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Un giornale per il confronto

di Anna Segre

 

In molti ambiti (dalla politica italiana al conflitto mediorientale) non assistiamo più al confronto tra opinioni differenti, ma alla contrapposizione insanabile tra diverse versioni dei fatti. Lo stesso accade nella comunità di Torino, per cui i gruppi che litigano furiosamente tra loro invocano spesso i medesimi principi e obiettivi: una comunità democratica, gestita in modo trasparente, aperta a tutti e rispettosa delle opinioni anche di minoranza; ovviamente ciascuno accusa gli “altri” di non favorire l’apertura e il rispetto reciproco. Negli anni molti consiglieri del Gruppo di Studi Ebraici e di Comunitattiva hanno dato tanto alla nostra comunità, in termini di tempo, impegno personale, abnegazione, ciascuno a suo modo, nei limiti delle sue possibilità, magari con scelte non da tutti condivisibili; non riconoscere questo impegno, da entrambe le parti, sarebbe ingiusto e ingeneroso, oltre che falso. Negli ultimi anni sono nate iniziative lodevoli e significative, come i corsi di avvicinamento all’ebraismo e il bet midrash delle donne, mentre in parte sono state lasciate cadere altre attività (cicli su alakhà e problemi contemporanei, presentazioni di libri), anche per l’indisponibilità delle persone che in precedenza se ne occupavano. C’è chi preferiva l’attività culturale precedente, chi quella attuale, ma sarebbe utile riconoscere che Consigli diversi possono legittimamente avere priorità diverse.

Purtroppo molti parlano solo con amici, parenti e con persone che più o meno hanno le stesse idee, e così manca un reale confronto e si rafforzano i pregiudizi, che, rimbalzando da una bocca all’altra senza contraddittorio, finiscono per assumere lo statuto di verità. Spesso non si cerca di confutare davvero quello che gli altri dicono, ma quello che gli amici o i parenti affermano di aver sentito dire, o magari quello che ne scrivono i quotidiani locali. In particolare nel dibattito su Rav Somekh ciascuno si è costruito un modello dell’“avversario” facilmente attaccabile perché non corrispondente alla realtà: i difensori di Rav Somekh vengono dipinti come fondamentalisti che vogliono una comunità fatta solo di osservanti, i suoi critici vengono dipinti come fautori di un ebraismo non ortodosso, oppure come sostenitori di un potere esecutivo tirannico (il Consiglio) che mira a imbavagliare il potere giudiziario (il Rabbino). Fioccano le reciproche accuse di non voler capire le ragioni degli altri.

Credo che molti, come me, oggi vogliano una comunità in cui non si creino capri espiatori di nessun genere (né rabbini, né consigli, né presidenti) e in cui tutti siano disposti a lavorare insieme per il bene della comunità, con il nostro nuovo Rabbino Capo, Rav Birnbaum, con Rav Somekh e con eventuali altri che arriveranno.

Una comunità in cui ci si preoccupi di risolvere i problemi, non di analizzare per colpa di chi si sono creati, di trovare soluzioni e non colpevoli.

Una comunità in cui le iniziative culturali siano giudicate per il loro valore e interesse e non per chi le ha proposte.

Una comunità in cui ciascuno sia disposto a dare il meglio di sé collaborando con chiunque, senza pregiudizi ed etichette preventive.

Una comunità di persone pronte magari a schierarsi, a discutere, a prendere posizioni anche dure, ma basandosi sulle reali differenze di opinione e non su opinioni dell’avversario costruite ad hoc.

I lettori si saranno accorti che queste divisioni hanno attraversato negli ultimi anni anche il Gruppo di Studi Ebraici, e la stessa redazione di Ha Keillah, con la devastante conseguenza delle dimissioni di 17 membri del Gruppo, tra cui il direttore e altri tre redattori del nostro giornale. Pur con profondo rammarico, e con la consapevolezza che HK senza il contributo e l’impegno che David Sorani ha profuso in 23 anni di direzione non sarà più quello di prima, abbiamo deciso di andare avanti. Ha Keillah esercita da trentacinque anni una funzione insostituibile nell’ambito dell’ebraismo italiano e vogliamo che continui ad esercitarla. Ha Keillah è sempre stato, e continuerà ad essere, un giornale schierato: schierato contro le derive antidemocratiche presenti in Italia oggi e per la pace in Medio Oriente, e anche schierato in favore di un certo modello di comunità; tuttavia non è detto che si debba avere per forza un giornale schierato pro o contro l’attuale Consiglio della comunità: dal momento che i membri del gruppo, i redattori, i collaboratori e i lettori hanno opinioni differenti in merito, il ruolo del nostro giornale non può essere che quello di offrire una palestra di confronto e dibattito sulle vicende comunitarie. Ci ripetiamo spesso che HK è nato nel 1975 per criticare il consiglio della comunità di allora, ma questo è vero solo in parte: il giornale è nato soprattutto per proporre una visione alternativa della comunità, per suggerire idee concrete, per discutere su cosa si sarebbe potuto fare.

Spero che Ha Keillah, continui anche ad essere, oltre a tutto il resto, anche un luogo di discussione sui vari problemi comunitari torinesi, dove si pesino le diverse opzioni e si analizzino pregi e difetti di ciascuna.

Mi auguro che Ha Kaillah permetta un dialogo vero tra gli ebrei torinesi, anche tra quelli che non hanno la stessa opinione.

Spero che sulle pagine di Ha Keillah tutti possano sentirsi a casa e che sulle pagine di Ha Keillah venga voglia di scrivere a tutti, anche a quelli che finora non lo hanno fatto.

Spero che chi ha collaborato con noi in passato continui a scrivere e chi non ha ancora mai collaborato inizi a farlo. Ha Keillah per continuare a crescere ha bisogno della collaborazione, dell’impegno, dell’entusiasmo e delle idee di tutti. Anche noi abbiamo qualcosa da offrire: l’autorevolezza di una testata che esiste da trentacinque anni, lettori affezionati, collaboratori competenti, rapporti consolidati con i professionisti che materialmente lo stampano. Tutte cose che non si possono improvvisare. Usiamo Ha Keillah per discutere, come sempre, di Italia e di Israele, di cultura ebraica, di storia e di memoria, di libri, film e spettacoli e di molto altro; e usiamolo anche per parlare dell’ebraismo italiano e della comunità di Torino, per far conoscere le attività e le proposte, le critiche, i dubbi, le idee nel cassetto, i sogni.

Con la speranza che dalla crisi possa scaturire nonostante tutto un nuovo inizio.

Anna Segre

   

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