Nomadi

 

Un dilemma europeo

 di Francesco Ciafaloni

 

Poco più di mezzo secolo fa Einaudi pubblicò, a firma di Arnold Rose, I negri in America, edizione ridotta di An American Dilemma, la ricerca condotta dal grande economista ed alto funzionario delle Nazioni Unite, Gunnar Myrdal, sul razzismo negli Stati Uniti contro i negri. Allora si diceva così, traducendo negroes; non neri, introdotto negli anni ’60 per tradurre il black di black power, durante il movimento per i diritti civili. La ricerca era una minuziosa, poderosa, rassegna di rappresentazioni - i negri pigri, stupidi, violenti - e di esclusioni, discriminazioni, paure; negate il più delle volte, dai più, per non offuscare l’immagine della società democratica ed aperta; sottolineate da autori negri, opportunamente citati nei primi capitoli. “Se credono realmente a un pericolo negro, deve essere perché non vogliono farci giustizia. L’ingiustizia è sempre madre di paura” - scriveva Booker T. Washington, che ad essere negro ci teneva. “La questione razziale coinvolge la salvezza del corpo dell’America negra e dell’anima dell’America bianca” scriveva James Weldon Johnson.

Per non vergognarci troppo dinanzi alla memoria del grande svedese, dovremmo cominciare anche noi col dire che la questione zingara coinvolge la salvezza del corpo degli zingari e dell’anima dei gagè d’Europa. Dobbiamo toglierci dalla testa il tragico disegno di cercare soluzioni finali, per espulsione o emarginazione, se non direttamente per sterminio. Più che un problema zingaro, esistono i problemi degli zingari in Europa. Forse, facendo un piccolo e legittimo passo, potremmo dire che non esistono gli zingari ontologicamente tali, come non esistono gli ebrei ontologicamente tali. Abbiamo mescolato tutto nei secoli: le discendenze, le culture e i cognomi. Abbiamo appreso dai giornali che tre zingari di cui hanno parlato le cronache si chiamavano due Di Rocco e uno Spinelli. Il primo è un tipico cognome etnico abruzzese; il secondo è troppo noto per richiedere commenti.

Si usa dire che ci sono 10 milioni di zingari in Europa, concentrati soprattutto in Romania, Bulgaria, Ungheria, ma anche in grandi paesi occidentali, come Francia, Spagna, Gran Bretagna, dove si contano a centinaia di migliaia; assai meno in Italia, dove sono forse, nel senso generico, o ontologico, ascrittivo, 140.000. In Europa orientale sono tutti cittadini dello stato dove si trovano, perché l’emigrazione recente parte da lì; in Europa occidentale lo sono in gran maggioranza. Sono in ogni caso cittadini europei. Con la tragedia della xenofobia che torna a sfiorarci, la voglia di scacciare e schiacciare i poveri che coinvolge molti di noi - sangue d’Europa viene da pensare, vergognandoci, perché anche quelli di cui versiamo o facciamo versare il sangue nel Canale di Sicilia fanno parte del genere umano.

Se anche i numeri fossero questi, non è giusto che l’Europa unita, l’area più ricca del mondo, con mezzo miliardo di abitanti, non riesca a fare una proposta di convivenza decente al due per cento dei suoi cittadini. Ma gli zingari cittadini in Francia, in Gran Bretagna, in Ispagna, in Italia, sono spesso integrati, e non solo nelle professioni circensi. Anche tra gli immigrati recenti, a Torino, ci sono zingari che hanno fatto il tecnico alla Zastava, dove la Fiat delocalizzerà alcune sue produzioni, zingari che fanno il metalmeccanico, l’orafo, il muratore. Gli diciamo di tornare in Serbia se vogliono continuare a lavorare? Giustamente Ferruccio Pastore, in uno scritto recente, ha decisamente disaggregato il numero di cui si parla. Quelli che hanno problemi, che noi dichiariamo essere un problema, sono gli zingari poveri. Ed hanno problemi crescenti anche i poveri non zingari. E non solo i poveri di­soccupati, quali che siano le loro abitudini e il loro modo di vestire, ma anche i poveri che lavorano. È in corso in Europa un massiccio processo di esclusione dei poveri dalla cittadinanza.

Perché, mentre è in corso questa tragica divisione tra ricchi e poveri, che non ha, al momento, una adeguata elaborazione culturale ed espressione politica, ci preoccupiamo della espulsione degli zingari dalla Francia, della ap­provazione e possibile imitazione del governo italiano e di quello ceco? Dopo tutto la espulsione decretata da Sarkozy non è particolarmente disumana. È forse il viaggio più comodo che quelle famiglie abbiano mai fatto; per giunta retribuito. Hanno fatto assai di peggio due successive giunte romane, quella Veltroni e quella Alemanno, spostando anche campi consolidati nei decenni, come quello del Testaccio, o negli anni, come molti altri; togliendo i bambini dalle scuole, dove faticosamente erano stati accolti; rompendo rapporti utili; sbattendoli in capo al mondo, dove non ci sono né scuole, né acqua, né servizi igienici, né lavoro. E certo fanno assai peggio quelli che vanno a bruciare le baracche. Il razzismo vero è nella società; è il secolare pregiudizio nei confronti degli zingari, misurato cinquanta anni fa da Anna Anfossi ed altri a Torino, dall’Ires Piemonte a Torino e in provincia venti anni fa: sempre fuori misura, maggiore del pregiudizio nei confronti di tutti i possibili gruppi. Il problema vero é nelle cause: i piccoli furti, la mendicità, la raccolta abusiva dei metalli di alcune o di molte famiglie, che rafforza il pregiudizio, anno dopo anno, se ce ne fosse bisogno, perché è stranoto che il pregiudizio può mantenersi anche in assenza di cause - addirittura in assenza del proprio oggetto.

Tutto vero. Ma è tragico che, con la velatura di una giustificazione - l’indigenza, la sporcizia, il disordine, identica a quella di chi desidera l’espulsione generale - il pregiudizio venga legittimato e rafforzato dalle scelte politiche di uno Stato che siamo abituati ad associare al rispetto dei diritti; dello Stato fondato sulla Rivoluzione da cui nascono in Europea la libertà, l’uguaglianza, la fraternità. Ed anche dalla Repubblica fondata sul lavoro, sul rifiuto della guerra, di cui siamo cittadini.

Per questo, io, che non sono Commissario europeo, e perciò posso dirlo senza provocare incidenti diplomatici, di queste scelte del mio Governo, e, qualche volta, anche di molti comuni italiani, io mi vergogno.

Francesco Ciafaloni

   

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