto cordiale.

N.B.: Ci sentiamo innanzitutto ebrei, siamo italiani di adozione. Oltre che con l’Italia, abbiamo un legame con il Marocco, in cui siamo nati e vissuti, con Israele e con la Spagna.

Sara Caputo

(con la collaborazione di Emanuele Levi)