Storie di ebrei torinesi

 

Alla sua terza puntata, “Storie di ebrei torinesi” si occupa anche in questo numero di ebrei di provenienza straniera e così, dopo Smirne, ospitiamo due interviste ad ebrei giunti molti anni or sono a Torino dall’Egitto (Arrigo Mieli) e da Tangeri (Aron Bengio e Nora Medina Bengio).

La storia delle loro storie e delle loro integrazioni è stata raccolta da nostri giovani e nuovi collaboratori che hanno accettato con entusiasmo di intervistare e far conoscere ai lettori dei loro correligionari, che altrettanto volentieri hanno accettato di lasciarsi trasportare dai loro ricordi.

 

Arrigo Mieli

Il signor Arrigo Mieli mi ha accolto a casa sua in un caldo pomeriggio settembrino. Il mio iniziale imbarazzo si è trasformato in stupore nello stesso istante in cui sono entrata: l’abitazione era impreziosita da oggetti di ogni genere, in particolare le pareti, ricoperte di velluto rosso, dove erano esposti armi e coltelli di ogni genere (fui subito rassicurata: “Ho il porto d’armi”).

Con curiosità ho osservato un uomo dall’aspetto sicuro, che irradia una forza calma e inquieta: il mio compito era quello di intervistarlo sulla sua vita, che dalla prima impressione già mi appariva molto interessante.

 

- Quali erano le condizioni degli ebrei italiani in Egitto prima della seconda guerra mondiale?

L’Egitto era uno stato indipendente dal 1922; vigeva un sistema per gli europei che si chiamava “delle capitolazio­ni”, durato fino al 1937: qualsiasi delitto avessero commesso non venivano giudicati dal governo egiziano, ognuno era sottoposto alla legge del proprio paese. Pensi che c’era un tribunale misto, una disputa tra un egiziano e uno straniero veniva giudicata dal tribunale composto da giudici europei ed egiziani. Eravamo molto legati tra noi europei, senza distinzione di religione. Per esempio lei entrava nella sinagoga a Rosh Ha-Shanà e c’erano molti cattolici che venivano a sentire e viceversa a Natale molti ebrei andavano in chiesa.

Non so se ha letto il libro di Magdi Allam, scrive come si viveva in Egitto, una situazione irripetibile … c‘era di tutto, era un paradiso, una cosa che non si può descrivere, era bellissimo.

 

- Con il ’38 invece è cambiato qualcosa per gli ebrei italiani…

Le leggi razziali non si sono sentite in Egitto, ho continuato a giocare a pallacanestro nella mia squadra fino al 1940, stavamo tutti bene. Anche i matrimoni erano tra persone di nazionalità diversa, mia moglie è francese, le mie due nonne greche. Era bello, erano tutti fratelli non c’è stato niente di niente contro gli ebrei,. non si sentivano discriminazioni. La situazione è cambiata radicalmente dopo la guerra del 1948 e la nascita del conflitto mediorientale.

 

- La Seconda Guerra mondiale come veniva percepita in Egitto, quali conseguenze ha avuto sulla sua vita?

Mio papà è stato mandato via dal lavoro, io sono stato, diciamo non imprigionato, ma stavo a scuola per sette giorni. Poi mi hanno liberato ed ho vissuto tutta la guerra in Egitto. Alla fine della guerra ero uno dei fondatori del circolo italiano sportivo, ero un giocatore di pallacanestro.

 

- Che tipo di “prigionia” vi era per i civili italiani durante la guerra ?

Nel “campo” come prigionieri italiani non si stava molto male; io delle volte mi vergogno, perché durante la guerra ho vissuto uno dei periodi più belli della mia vita: ho giocato anche con la squadra egiziana, con la National. Della guerra noi abbiamo visto passare davanti ai nostri occhi tutte le truppe del mondo, quelle truppe che combattevano con gli alleati, ricordo anche i prigionieri di guerra che sfilavano al Cairo.

 

- E poi con l’arrivo in Italia, ha scelto subito Torino?

Nel 1956, con la seconda guerra che lo stato di Israele dovette combattere subito dopo la sua nascita, le cose cambiarono in Egitto. Non venivano colpiti solo gli ebrei, ma tutti gli europei: la sede della Banca commerciale italiana , per esempio, fu sequestrata. Sono andati via tutti gli europei non solo gli ebrei. Gli italiani erano arrivati ad un massimo di 70. 000, oggi in Egitto di italiani ce ne saranno sì e no 700.

Io ho scelto prima Milano perché la conoscevo da prima della guerra. Sono arrivato in Italia il 16 dicembre del 1956, mi avevano perso tutte e 30 le mie valigie, le ho riavute indietro il 26 dicembre del 1956. Il comune di Milano mi diede la tessera Eca, per mangiare gratis. E poi incominciai a chiedere lavoro, ero nell’arte grafica, nella stampa, mi avevano detto che c’era una nuova stamperia molto importante a Torino, la Ilte. Il 21 gennaio del 1957 sono entrato alla Ilte, l’anno dopo, nel gennaio del ’58, mia mamma è morta e io sono stato trasferito alla filiale di Milano dove sono rimasto due anni e mezzo; poi nel 1960 sono stato trasferito nella filiale di Roma come direttore della filiale e nel 1961 sono stato trasferito nella società Ilte France a Parigi, là ero il direttore generale. Sono stato in Francia fino al luglio 1964. Sono andato in pensione come direttore commerciale nel 1986 rimanendo ancora tre anni come consulente.

 

- Lo sport fu molto importante per lei?

Durante la guerra è stata la mia salvezza, non potevo lavorare, ma sono entrato nella stamperia soprattutto perché avevano bisogno di un buon elemento per la squadra. La mia carriera nell’arte grafica è iniziata grazie alla pallacanestro!

 

- È stato facile ambientarsi a Torino? Ha avuto subito contatti con la Comunità ebraica?

devo ringraziare la Comunità Ebraica perché quando siamo venuti nel 1957 non avevamo niente: la comunità fornì gratuitamente le uniformi scolastiche ai miei figli, si occupava di portarli a scuola, ci aiutò molto anche tramite dei prestiti. Perciò sono stato sempre grato alla comunità ebraica. Ho avuto una bellissima vita con mia moglie, ho due figli e sono bisnonno due volte: il primo bisnipote a dicembre avrà 10 anni, la seconda è una bambina, si chiama Sara. I miei figli poi in ogni città in cui io fui trasferito frequentarono sempre le scuole ebraiche, poi si laurearono uno in letteratura moderna e l’altra con indirizzo storico.

 

- In Egitto è ancora tornato?

L’ultima volta sono tornato nel 1997, con mia moglie: dove c’era la mia scuola italiana adesso c’è una scuola egiziana, la parte sportiva con la palestra è diventata un ristorante, c’è ancora solo l’ospedale italiano al Cairo. Era una grande colonia quella italiana in Egitto prima della guerra, molto più che in Libia dove i civili italiani furono al massimo 30000. Con gli egiziani della mia generazione sono rimasto ancora molto amico e, quando mi scrivono, mi scrivono “caro fratello”; quando sono ritornato in Egitto mi hanno ricevuto benissimo, poi sono venuti loro a trovarmi qui.

Eravamo molto legati anche fra noi italiani che siamo venuti dall’Egitto, senza distinzione di religione: ci troviamo di tanto in tanto. Sparsi fra Milano, Roma e Torino; siamo rimasti in pochi, siamo quasi tutti del ’21… io ho compiuto già 88 anni! E lo sport che mi ha aiutato a tenermi in forma!

 

Così si è conclusa la mia intervista, ma prima che ci salutassimo il signor Mieli ha insistito per mostrarmi le altre stanze del suo appartamento, soffermandosi a guardare con me le foto a lui più care: la moglie, deceduta nel 2008, i figli e i nipoti; non mancavano inoltre quelle del suo passato sportivo. Con una certa ironia, ha infine aggiunto “c’è ancora una cosa che vorrei dire e che mi dà molto fastidio quando sento alla televisione parlare delle piramidi dicono tutti che sono di Gisa anziché di “Ghisa”. E poi non esiste in arabo egiziano l’accento finale: Alì Babà è sbagliato!

Elisa Cavaglion