Lettere

 

Sannicandro

 

L’intervista raccolta da Sergio Franzese (Ha Keillah, luglio 2009) è un’ultima versione delle leggende spurie fiorite attorno alla vicenda del “Caso Manduzio”. Un’attenta lettura dell’ottimo libro della citata Elena Cassin, unica versione obiettiva degli avvenimenti della comunità sannicandrese, avrebbe evitato il lapsus riguardo il giornalista Pinchas Lapide, che conobbi personalmente. Lo stesso era un giornalista canadese, rivestito in divisa per facilitare il suo compito nelle zone di guerra, che trasmetteva i suoi brevi articoli servendosi di notizie raccolte qua e là tra i Sannicandresi, anche bambini. Altro errore è quello che il Lapide “giunse a San Nicandro Garganico con la brigata nel 1943”. I soldati di Erez Israel che contattarono Manduzio e i suoi seguaci non facevano parte della Brigata Ebraica, che si costituì nel novembre 1944, bensì erano soldati volontari addetti ai servizi presso le unità combattenti dell’8a armata. Sulle loro spalline figurava la dicitura “Palestine” e nessun Maghen David. I loro copricapi erano fregiati con l’emblema del Governo mandatario palestinese, in cui figurava un ramo d’ulivo circoscritto dalla dicitura “Palestine” in inglese, ebraico e arabo. I soldati di Erez Israel avevano però facoltà di ornare i portelli dei loro mezzi di trasporto con fregi di fortuna e con il Maghen David.

Michael Tagliacozzo

Beth Lochame Haghettaoth
Archivio sez. “Italia”

 

Gentile Sig. Tagliacozzo,

ho preso atto della Sua lettera. In veste di autore del pezzo desidero precisare che nel redigerlo mi sono limitato a riportare quanto affermato da Grazia Gualano, trascrivendo per ciascuna mia domanda la risposta ottenuta. Pur avendo letto sia il libro di Elena Cassin che quello di Phinn E. Lapide non ho ritenuto opportuno operare un confronto tra le fonti poiché scopo della mia intervista era in primo luogo quello di mettere a fuoco gli aspetti dell’ebraismo sannicandrese attuale senza indagare ulteriormente i fatti storici, che vi appaiono infatti appena accennati.

Il Suo intervento, frutto della conoscenza diretta di uno dei protagonisti degli avvenimenti, è certamente prezioso in quanto contribuisce a fare chiarezza; dunque La ringrazio per l’utile precisazione che ha fatto pervenire alla redazione di Ha Keillah.

Convenendo naturalmente sulla necessità di una rigorosa ricostruzione storica vorrei però aggiungere che dal mio personale punto di vista anche gli aneddoti che si creano intorno a determinati eventi o personaggi talora possono risultare affascinanti, basti pensare ai numerosi racconti sui maestri chassidici che partendo da situazioni reali si trasformano sempre in storie dal sapore mitico. Visto il modo in cui tutto ha avuto luogo certamente non stupisce che il “caso Manduzio” abbia dato adito a narrazioni condite dalla fantasia e trasformatesi anch’esse in “leggende”; l’importante, a mio avviso, è che di ciò vi sia consapevolezza e che quella vicenda, nata in circostanze così particolari, si sia evoluta in una realtà dinamica dell’ebraismo italiano contemporaneo.

Un cordiale Shalom

Sergio Franzese 


 

Sabato

 

Il grande poeta Shelomò Levì Alcavez, nel suo notissimo inno “Lekhà Dodì”, paragona lo Shabbath ad una sposa, incontro a cui dobbiamo recarci con gioia. Nelle mie riflessioni, basate soprattutto sulla realtà, sono giunto alla conclusione che le spose sabbatiche in effetti sono due, ben diverse l’una dall’altra. Si tratta dello Shabbath mosaico e dello Shabbath rabbinico. Lo Shabbath mosaico è una sposina premurosa ed affettuosa, che dice al marito: “Poveraccio, ti sei arrabattato per sei giorni; prendi un po’ di fiato! Non voglio assolutamente che ti affatichi in questo giorno: riposati, pensa ad altro!”. Invece sento lo Shabbath rabbinico come una sposina arcigna e bisbetica che, a braccia conserte, batte il piede per terra e ripete stizzosamente: “Asur! Asur! Asur! (=vietato!)”. Sullo sfondo, minaccioso, lo spettro di una divinità con la spada sguainata, pronta a punire i  trasgressori dei divieti dettati dai Maestri della Halakhà.

Quale è il mio atteggiamento di fronte alle due sposine? Alla fine dello Shabbath ripeto fra me e me: Peccato che lo Shabbath sia terminato; meno male che lo Shabbath rabbinico è finito!”.

Emanuele Weiss Levi

 

La disputa tra Sadducei e Farisei, tra un ebraismo di sola Torah e uno di Torah più alachah, risale a duemila anni fa. Poi hanno prevalso i Farisei e da venti secoli e in ogni latitudine la specificità e la psicologia degli Ebrei sono connotate da una ingombrante presenza della alachah, l’interpretazione giuridica dei maestri.

La sposina affettuosa, quella mosaica, sarebbe quella che minaccia – e senza alachah va dunque presa alla lettera – chi lo violerà [il sabato] sarà messo a morte, chiunque vi farà un lavoro sarà strappato da mezzo al suo popolo (Es. 31-14). Invece il sabato codificato dalla alachah è sempre stato, a quel che si legge nelle storie d’ogni tempo e paese, occasione per canti, studio, vesti eleganti, pranzi abbondanti, riunioni di famiglia e di amici, unità di popolo. Forse a qualcuno, forse a molti, la sposina bisbetica, come sempre accade, pare più sexy.

HK


 

Da Babi Yar a Meina: dimenticare

 

Una notizia apparsa in questi giorni sui maggiori quotidiani torna a far riflettere sulle ragioni per cui sempre più sovente luoghi simbolo di tragedie vengano non solo dimenticati, ma fatti oggetto di speculazioni o di operazioni commerciali. Mi riferisco alla decisione di costruire un albergo a Babi Yar, uno dei luoghi più terribili e devastanti del genocidio perpetrato durante la seconda guerra mondiale: 33.771 ebrei ucraini massacrati e buttati in una fossa dai nazisti nel 1941. In quei luoghi di morte apprendiamo ora che la Municipalità di Kiev costruirà un mega-albergo in vista dei campionati europei di calcio Euro 2012. “Hotel olocausto” è stato già nominato il sito in costruzione, il Centro Wiesenthal ha iniziato una campagna di boicottaggio dei lavori e Shimon Peres ha dichiarato: “Lì niente deve essere toccato”. Ma il municipio di Kiev tenta una davvero indifendibile giustificazione: “Costruendo lì non creiamo nessun disagio a chi vive a Kiev, bisogna tener conto di tanti problemi”. Esigenze dunque di business e di praticità prevalgono ancora una volta – non è la prima e non sarà l’ultima – su storia e memoria.

Il caso e la portata sono diversi, ma, per rimanere in Italia, è di poco tempo fa la notizia che a Meina si è deciso di abbattere l'hotel della strage e che al suo posto sono in programma appartamenti vista lago. Quel che restava dell' Hotel Meina era poco più che un rudere, ma un rudere altamente simbolico. L’edificio tra il 22 e il 23 settembre ‘43 era stato teatro dell'orrenda strage di sedici ebrei italiani e greci, che soggiornavano lì sperando di raggiungere la Svizzera, ma furono catturati dai nazisti e massacrati nei boschi della zona.

La storia è tristemente nota, ma merita esser brevemente ricordata. L’Hotel Meina apparteneva alla famiglia Behar; nel settembre ’43 vi alloggiavano tra gli altri famiglie di ebrei greci fuggiti da Salonicco: i Fernandez Diaz, i Mosseri e i Torres. Arrivava da Salonicco anche Daniele Modiano, mentre gli altri ebrei vittime del razzismo nazista furono Lotte Froehlich e due dipendenti del negozio milanese di antiquariato del proprietario dell’albergo, Alberto Behar, che si trovavano a Meina per caso: Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas.

Quando il 15 settembre ’43 le SS entrarono all’Hotel Meina, andarono a colpo sicuro: qualcuno li aveva avvisati della presenza di ebrei. Non si trattava di nazisti qualunque: facevano parte della divisione corazzata Leibstandarte “Adolf Hitler”, di ritorno dalla Russia, erano soldati giovanissimi e spietati. Occupato l’Hotel, ordinarono agli ospiti di ritirarsi nelle loro camere e poi, individuati gli ebrei, li portarono all’ultimo piano. Catturarono anche il proprietario e la sua famiglia.

Poiché i Behar ospitavano nella loro abitazione il console turco (la Turchia era in quel momento neutrale), questi intervenne per liberarli ed essi scamparono al massacro, pur divenendone testimoni impotenti. L’occupazione dell’Hotel durò fino al 23 settembre, una settimana di agonia di cui tutto il paese fu in qualche modo testimone. Il 17 settembre il clima era così “disteso” che le SS più giovani giocavano con i ragazzi ospiti. Il giorno seguente, i nazisti cercarono di allontanare dall’albergo il proprietario, che fu salvato dall’intervento del Vice Console turco, che alloggiava nell’hotel, ma nei giorni successivi la situazione peggiorò. Il 22 agli ebrei fu vietato di scendere al pianterreno e di passeggiare nei corridoi: il capitano Krüger annunciò che gli ebrei ospiti dell’albergo dovevano esser trasferiti in un campo di concentramento non lontano da Meina e che durante il loro trasferimento gli altri ospiti dovevano restare in sala da pranzo o nelle camere, per evitare qualunque contatto con loro. Ma i tedeschi portarono gli ebrei poco distante e dopo averli fucilati li gettarono nel lago con sassi legati al collo per impedirne il riaffioramento, che puntualmente si verificò e permise agli abitanti di Meina di conoscere la verità. Le SS raggiunsero i cadaveri con una barca e li colpirono con le baionette per affondarli per sempre.

Nel 1968 ad Osnabrück fu celebrato il processo in cui i Behar si costituirono parte civile: due ufficiali furono condannati all’ergastolo, ma nel 1970 una sentenza della Corte Suprema di Berlino cancellò tutto, perché i reati erano da considerare caduti in prescrizione.

In Italia nessuno ha pagato per quei morti, ma c'è chi non ha dimenticato e per anni ha raccontato la verità: “I giorni di Meina hanno segnato nella mia vita – ha scritto Becky Behar, da poco scomparsa- un trauma perenne: non sono più stata la stessa, perché non è il fatto di essere sopravvissuto che ti può dare pace”. Il vecchio albergo, per decenni inutilizzato, è stato ora abbattuto e al suo posto sorgerà una palazzina con appartamenti vista lago. A ricordare l'eccidio l’amministrazione comunale ha pensato di affidare all' artista israeliano Ofer Lelouche un bronzo da posizionare nell’area antistante il condominio. Altri forse immaginavano una scelta diversa: al posto del vecchio hotel un museo della resistenza o una testimonianza dell'eccidio dei tanti ebrei che caddero, qui come in altri Comuni che si affacciano sul Lago Maggiore. Un altro tassello di quella memoria che si cerca di preservare in molti altri modi viene così a sparire. Eppure di quella memoria c’è bisogno, sempre di più, atteso che gli ultimi testimoni oculari se ne stanno andando. Al posto degli uomini che non ci sono o non ci saranno più, almeno i luoghi-simbolo dovrebbero restare.

G.A.D.


 

Berlusconi

 

Gentile Redazione,

l’articolo di fondo di David Sorani sull’ultimo numero di “"Ha Keillah” è la classica dimostrazione del vizio della sinistra – di cui il vostro bimestrale è parte – di autoassolversi in nome di una presunta superiorità morale (per inciso, il comunismo – sia detto una volta per tutte – può “vantare” solo un’inferiorità morale attestata dalla storia). Il signor Sorani dovrebbe dedicare una serie di articoli di fondo sui fallimenti storici, morali, politici della sinistra italiana: allora sì che troverebbe argomenti solidi su cui indagare al posto delle lamentazioni sterili e decadenti sull’“infezione berlusconiana”.

Cordiali saluti

Antonio Donno
Presidente dell’Associazione
Italia-Israele di Lecce

 

Egregio Direttore,

nel suo furore antiberlusconiano, alquanto irrazionale, arriva tardi e male e, per di più con invettive che si addicono più ad un cattolico estremista e pauperista come Savonarola o ad un fondamentalista islamico come Khomeini che non ad un esponente della cultura ebraica coltivata in senso laico.

Dimentica inoltre di scrivere – anche se lo sa benissimo – che l’attuale Presidente del Consiglio nello stesso campo delle attività private extraistituzionali è stato preceduto da lungo tempo da personaggi certamente più illustri di lui, sia in Italia che all’estero, anche per essere stati Capi di Stato, per di più riveriti ed osannati da quegli stessi giornali e giornalisti che ora hanno innescato la campagna scandalistica contro il Presidente del Consiglio; come se non esistessero argomenti meno frivoli e meno futili per criticare o anche attaccare l’attuale Governo.

Colgo l’occasione per rispondere brevemente alla sig.ra Anna Segre. Premesso che è un fatto incontestabile che l’immigrazione clandestina è solo l’edizione riveduta e corretta (e per certi versi peggiorata) della vecchia tratta degli schiavi, è facile osservare che se ad una persona viene trapiantato un organo non compatibile ne consegue l’inevitabile reazione di rigetto. Per quanto riguarda poi i Tribunali, anche qui è facile osservare che quelli italiani assomigliano troppo a quelli citati nel Salmo 94; ciò vale soprattutto per i Pubblici Ministeri che dietro il paravento della Costituzione in realtà vogliono creare una specie di teocrazia giudiziaria (all’insegna del principio “a che vale il potere se non se ne abusa”); è evidente quindi la necessità di fermare tale deriva totalitaria anche se poi alle parole non seguono purtroppo fatti concreti

Enrico Paggi

 

Butto giù queste poche righe di risposta alle due lettere dei Signori Paggi e Donno (inossidabile coppia di super-difensori a oltranza del premier) mentre infuria la tempesta suscitata dal caso Boffo-Feltri. Per la precisione, scrivo nel giorno delle dimissioni di Boffo da direttore di “Avvenire”. E mi pare che l’orribile clima in cui questa surreale vicenda ci ha gettato confermi le mie (e forse non solo mie) impressioni sul berlusconismo e sull’avvelenamento della democrazia che tale patologia politica genera a getto continuo. Ora è la libertà di stampa a essere pericolosamente in bilico, dopo i pesanti attacchi ai giornali da parte del Presidente del Consiglio; un Presidente che, paradossalmente, è anche un imprenditore dell’editoria – giornalistica e non – e ha dunque la non comune possibilità di brandire le sue testate come un’arma. Ancora e più che mai è il vissuto privato di individui in posizioni rilevanti a surrogare il vuoto della politica, delle idee, dei programmi. Forse la verità è che la concezione della politica come realizzazione di una possibile giustizia è ormai morta, lasciando spazio – senza il necessario equilibrio tra le due visioni – all’altra imprescindibile essenza della politica come lotta per il potere e affermazione di un potere. Credo che il berlusconismo rappresenti l’immagine più attuale di questa ricerca del “potere per il potere”.

Tali scarne considerazioni e soprattutto la stessa cronaca politica dell’inizio di settembre potrebbero dunque bastare come conferma delle mie impressioni e come “risposta data dai fatti”. Sennonché ai due miei interlocutori, tutti presi dalla difesa del loro schieramento e intenti a lanciare i soliti strali contro i soliti “comunisti”, pare sfuggire il senso di fondo di un intervento che non aveva obiettivi a senso unico, cioè la diagnosi di una malattia sociale e politica che nasce e perdura nell’attuale destra berlusconiana ma alligna ormai ovunque, al centro come a sinistra, divenendo costume e modo d’essere generale, sintomo ed espressione insieme di una comune perdita di identità ideale.

D.S.