Libri

 

Arrigo Levi, narrare di sé per comprendere un secolo

 di David Sorani

 

A molti sarà capitato di uscire dalla lettura di un articolo di Arrigo Levi con un senso di lucidità, di profondità, di rigore giornalistico pressoché irripetibili. Nei suoi pezzi anche le questioni più complesse e contorte assumono, col taglio pacato e sereno del paziente analista, un aspetto meno ostico, più comprensibile. La stessa felicità espositiva, lo stesso acume indagatore li ritroviamo in veste narrativa nel suo ultimo libro, Un paese non basta (Il Mulino, Bologna 2009), in cui il giornalista ripercorre i periodi fondamentali di una vita intensa e – come dice il titolo – policentrica, radicata in luoghi e realtà differenti. Con un surplus di intimità, di confidenza, di umanità rispetto al suo consueto linguaggio giornalistico, Arrigo ci prende per mano e “si racconta” – ci racconta di sé, della sua famiglia, della sua formazione, del mondo circostante nei suoi sviluppi e nelle sue involuzioni, descrivendo così alcuni passaggi decisivi del secolo scorso. E lo fa con il piglio diretto, con la forza comunicativa del testimone, capace di far emergere – negli eventi e nei giudizi – la storia (e non la semplice notizia storica) co­me dimensione vissuta, come realtà in trasformazione, attraversata e trasmessa nei suoi molteplici significati. Arri­go Levi è un testimone del tempo. Prezioso come altri grandi testimoni del Novecento. Come Vittorio Foa e il suo Il cavallo e la torre. Come Primo Levi e I sommersi e i salvati. Non propongo confronti letterari o giudizi di valo­re, accosto personalità capaci di convivere consapevolmente con la vicenda storica e di attestarne il senso o il nonsenso.

Il viaggio nel passato di Arrigo Levi inizia e si sofferma a lungo sulle radici familiari. Le generazioni ebraiche dei Levi e dei Donati, da secoli vincolate alla vicenda di Modena, sono rievocate dall’autore con un profondo rispetto per i valori – antichi e tipicamente “ebraici” – che quei personaggi incarnano: operosità, onestà, senso di giustizia, apertura verso il prossimo. Un mondo scomparso nel quale egli scorge la sua fonte e la sua identità. Un mondo di ebraismo consapevole anche se non osservante, ritratto in queste pagine con un misto di profondo amore e di partecipe ironia, che ci riporta talvolta al sorriso affettuoso di Argon dal Sistema periodico. È soprattutto la figura del padre, l’avvocato Enzo, a distinguersi in questa salda catena familiare, a spiccare per il suo coraggioso e irri­du­cibile antifascismo pagato a caro prezzo, ad emergere, in tutta la prima fase della vita di Arrigo, come punto di riferimento e guida sicura per tutta la famiglia di fronte alle ombre minacciose delle leggi razziali e della possibile deportazione.

Perché, pur essendo la storia nel complesso felice di un uomo fortunato, questo libro – cioè la vita stessa del grande giornalista – inizia e spesso si dipana attraverso l’inquietudine di un futuro appeso a un filo: la prima pagina ci getta subito nel clima del 1938, quella bufera scatenatasi sugli ebrei italiani alla quale l’autore, allora dodicenne, lega il suo costruito e incerto avvenire di giornalista e il naufragare di un prestabilito destino di avvocato. Ma già in anni ben precedenti la serena e agiata vita borghese dei Levi, cadenzata tra residenza cam­pestre e casa in città, era stata agitata dalla violenza del regime. I ricordi infantili di Levi e i racconti delle me­morie familiari si soffermano sulle bassezze, sulle meschinità poco note del fascismo di provincia. Non sfugge al-l’autore come sia anche sulla base di questo clima capillarmente avvelenato dai miti totalitari che l’antisemi­tismo abbia potuto fare presa a livello locale e colpire le sue vittime. Persino in Italia, dove l’opposizione agli ebrei non aveva radici profonde.

Antisemitismo e Shoah ritornano nel libro, si affacciano come temi costanti e tormentosi, come pilastri tragici e tarli nella coscienza ferita di Arrigo. Diventano motivo di continua analisi e riflessione. E non solo perché lui stesso avverte di essere salvo quasi per miracolo (tutti gli ebrei scampati allora in Europa sono in certo qual modo dei miracolati), ma anche per una profonda consapevolezza della lacerazione irrimediabile che lo sterminio degli ebrei europei ha provocato nel tessuto del Novecento. Molte sono le osservazioni e le narrazioni in proposito, in un libro che è insieme di memoria e di pensiero. Ci piace qui riportare la più semplice e forse ingenua, ma di certo la più vera ed universale: “Il ricordo dell’Olocausto è ogni giorno con noi, come dovrebbe essere nella coscienza di ogni uomo: perché siamo tutti, ebrei o non ebrei, dei sopravvissuti”.

Per Levi e per la sua famiglia, comunque, la guerra non è persecuzione ma emigrazione. Buenos Aires diviene per qualche anno la sua città, l’Argentina la sua nuova patria, lo spagnolo la sua seconda (o forse prima) lingua. Sono anni centrali, di studio universitario e di formazione politica; gli anni, soprattutto, in cui si manifesta in modo chiaro e stabile la sua vocazione giornalistica. A noi, lettori di oggi, appare notevole la capacità – propria dell’analista politico – di cogliere, attraverso il ricordo dell’instabilità e della tensione argentine di quegli anni che preparavano il peronismo, i segni premonitori della dittatura 1976-1988. Ma ci colpiscono soprattutto l’affetto maturato negli anni da Levi per la sua seconda patria, la ferita personale che gli orrendi crimini dei generali argentini produrranno in lui nel periodo tragico della giunta militare: attestano una pluralità di legami, di affetti, di radici propria di una personalità ricca, testimone – come dicevo – di un’intera epoca.

Dopo la guerra, l’impegno civile e antifascista dell’avvocato Enzo Levi, di suo figlio Arrigo e di tutta la famiglia portano il nucleo dei Levi a rientrare in Italia, a Modena, esattamente il 2 giugno 1946, così da prendere parte alle prime elezioni libere dopo il fascismo. Inizia un periodo di difficile ricostruzione e di ritrovata identità nazionale, una fase di rinnovato slancio ideale, una rigenerazione morale e politica che le pagine di Levi (“La democrazia nascente”) ben restituiscono.

Ma l’inquieto Arrigo, alla ricerca di tutte le sue identità, non si attarda nell’Italia del dopoguerra. Dopo lo strappo della morte del padre eccolo nel 1948, spinto dalle sue salde radici ebraiche e dall’angoscia per l’emergere del genocidio, in partenza per Israele, volontario con pochi altri in difesa del piccolo nuovo Stato aggredito dalla coalizione di paesi arabi pronti a distruggerlo. In un capitolo di franca autoanalisi Levi narra le sue (modeste) vicende militari israeliane, ricreando lo spirito di coesione, di adattamento, di resistenza che rendeva forte un esercito nato da poco e privo di grandi risorse belliche. Si interroga soprattutto sui motivi del suo accorrere in difesa di una nuova patria (la terza), sui suoi dubbi di allora circa le concrete prospettive di alyah. Aggiunge così tasselli all’immagine di una personalità complessa e varia, incapace di isolarsi e limitarsi in un’unica prospettiva, quella israeliana come quella italiana.

Dall’incertezza sul proprio futuro emergono il ritorno in Italia, la ripresa degli studi in filosofia, la laurea con una tesi dedicata alla Bibbia e il radicarsi degli interessi biblici, singolari in chi più volte si dichiara non credente e non praticante. Ma qui risiede il senso della laicità consapevole di Arrigo Levi. La sua dichiarata estraneità alla religione come fenomeno vissuto personalmente non solo non fa velo ai suoi personali interessi per il fenomeno religioso in sé, ma anzi stimola la curiosità, la disponibilità di chi si mette in discussione e coglie la ricchezza (conoscitiva, etica e, perché no, politica) della prospettiva religiosa, intesa in chiave ebraica e anche cristiana ma sempre guardata con occhi laici. Il ricorrente dialogo ideale con l’ebraismo e le sue prospettive, col cristianesimo e le sue interpretazioni (continuo, rispettoso ma non per questo tenero è il riferimento agli interventi di Ratzinger) costituiscono quindi un interessante sguardo sul mondo e le sue problematiche morali.

La scelta dell’Italia significa per Levi anche la scelta definitiva del giornalismo come strada della sua vita. Ma anche il giornalismo lo porta al confronto continuo con altre realtà e alla scoperta di nuove patrie: in un delizioso capitolo finale l’autore narra dei suoi anni londinesi e del suo legame unico e del tutto particolare con l’Inghilter­ra, la sua lingua, la sua cultura, la sua gente.

Usciamo dalla lettura di questo libro come da un colloquio, da un rapporto vivo e diretto con il protagonista a tutto tondo di una vita vissuta “al centro” degli eventi. Un protagonista ricco di molte profonde componenti. Un ebreo cosmopolita a tutti gli effetti.

David Sorani

 

Arrigo Levi, Un paese non basta, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 293, 16