Italia

 

Attenzione

 di Vittorio Pavoncello

 

Sicuro che le continue barzellette del premier Berlusconi sugli ebrei ai tempi della shoah indignano offendono e fanno scrivere numerose pagine di critica al personaggio e al governo. Fornendo anche propaganda d’immagine a buon mercato. E questo è certamente ciò che il Presidente del Consiglio vuole. E tutti cadono nella trappola più macroscopica del messaggio, quello che offende gli ebrei e la shoah. O dobbiamo dire che ci cadono gli ebrei e il mondo che alla shoah si rapporta come ad un riferimento e monito che dal passato giunga fino a noi. Ma è proprio nel presente che il raccontare barzellette del Presidente del Consiglio oltre che poco dignitoso è anche inquietante. E leggiamola nella sua interezza:

Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un’ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh?

Se leggiamo bene nella barzelletta oltre ai vari stereotipi dei più banali e consueti sugli ebrei, che sono avidi, che hanno denaro, e che sono disposti a comprare la propria sopravvivenza, comprendiamo che c’è un elemento nel testo della barzelletta che è del tutto contemporaneo o che rimanda nel presente a un passato funesto. E la parola che dovrebbe farci presagire scenari già vissuti non è soltanto quel citare la shoah e il mercimonio della vita che gli ebrei opererebbero in qualunque situazione anche drammatica, ma trovo che quel “connazionale” dovrebbe farci riflettere oltre a provare una istintiva quanto facile indignazione per il messaggio macroscopico. Non è nel raccontare barzellette sulla Shoah che si devono temere forme di nuove segregazioni o di leggi che non sono uguali per tutti, ma è nello scegliere parole come “connazionale” in riferimento agli ebrei che ci si deve indignare e porre la nostra critica.

Con le attuali leggi del governo che tentano di non definire italiani i figli di immigrati nati in Italia, le parole di un senatore che invitano i dissidenti dal partito di governo a munirsi di kippot, aggiungere e definire gli ebrei ”connazionali” di una non meglio identificata nazione ebraica, quando la nazionalità di ogni ebreo è quella del paese in cui è nato vive e risiede, a meno che non sia nato, vissuto e residente in Israele per cui è un israeliano, è fonte di una reale preoccupazione per ciò che potrebbe portare, più di quelle risatine prezzolate sulla Shoah, a quelle forme di divisione e discriminazione, che con la stessa aria strafottente e ironica aprivano e chiudevano i cancelli di Auschwitz su tante vite umane.

Vittorio Pavoncello

   

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