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Nuove frontiere della storiografia sugli Ebrei

 di Alberto Moshe Somekh

 

Oggi si parla di revisionismo storico su numerosi fronti: uno di questi, forse non adeguatamente considerato finora, parrebbe essere la storiografia sugli Ebrei. Mi riferisco ad un saggio che ho avuto recentemente occasione di leggere, intitolato Living together, living apart. Rethinking Jewish-Christian Relations in the Middle Ages. Esso è opera di uno storico americano relativamente giovane, Jonathan Elukin (1961), docente di storia al Trinity College di Hartford, Connecticut, ed è stato pubblicato nel 2007 dalla pur prestigiosa Princeton University Press. Non mi è chiara l’identità religiosa dell’autore, ma il libro può benissimo essere stato scritto da un cattolico. Studioso di lunga data dei rapporti fra Ebrei e Cristiani, egli si propone di dare una risposta all’interrogativo postogli più volte dai suoi allievi: come mai le Comunità Ebraiche hanno potuto sopravvivere nonostante le frequenti persecuzioni nell’Europa medioevale? Gli Ebrei dimostrano una resilience, capacità di ripresa, che non può risiedere in loro stessi.

Trascurando autori fondamentali come Jacob Katz (Exclusiveness and Tolerance, Studies in Jewish Gentile Relations in Medieval & Modern Times, Oxford, 1961), Marcel Simon (Verus Israel, Ètudes sur le relations entre le Chrétiens et le Juifs dand L’Empire Romain, Parigi, 1948), James William Parkes (The Conflict of the Church and the Synagogue, Londra, 1934) che non sono neppure citati in bibliografia, Elukin costruisce una tesi che attribuisce ai Cristiani stessi la causa e il merito della sopravvivenza ebraica in Europa. Indicando in Agostino il teorizzatore della tolleranza verso gli Ebrei (p. 12), lo storico statunitense dipinge un quadro della società medioevale con i tratti di un multi-culturalismo ante litteram: come se gli Ebrei fossero alla pari una delle tante etnie che componevano un melting pot (p. 17) e sfidavano il Cattolicesimo emergente, accanto ad Ariani, Manichei, Donatisti, Pelagiani; ed ancora Vichinghi, Unni, Vandali, Goti, Musulmani, ecc. in un contesto comunque avvezzo alla violenza (cap. V). Non a caso egli fa uso di una terminologia anacronistica per l’epoca di cui tratta, parlando sovente di confronto (p. 16), interazione (p. 19), acculturazione (p. 54-55), riconciliazione (p. 55), integrazione (p. 56), scambi di identità culturale (p. 70). E finge di stupirsi del fatto che le fonti relative agli Ebrei siano numericamente inferiori rispetto a quelle inerenti ad altre popolazioni: come se ciò fosse dovuto a relazioni tranquille anziché al fatto che numericamente gli Ebrei erano una esigua minoranza.

Elukin si sforza di dimostrare che le persecuzioni, sporadiche e su base per lo più individuale e locale, sono in realtà una prova della vitalità degli Ebrei, i quali “rispondevano in qualità di partecipanti a pieno titolo della cultura locale, piuttosto che in veste di una minoranza isolata e perseguitata” (p. 13). Non si avvede, o finge di non avvedersi, dell’ironia addirittura palpabile in alcune fonti che cita a sostegno di un presunto dibattito alla pari fra le due comunità, come la seguente: “Lungo la via cominciammo a cantare un inno a Cristo con grande gioia. Il Salmo (9, vv. 7-8) diceva: “Quanto ai nemici… la loro memoria è perduta, ma il Signore vive in eterno” ed anche gli Ebrei cominciarono a cantarlo con grande dolcezza” (da Severo, p. 15). Egli considera battesimi e conversioni (per lo più dall’Ebraismo al Cristianesimo! Ben più raramente nella direzione opposta) come l’esito naturale di una convivenza culturale fra due gruppi di fede in un clima di libero scambio (p. 68) e dal fatto che le autorità ecclesiastiche proteggevano gli Ebrei apostati deduce che gli Ebrei tout court erano accolti in pace nella società.

Il ricorso degli Ebrei, servi camerae del re, alla protezione imperiale è interpretata come dimostrazione della potenza ebraica. “Per di più – scrive a p. 27 – in Gregorio di Tours e negli altri testi frammentari non udiamo eco alcuna di una nostalgia ebraica per la Terra Santa”. Se tale nostalgia ci fosse davvero stata, argomenta lo storico, sarebbe trasparsa nelle fonti cristiane: segno evidente che gli Ebrei si trovavano bene nell’Europa Cristiana. Peccato che i piyutim e le tefillot composte dagli Ebrei Medioevali (si pensi a poeti come Yehudah ha-Levy, per limitarci al più noto) fossero piene di aneliti del genere, espressi naturalmente in ebraico anziché in latino per non peggiorare la situazione. Il martirio dei Cristiani e degli Ebrei durante le Crociate è posto sullo stesso piano (p. 66): peccato che i Cristiani avessero individualmente scelto di partecipare alla liberazione del Sepolcro, mentre gli Ebrei furono sgozzati loro malgrado lungo la via. Quanto alle accuse di omicidio rituale, scrive che la maggior parte dei testi che le propagandavano circolavano solo all’interno di una elite ristretta: falso e contraddittorio! Infine Elukin giustifica le espulsioni degli Ebrei dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Spagna, avvenute nell’ultimo decennio dei secoli XIII, XIV e XV rispettivamente, solo sulla base di considerazioni economiche contingenti (cap. VI), anziché tenere in considerazione la teologia patristica: quello stesso Agostino che commentava il Salmo 58 (“Non ucciderli… bensì falli vagare”) in riferimento agli Ebrei, che dovevano rimanere come testimonium iniquitatis suae fino alla conversione finale alla fine dei tempi. Una fonte sufficiente a farci comprendere l’ambivalenza della politica dei regimi medioevali e delle stesse autorità ecclesiastiche nei confronti di noi Ebrei.

Elukin non è un teologo e non insegna in una facoltà teologica. Ma si può stare certi che la sua tesi farà scuola in ambienti cattolici e il suo testo sarà presto tradotto in… latino! Egli pecca nella metodologia: spesso spaccia per fatti storici sue deduzioni personali, adoperando espressioni come must have, it seems to be, may have, may have seemed, ecc.; inoltre pretende di applicare alla società medioevale concetti che possono servire a comprendere movimenti sociali tipici della nostra epoca, senza minimamente curarsi dell’anacronismo. Ma soprattutto dà del popolo ebraico un’immagine di etnia numerosa e libera di interagire con il mondo cristiano su un piano di perfetta parità, con l’effetto che i Cristiani divengono i salvatori, anziché i persecutori: ancora una volta senza avvedersi del fatto che l’antagonismo cristiano nei confronti dell’Ebraismo è originario e in quanto tale non si presta a paragoni con nessun altro.

Come insegnano i nostri Maestri, non vi è bugia che non si sostenga alimentandosi con un pizzico di verità. Solo una volta Elukin ammette, quasi fra le righe, che alla base della sopravvivenza ebraica vi è (cito questa volta senza tradurre) the growing enthusiasm for the Talmud and its ideal of a universal, normative Judaism. This sense of interconnectedness to a larger culture and religious world may have given Jews the resilience to resist conversion and assimilation into Christian society (p. 51). E ancora una volta, alla fine del primo capitolo, egli scrive che these centuries gave Jews a deep sense of their own localized “European” identity (p. 42). Vero, ma probabilmente non nel senso da lui voluto. Non fu cioè l’attaccamento ai paesi di residenza (identità nazionale) a fare degli Ebrei i primi Europeisti ante litteram, ma proprio la precarietà della loro condizione ne fece i portatori di un’identità sovranazionale che avrebbe avuto, questa sì, grande importanza molti secoli più tardi.

Alberto Moshe Somekh