UCEI

 

Quale Statuto per quale futuro?

di Giulio Disegni

 

Un Congresso, quello dell’Unione delle Comunità Ebraiche che si terrà prossimamente a Roma, che si preannuncia ricco di aspettative, ma anche di incognite, foriero di cambiamenti e di nuove prospettive per l’ebraismo italiano. Soprattutto nuove regole attendono di essere approvate e di modificare l’assetto delle Comunità e dell’ebraismo italiano e in definitiva il futuro degli ebrei italiani.

Nonostante la portata dei temi in discussione, il problema della revisione dello Statuto non ha avuto un grande seguito e non è stato più di tanto approfondito il dibattito e il confronto nelle Comunità e tra gli iscritti, se non da (pochi) addetti ai lavori. Eppure le modifiche che saranno oggetto di discussione sono di portata non indifferente e andranno a toccare temi di grande rilievo.

Ad esser soggette alle proposte di modifica predisposte dalla Commissione per la revisione dello Statuto sono diverse norme del testo in vigore dal 1987, talune più squisitamente tecniche, altre di sostanza, ma è indubbio che la partita congressuale si gioca soprattutto sui criteri di eleggibilità e di rappresentatività degli organi di governo comunitari, sulla composizione e sui poteri della Giunta dell’Unione delle Comunità, sulla doppia iscrizione alle Comunità, sull’assetto del rabbinato e sul ruolo e la funzione dei rabbini in Italia.

Val qui la pena tracciare un breve quadro di quelle che si prospettano come le modifiche più interessanti, su molte delle quali il Gruppo di Studi Ebraici di Torino (G.S.E.) ha elaborato osservazioni che si illustrano in breve e che costituiranno sicuro oggetto di dibattito congressuale.

Comunità doppie iscrizioni e consorzi

La configurazione giuridica delle Comunità rimane quella attuale di istituzioni tradizionali dell’ebraismo in Italia, organizzate secondo la legge e la tradizione ebraiche, ciascuna nell’ambito della propria circoscrizione, mentre l’iscrizione alla Comunità presenta un’innovazione, che va incontro ad un’esigenza da tempo sentita da molti ebrei italiani, che richiedono di essere (o di rimanere, nel caso di trasferimento) iscritti alla propria Comunità d’origine anziché in quella ove risiedono per ragioni di lavoro o di nuova abitazione. In realtà, il principio base che non vie­ne modificato, è quello per il quale gli ebrei appartengono alla Comunità nella cui circoscrizione risiedono, nella quale utilizzano i servizi erogati, pagano i contributi e votano: si vuole ora introdurre e codificare un principio nuovo, cosiddetto della doppia iscrizione, in base al quale, fermo restando l’esclusivo esercizio dell’elettorato attivo e passivo per l’elezione degli organi nazionali e l’assolvimento degli oneri contributivi presso la Comunità di residenza, è ammessa la facoltà di rimanere iscritto alla comunità di origine. In sostanza, non è consentito iscriversi o rimanere unicamente iscritti alla Comunità di origine, se si risiede stabilmente (e non per esigenze meramente temporanee o precarie) in altra città, ove ha sede altra Comunità, ma è consentito essere iscritti anche nella Comunità d’origine, purché l’esercizio dei propri diritti e doveri venga espletato in quella dove si risiede. Si è anche previsto che ove la persona iscritta nella Comunità di residenza chieda l’iscrizione anche alla Comunità di origine, il regolamento interno di questa può contemplare la facoltà di esercitare il diritto all’elettorato attivo e passivo per gli organi di governo locale. Il Gruppo di Studi Ebraici osserva che l’attribuzione del diritto all’elettorato attivo e passivo debba essere previsto solo per gli organi di governo locale e quindi al comma 2 dell’art. 2, proposto in tal senso, si chiede di specificare l’esclusività per tale attribuzione.

Circa il diniego all’iscrizione, si propone che l’interessato ricorra alla Giunta della Comunità anziché al Consiglio, “previo nulla osta del Rabbino Capo”, che prima era solo “sentito”; quanto alla rinuncia all’iscrizione, questa può esser sempre revocata: prima, ai fini della sua efficacia, lo era con il nulla osta del Rabbino, ora non è efficace senza decisione favorevole della Giunta, previo nullaosta del Rabbino Capo.

Ancora sull’assetto territoriale delle Comunità è ribadita la possibilità che le stesse possano consorziarsi per l’esercizio in comune di taluni servizi istituzionali ed ora si prevede di aggiungere a tale ipotesi il principio secondo cui il consorzio può essere disposto dalle Comunità interessate, ovvero, previa consultazione delle stesse, dal Consiglio dell’Unione, che delibera su progetto predisposto dalla Giunta. Su questo tema il dibattito è aperto, ma ritengo che la facoltà (che spesso è necessità) di consorziarsi debba spettare solo alle Comunità interessate ed ai loro iscritti.

Consigli e sistemi elettorali

Circa la composizione dei Consigli comunitari, che oggi viene definita in base al numero degli elettori delle Comunità, il G.S.E. ritiene che debba essere definita in base al numero degli iscritti. Nulla da aggiungere ai criteri numerici adottati dalla Commissione per la revisione allo Statuto, che ha tenuto invariato il numero di consiglieri (da tre a sette) per le Comunità fino a 600 iscritti, da sette a tredici fino ai 2000 iscritti e sino a trenta membri per le Comunità con oltre 2000 iscritti, con un ulteriore membro ogni 800 iscritti o frazione (anziché 600, come ora previsto).

All’art.13 sulla durata in carica dei Consigli comunitari la novità è costituita dal principio secondo cui i consiglieri durano in carica per un quadriennio e sono rieleggibili per non più di tre mandati consecutivi, salvo che il regolamento disponga diversamente, e su ciò nulla da dire, anche se la permanenza di mandati plurimi era legata nelle Comunità assai piccole alla difficoltà oggettiva di reperire persone che volessero candidarsi alle elezioni comu­nitarie. Viene poi introdotto il principio della decadenza dei consiglieri dopo tre assenze consecutive non giustificate, con la possibilità che avverso il provvedimento sia ammesso ricorso al collegio dei probiviri: il G.S.E. non condivide la proposta di ammissione il ricorso contro un provvedimento assunto sulla base di quanto previsto nella stessa norma.

Altra questione discussa e combattuta quella riguardante le elezioni del Consiglio. La Commissione per la revisione statutaria ha elaborato un meccanismo piuttosto complesso legato al numero degli iscritti, alle liste di candidati, alla possibilità di eleggere candidati appartenenti a liste diverse nelle Comunità con meno di 4000 iscritti, mentre in quelle con numero superiore si è previsto che ciascun elettore possa votare per una sola lista, esprimendo sino ad un massimo di preferenze non superiore a un terzo dei componenti del Consiglio. Si sono infine previsti i cosiddetti premi di maggioranza e ancora si propone che nelle Comunità con più di 4000 iscritti è eletto Presidente il candidato alla presidenza designato dalla lista che abbia ottenuto più voti oltre la soglia del 40%-45% dei voti e ove nessuna lista ottenga una percentuale di voti pari o superiore al 40%-45%, il Presidente è eletto dalla maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio.

Il G.S.E. è peraltro contrario all’ipotesi di sbarramento, al premio di maggioranza, nonché al limite minimo per il numero di candidati in lista (2/3 di quelli da eleggere), auspicandosi invece che venga previsto un sistema proporzionale puro e soprattutto che il Presidente venga eletto dal Consiglio, come da sempre accade.

Più in generale si ritiene che debbano essere le Comunità a darsi un proprio regolamento elettorale interno da sottoporre all’approvazione del Consiglio UCEI e sulla base di questo debbano essere contemplate le singole modalità operative, fermi restando i principi generali in materia di eleggibilità.

Circa la nullità e decadenza dalla carica di Consigliere (art. 20), la proposta di modifica della Commissione prevede che, a differenza di quanto oggi accade - ossia che spetta al Rabbino Capo, sentito l’interessato, dichiarare che un consigliere eletto o in carica non si pone nelle condizioni per ricoprire la carica stessa previste dall’art.9 dello Statuto sui criteri di eleggibilità - il Consiglio, di propria iniziativa e sentito il rabbino capo o su iniziativa di quest’ultimo, può dichiarare la decadenza di un consigliere che tenga comportamenti in contrasto con quanto previsto dall’art. 9, ovvero sia stato condannato, anche con sentenza non passata in giudicato, per un reato ritenuto incompatibile con la permanenza nella carica.

Il G.S.E. ritiene che la dicitura “reato ritenuto incompatibile con la permanenza in carica” sia generica, mentre ritiene necessario prevedere incompatibilità anche nel caso in cui vi sia stato il patteggiamento.

Sulla Giunta (art. 23), le proposte della Commissione prevedono una serie di modifiche tecniche che non riguardano direttamente i suoi poteri e funzioni, ma si prevede che nelle Comunità in cui la Giunta sia composta di 8 membri e un numero di consiglieri non superiore a 20, il regolamento interno può stabilire che possono far parte della Giunta non più di 2 componenti esterni al Consiglio, il che appare non conforme alla logica dello Statuto, secondo cui tutti i rappresentanti degli organismi comunitari e nazionali sono eletti dagli elettori e non nominati “dall’alto”.

Si prevede anche che nelle Comunità nelle quali il Consiglio è composto da un numero di membri superiore a cinque, la Giunta sia eletta dal Consiglio, su proposta del Presidente.

A questo riguardo, il G.S.E. ritiene invece che la Giunta debba essere eletta dal Consiglio autonomamente e a prescindere in ogni caso dalla proposta del Presidente.

Stesso discorso vale per il comma 10 dell’art. 23 (la Giunta dichiara, a maggioranza assoluta, la decadenza dei propri componenti dopo tre assenze consecutive non giustificate. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso al collegio dei probiviri) ove non si capisce perché possa essere ammesso il ricorso contro un provvedimento assunto sulla base di quanto previsto al comma precedente.

Circa i revisori dei Conti, non essendo le Comunità e l’Unione delle società, non pare necessario applicare la nuova normativa relativa ai collegi dei revisori, ritenendosi pertanto che le norme attualmente formulate possano rimanere così come sono.

 

Rabbino capo per quanto tempo?

Venendo alla nomina del Rabbino Capo, sulla cui regolamentazione statutaria in generale la Commissione si è riservata di concordare con l’Assemblea rabbinica una modifica di talune proposte, attualmente si ricorda che l’art. 24 prevede che essa diventa definitiva dopo tre anni di esercizio dell’ufficio nella medesima Comunità. La proposta della Commissione introduce il limite temporale e prevede che, dopo un periodo iniziale d’esercizio di due anni, se non è disdetta a maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio della Comunità, viene confermata per un periodo complessivo di sette anni, inclusi i due iniziali, e si rinnova di sette anni in sette anni se non revocata.

Il G.S.E. propone a questo riguardo che la conferma può essere limitata ad un periodo complessivo di sette anni, inclusi i due anni iniziali ed in tal caso si rinnova automaticamente. In questo modo il Consiglio, a differenza di quanto accade oggi, può scegliere se effettuare una assunzione a tempo indeterminato o a tempo determinato.

La questione è certo delle più delicate e complesse perché riguarda in qualche modo l’intera configurazione che le proposte di modifica allo Statuto sembrano voler dare alla figura del Rabbino, per cui la discussione in sede congressuale sarà quanto mai aperta. Si stabilisce poi nella proposta di modifica che l’ufficio e il titolo di rabbino capo sono disgiunti dal rapporto di lavoro o professionale instaurato con la Comunità, mentre sembra opportuno dire al comma 3 dell’art. 24 che “L’ufficio e il titolo di rabbino capo possono essere disgiunti dal rapporto di lavoro o professionale instaurato con la Comunità”.

 

Le nuove istituzioni dell’UCEI

Grandi cambiamenti anche per quanto riguarda il Consiglio, che viene totalmente trasformato e allargato rispetto all’attuale assetto, prevedendosi all’art. 40 che “il Consiglio è composto:

a) dal presidente di ciascuna Comunità o, se previsto dal regolamento interno di cui all’art. 3, da altro rappresentante designato dal Consiglio tra gli iscritti alla medesima Comunità;

b) da 35 componenti eletti a suffragio universale e diretto, aventi i requisiti di eleggibilità a consigliere di comunità, dei quali 20 eletti dagli iscritti alla comunità di Roma, 9 eletti dagli iscritti alla comunità di Milano, 6 eletti dagli iscritti alle altre comunità distribuiti nelle circoscrizioni elettorali individuate nell’allegato B;

c) dai tre rabbini che costituiscono la consulta rabbinica”.

Il G.S.E. ritiene al contrario che, per l’elezione dei 35 componenti da eleggere a suffragio universale e diretto, debba essere previsto un collegio unico nazionale e che sulla scheda possa essere indicato un numero ridotto di preferenze.

Altra novità di portata storica su cu vi sarà ampia discussione in Congresso e che è strettamente collegata alla composizione ed al ruolo del Consiglio è che il Congresso, così come attualmente concepito, è abolito e la relativa norma (art. 41) abrogata.

Circa le attribuzioni del Consiglio, previste all’art. 46, il G.S.E. propone che: “Salvo le competenze esclusive previste dal comma 1 lettere da a) a g) il Consiglio deve istituire al proprio interno commissioni anche con poteri deliberanti, stabilendone le specifiche competenze e funzioni con un apposito regolamento”. Si ritiene infatti che, se verrà accolta la riforma generale del Congresso, l’istituzione di commissioni con potere deliberante sia condizione essenziale per l’effettivo funzionamento del nuovo sistema.

Quanto all’elezione del Presidente dell’Unione e della Giunta, non è assolutamente ipotizzabile che debba essere il Presidente a sottoporre al Consiglio la lista dei componenti della Giunta, ma deve essere il Consiglio a votare un elenco di candidati, così come avviene attualmente e naturalmente si è contrari all’ingresso in Giunta di membri esterni al Consiglio.

Ancora sull’art. 49 riguardante l’Assemblea Rabbinica, ci si chiede se la frase prevista nelle modifiche della Commissione: “L’Assemblea definisce le linee guida per i percorsi di conversione all’ebraismo” non debba essere ulteriormente integrata, in quando le linee guida sono già definite dall’alakhà.

Circa, infine, i Probiviri (art. 51), il G.S.E. ritiene che essere chiamato a decidere su questioni concernenti la Comunità di appartenenza non implichi automaticamente l’incompatibilità.

Si sono indicate qui solo alcune norme che, soggette a proposta di modifica, appaiono necessitare di correttivi e di ulteriori riflessioni e modifiche, ma al di là delle singole ipotesi di cambiamento, ci si rende conto che l’ebraismo italiano è di fronte ad una nuova svolta che parte dal piano organizzativo e va a ridisegnare parzialmente il suo assetto interno, per arrivare forse ad un graduale mutamento del carattere stesso della comunità ebraica italiana.

Una sfida difficile, da percorrere con grande attenzione, perché prima di ogni altra cosa va strenuamente salvaguardata l’unità e l’unitarietà che da sempre caratterizza il nucleo ebraico che vive nel nostro Paese.

Giulio Disegni

   

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