Libri

 

La terza generazione

 di Anna Segre

 

Il titolo mi ha subito incuriosito, perché la terza generazione è la mia. Anch’io, come i 23 giovani intervistati (quasi tutti romani) e come l’autrice stessa, la cui intervista apre il libro, appartengo alla generazione i cui genitori al tempo della Shoah erano bambini. Si tratta di persone che avevano tra il 2004 e il 2005, quando le interviste si sono svolte, tra i trenta e i quarant’anni (solo in un caso si arriva a far parlare anche la quarta generazione, cioè le figlie ventenni di uno degli intervistati).

A questa generazione, il cui legame con la Shoah è apparentemente lontano, non era stata dedicata finora un’attenzione specifica. Eppure gli effetti della Shoah sulla vita e sull’identità degli intervistati sono evidentissimi e meritano certamente una discussione.

Prima di arrivare all’analisi delle interviste in sé, che occupa la seconda parte del libro, l’autrice premette alcuni capitoli di riflessione sulla memoria, dal punto di vista storico, politico, filosofico, psicanalitico, con un’infinità di riferimenti a moltissimi autori, che sarebbe riduttivo riassumere in questa sede. Non mancano le riflessioni sulla memoria dal punto di vista ebraico (dall’Haggadà di Pesach al Talmud, con l’attenzione al pericolo di idolatrie della memoria), in cui l’autrice ha modo, tra le altre cose, di ritornare sul pensiero di Levinas, a cui si è già dedicata in altri suoi testi. Interessante comunque rilevare che Raffaella Di Castro analizza i pericoli e le trappole insiti in un’idea di dovere della memoria, mentre viceversa rivendica un diritto alla memoria, che spesso la terza generazione non si riconosce (molti intervistati si stupiscono che Raffaella si interessi a loro e non ai loro genitori e nonni).

Mi ha sorpreso scoprire che la percezione della Shoah da parte dei miei coetanei è piuttosto diversa dalla mia. E, se questo era ampiamente prevedibile per quanto riguarda la maggior parte degli intervistati, figli o nipoti di deportati, non lo era per quanto riguarda la memoria di quelli, come l’autrice e sua sorella Flavia, i cui nonni e genitori hanno vissuto una storia “a lieto fine”. Io sono cresciuta ascoltando le avventure che i miei nonni (e più raramente mio padre) mi raccontavano, e non mi stancavo di farmele ripetere più volte con tutti i dettagli. Erano vicende tutt’altro che divertenti per chi le ha vissute, ma per me avevano il fascino delle fiabe, o anche dei racconti biblici, in cui succedono cose terribili ma alla fine il protagonista si salva. Credevo che questa fosse una percezione comune tra i figli e nipoti degli ebrei che sono riusciti a evitare la deportazione, invece ho scoperto che non è necessariamente così. Ovviamente sarebbe presuntuoso da parte mia trovare una spiegazione esauriente, ma vorrei comunque azzardare un’ipotesi: non sarà merito dei “giusti”? Forse quello che rendeva le storie dei miei nonni piacevoli da ascoltare era la menzione continua di persone che li hanno aiutati nella fuga, li hanno nascosti, interi paesi che erano al corrente della loro presenza e non li hanno denunciati; così, indipendentemente dalla gravità dei fatti, questi racconti non hanno spento, anzi, probabilmente hanno accresciuto in me bambina la fiducia nella bontà intrinseca degli esseri umani, salvo poche e isolabili eccezioni. Sarebbe interessante provare a svolgere un’indagine simile a quella di Raffaella in Piemonte per verificare se questa mia percezione possa in qualche modo essere legata alle vicende specifiche della nostra regione.

È proprio la fiducia nell’umanità che viene intaccata per chi sente fin da bambino raccontare di parenti deportati magari per una delazione, o di sconosciuti che arrivano e senza alcun motivo logico portano via uomini, donne e bambini. In questo senso per gli ebrei romani è particolarmente devastante la memoria del 16 ottobre. Dalle interviste raccolte in questo libro emergono storie terribili, bambini che tornano a casa e non trovano più i genitori e i fratelli, ragazzini che fino al giorno prima avevano una famiglia normale e improvvisamente si ritrovano orfani. È chiaro che queste non sono memorie facili da trasmettere, o da accettare. Pensiamo, per esempio, cosa potrebbe provare chi vive nella stessa casa da cui i nonni sono stati portati via.

Qualunque ne sia stata la ragione, il rapporto degli intervistati con la memoria dei loro genitori e nonni è stato spesso difficile: silenzi da decifrare, scoperte improvvise di fotografie di parenti mai sentiti nominare, cassetti se­greti che non si possono toccare. Spesso dalle interviste emergono esitazioni, dubbi, confusioni, interessanti lapsus che l’autrice analizza puntualmente, come per esempio la tendenza a identificare se stessi con i genitori bambini.

Da tutto questo deriva talvolta una percezione di insicurezza generalizzata, che in qualche caso porta a vivere in modo traumatico anche le vicende relative a Israele: c’è chi sogna addirittura un’irruzione, in stile nazista, di arabi in casa propria (e l’attentato alla sinagoga di Roma del 1982 non ha certo aiutato ad attenuare questa percezione). Mi hanno colpito la quantità e la qualità di questo genere di accostamenti: quando si accusano gli ebrei di usare la Shoah a sproposito per attirare simpatie nell’ambito del conflitto mediorientale, di solito si dà per scontato che si tratti di una consapevole scelta propagandistica, mentre bisognerebbe capire che per molti è una percezione istintiva, un senso di insicurezza che viene dal passato e viene proiettato involontariamente e inconsapevolmente sul presente. Per quanto questi accostamenti possano essere irrazionali (e Raffaella Di Castro li descrive ma non li fa propri), è tuttavia necessario comprenderne le radici, altrimenti si rischia di costruirsi un’immagine distorta degli ebrei che sostengono Israele e delle loro ragioni.

I capitoli sono strutturati per argomenti (nomi, memorie che si “incrostano”, adozioni, ribaltamenti), costruiti sulla base dei temi ricorrenti o delle simmetrie rilevate tra due o più interviste. Tuttavia a poco a poco emergono le sin­gole storie, ognuna con la propria specificità, così come si evidenziano sempre più chiaramente le caratte­ristiche del rapporto che ciascuno degli intervistati intrattiene con la propria storia famigliare. Al di là dei punti di contatto che l’autrice sottolinea, colpiscono le differenze, per cui ciascuno degli intervistati risulta avere un rapporto con la memoria tipicamente suo, influenzato non solo dalle vicende dei nonni e genitori, ma anche dall’educazione rice­vuta, dall’ambiente frequentato, dalle idee politiche e da molti altri fattori. A riprova di questa molteplicità, come accennavo in precedenza, ho scoperto che il mio rapporto con la memoria non somiglia a nessuno di quelli presentati.

Il testo nella sua complessità si presta a molte chiavi di lettura e non è possibile racchiuderne il senso in una formula. Tuttavia di fronte a questo mosaico di voci così variopinto e a volte anche contrastante emerge una profonda esigenza di rispetto: il rispetto che l’autrice dimostra anche quando non nasconde il suo dissenso, una tendenza a cercare di capire prima di giudicare che spesso è carente nel dibattito sulla Shoah, tanto all’interno quanto all’esterno del mondo ebraico: non sempre, infatti, si riesce a capire che il ricordo della Shoah per la “terza generazione” non è propaganda filoisraeliana, non è un astuto espediente degli ebrei per spillare soldi e atten­zione, e non è neppure il frutto di un’identità ebraica debole che ha bisogno di qualcosa per compensare lo scarso legame con le tradizioni, ma è la sofferenza autentica di chi sente il “non provato” sulla propria pelle.

Anna Segre

 

Raffaella Di Castro, Testimoni del non-provato. Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione, presentazione di Clotilde Pontecorvo, Carocci, 2008, pp. 327, 26