Israele

 

Taccuino israeliano
Problematici o manichei

di Reuven Ravenna

 

Il quadro. Si immagini una tavola composta da tanti pezzi incastrati uno nell’altro. Fuori metafora, la scena di Israele che si riflette sul resto del mondo, in primis sulla diaspora ebraica, è un coacervo di entità, forze, condizionamenti, stigmi, pregiudizi, idee preconcette, che si confrontano incessantemente con una realtà dinamica, spesso cruenta e senza pietà.

Dilemmi. Le decine di corrispondenti in loco, per non parlare degli analisti e degli opinionisti, sono costantemente alle prese con versioni contrastanti degli avvenimenti, in una situazione geopolitica fluida e a volte imprevedibile, in un Paese parzialmente senza frontiere riconosciute e con una consistente popolazione in uno status politico provvisorio.  Condizionati da interessi esterni, conflittuali e, per lo più, pedine mediatiche di conflitti globali.

Il complesso di Weiniger, ovvero l’odio di sé. Chi tratta, con sofferta partecipazione, di Israele, nella sua  non semplice concretezza, politica, sociale, culturale, si trova, perennemente, di fronte a scelte gravose e onerose.

Denunciando fatti incontestati e provati di malefatte da parte israeliana - per citare i casi più contestati nei confronti di palestinesi, i temi preponderanti della guerra psicologica araba - non si corre il rischio di “portare acqua al mulino” di chi ci vuole annientare?  Dovremmo tacciare ogni notizia ostile come “bufala”, fantasia mendace alla Goebbels? Dobbiamo rassegnarci al silenzio della critica, per non essere accusati di self-hate, del tipico “antisemitismo ebraico”, ben noto agli storici della psicopatologia del nostro popolo? Qual è la linea divisoria tra la critica legittima, nel contesto democratico delle idee, e l’antisemitismo degli inizi del terzo millennio, quello dell’equazione Ebreo=Israele?

Visto da destra, visto da sinistra. Invidio i seguaci delle due posizioni a confronto, tutti di un pezzo.

Israele è l’agnello tra settanta lupi che non cessano di minacciarne l’annientamento, come settanta anni addietro, palesemente come il nuovo Aman-Hitler di Teheran, o, subdolamente, come i capi palestinesi, con sfumature che tramano la fine dello Stato ebraico per fasi, accattivandosi a poco a poco la solidarietà dell’opinione pubblica mondiale, dal Presidente Obama (se non elemento ostile, certo ingenuo idealista) agli antisemiti di destra, estrema, o di sinistra, non solo estrema, fuorviata spesso dalla propaganda del mondo arabo.

Al lato opposto, Israele del duemila viene nobilitato come avamposto della Civiltà Occidentale, “Villa” nella Giungla di un Islamismo Jihadista alla conquista del mondo, polo di riferimento di tutti coloro che credono nei valori della Libertà, delle fondamenta ebraico-cristiane del mondo moderno. Una visione manichea, che non lascia spazi a opinioni  complesse o intermedie

Di primo mattino. Quando scendo da casa per avviarmi alla preghiera mattutina nel vicino Beith Hakeneseth ho già ascoltato alla radio la rassegna stampa. Un altro giorno si apre, con un nuovo iter che ci accompagnerà nelle prossime ventiquattro-quarantotto ore, un delitto efferato, una dichiarazione preoccupante o bombastica di un politico locale o internazionale, o un avvertimento di un possibile atto terroristico in giornata. Mi avvio nel fresco per il breve percorso, così famigliare da decenni, incontrando la donna che aspetta l’auto che la porterà al lavoro, o lo studente in attesa dell’autobus per la Bar Ilan University. Un’aura di normalità, di sereno, fiducioso, o ingenuo, ottimismo.

Reuven Ravenna

Elul 5769-agosto 2009