Giuliana Tedeschi

 

 

L’impegno

È mancata a Torino, nell’estate scorsa, Giuliana Fiorentino Tedeschi; aveva 96 anni.

È stato detto da molti che con la sua dipartita se n’è andata non solo, forse, l’ultima testimone della Shoà a Torino, ma anche una storia, la sua storia, quella della deportazione nei campi di sterminio vissuta in prima persona, e del ricordo, fermo e terribile, durato tutta la vita, attraverso i suoi scritti e le sue molteplici testimonianze, rese sino a poco tempo fa.

In realtà, è questo l’aspetto più conosciuto di una persona straordinaria ed è questo l’aspetto che ricordiamo più diffusamente in questo numero.

Ma è doveroso anche ricordare un impegno di Giuliana nella cultura e nelle istituzioni ebraiche.

Con passione e rigore è stata Preside della scuola ebraica Emanuele Artom di Torino, ha parlato di nazismo e antisemitismo con migliaia di studenti, ha rilasciato interviste per enti e istituzioni e si è occupata anche di un tema a lei caro quale le lingue dei ghetti italiani: era questo un tema che l’appassionava particolarmente, conosceva dialetti e modi di dire non solo dell’ebraico piemontese, ma anche di altre parlate dei ghetti italiani.

Anche per questo impegno, ma soprattutto per la sua storia, non sarà possibile dimenticarla.

 


La testimonianza

Fino a pochi anni fa, poteva succedere che qualche storico non particolarmente avvertito negasse l’importanza, addirittura la legittimità, di uno sguardo di genere su deportazione e genocidio; il progetto nazista - era l’argomentazione - puntava a cancellare donne e uomini allo stesso titolo, la morte non faceva distinzioni. C’è chi anche oggi la pensa così, ma evita di dirlo, rifugiandosi nel ricordo commosso e sommario della sofferenza fem­minile. In quei casi avevo (ho) un’“arma” decisiva, e quest’arma è Giuliana Tedeschi, le sue parole, la sua storia.

Quando torna da Auschwitz, Giuliana ha 31 anni, due bambine piccole, nel cuore il ricordo del marito morto in Lager, di fronte le difficoltà e le vicissitudini che i sopravvissuti, e ancor più le sopravvissute, devono affrontare - ovunque, ma forse particolarmente in Italia, un paese che sta autoconvincendosi di essere stato unanimemente antifascista, e dunque di non avere niente da rimproverarsi. Un paese distratto, che ha fretta di voltare pagina e le­sina attenzione agli ex deportati. Ma a Giuliana non doveva sembrare l’aspetto principale: “vedevo intorno a me tutte le cose crollate - racconterà anni dopo - e dicevo: ‘assolutamente qua bisogna reagire in questo mondo di rovine, di rovine anche materiali, bisogna darsi da fare, ricostruire’”.

Fra gli obiettivi che si pone, c’è un libro, Questo povero corpo, scritto di notte con un quaderno sulle ginocchia e uscito già nel ’46, una delle prime opere di memoria dello sterminio. Giuliana racconta i sentimenti, le emozioni, i margini, gli spiragli, le ombre del Lager, le cose piccole e i piccoli avvenimenti; alla scansione temporale sostituisce i quadri tematici, alla cronaca l’addensarsi dei significati. E già a partire dal titolo mette in primo piano il corpo.

Non è solo un testo di forza straordinaria, è un esempio di libertà. Oggi l’interesse per una storia attenta alla vita affettiva ed emotiva, all’immaginario, alla fisicità, è così diffuso da far apparire ovvia l’immagine cara a Marc Bloch dello storico/orco, pronto a gettarsi sulle tracce di ogni presenza ed esperienza umana. Ma allora le cose non andavano affatto così.

Da un lato, la storia era ancora prevalentemente storia politica in senso stretto, dall’altro la memorialistica della deportazione, messa di fronte alle incredulità che cominciavano a manifestarsi, reagiva con una esemplare volontà di certificazione, spesso con la ricerca di un’esattezza e di un linguaggio quasi da deposizione in giudizio. È vero che i testi avevano assunto da subito forme diverse, che la soggettività trovava nonostante tutto parole per esprimersi; ma non veniva rivendicata, e resterà a lungo fra parentesi.

Quanto al corpo, era considerato il luogo della vulnerabilità, e nello stesso tempo, scrive Amery, della forza bruta; comunque una materia oscura da tenere sotto stretta sorveglianza. Come veniva spontaneo a gran parte dei primi testimoni/interpreti dei Lager, intellettuali o dirigenti politici di classe media, per i quali il terreno elettivo della libertà e della resistenza era l’intelletto, era lo spirito - anche per questo si mostravano, salvo rarissime grandi eccezioni, poco propensi a cogliere e narrare le “cose piccole”, che rimanevano sprofondate nel precipizio del lager.

Al contrario, in quel primo libro di Giuliana (poi in C’è un punto della terra ... e in tanti altri interventi), al centro sta proprio il corpo, fragile, ma non opaco né alieno, e insieme al corpo la soggettività - il che certo non nega l’importanza del dato fattuale, ma lo concepisce in un modo all’epoca davvero inconsueto. Senza rinunciare all’affermazione della verità, Giuliana mostra il contesto soggettivo in cui quella verità ha preso forma, un contesto spesso immateriale, ma non per questo meno reale, che interseca la trama dei fatti, e a volte la sovrasta con la sua complessità. È un’idea diversa di storia, e si accompagna a un’idea diversa di comunicazione, in cui anche il linguaggio si modella su un registro personalissimo. Quella di Giuliana è una scrittura semplice senza essere semplificante, preoccupata di non respingere a priori, capace di trasmettere la crucialità dell’oggetto senza intimi­dire, anzi offrendo un’apertura di credito a chi legge. Una scrittura che riflette la fiducia nella possibilità di comu­nicare attraverso mediazioni che non implichino la rinuncia alle proprie idee e priorità.

Da qui viene il tono sommesso, intercalato da espressioni colloquiali, vivificato dalle immagini e dalla forza dell’interiorità. Ma forse non solo da qui: Giuliana, che nelle lezioni agli studenti dipana da maestra la grande storia, sceglie quel registro, credo, perché lo ritiene il più adatto a testimoniare la sua prossimità ai piccoli destini, il suo sentirsi parte e parente degli ultimi (delle ultime), con la loro debolezza e le loro risorse.

Così facendo, ci suggerisce anche un terreno prezioso di comparazione con i racconti dei suoi “equivalenti” maschili, appunto quegli intellettuali di classe media, giovani, ebrei e non, talmente vincolati alla propria individualità da vedere nella vicinanza fisica con gli altri una minaccia di sperdimento, talmente convinti del primato della razionalità da giudicare umilianti e desolanti certi comportamenti diffusi fra i prigionieri. Come l’abitudine di parlare e fantasticare sul cibo: “masturbazione dello stomaco”, la stigmatizzano alcuni. Come la fiducia accordata alle voci che corrono per il campo annunciando prodigiose avanzate degli alleati, sbarchi, fine imminente della guerra: credulità regressiva e infantile, che condanna i prigionieri a una tragica disillusione, dicono altri.

Giuliana no. Per lei, i discorsi sul cibo (soprattutto le ricette di cucina che si scambiano le donne) sono un modo per tenere in vita il passato e prefigurare il futuro, evocando un’abilità femminile che si spera di tornare a esercitare. Le voci, i bobards, sono uno strumento per mettere un termine, sia pure fittizio, al tempo infinito del lager; passata una scadenza, se ne crea un’altra che sposta in avanti l’attesa e aiuta a sopravvivere. Trovo straordinario che in un luogo dove la pressione era tale da spingere quasi fatalmente alla semplificazione, qualcuna abbia saputo conservare, forse sviluppare, questo modo ricco e fine di vedere la realtà.

Il punto è che in Giuliana la razionalità mantiene un legame stretto con l’esperienza del corpo, con l’emotività, con l’immaginazione. La consapevolezza di sé è acuta, ma riconosce appieno quel che l’identità deve al rapporto con gli altri: “La vita delle prigioniere è come una maglia i cui punti sono solidi se intrecciati l’uno all’altro; ma se il filo si recide, quel punto invisibile sfugge fra gli altri e si perde”. Impossibile dire quanti occhi (a cominciare dai miei) abbia aperto questa immagine, quante volte sia stata citata. E impossibile non rilevare che la metafora della maglia rimanda a una pratica femminile, mentre quella del filo allude al legame del cordone ombelicale, che l’autrice ha vissuto come figlia e come madre. Senza alcuna mitizzazione della solidarietà fra prigioniere, qui la vicinanza è un terreno di fusione, non soltanto di confusione.

A differenza di tanti suoi omologhi, Giuliana non pratica il culto della ragione, ne è piuttosto una buona amica. Sa che far conto esclusivamente sulle sue modalità conoscitive sarebbe il massimo dell’irrazionalità. Sa quante cose, nella storia che si vive e in quella che si scrive, resterebbero fuori, ai margini, invisibili o fraintese. Per questo sceglie di aprire la pagina a quel che la ragione dogmatica liquiderebbe come deriva mentale e emotiva, come esilio dello spirito. Solo una donna serenamente libera poteva rinunciare con la medesima nonchalance a competere sul loro terreno con gli intellettuali che erano il suo ambiente di riferimento.

Spero siano chiare le tante ragioni per cui le parole di Giuliana erano e sono l’“arma” decisiva da opporre all’inarticolato storico di turno. Tanto più decisiva se lei era presente, e gli sgranava in faccia quegli occhi (meravigliosi), mimando alla perfezione lo stupore di chi non si capacita che si possano coltivare pensieri tanto primitivi.

 

Anna Bravo


 

Quando vado nelle scuole...

Quando, su richiesta, vado nelle scuole a fare la mia testimonianza sulla Shoah, sempre leggo questo brano di Giuliana Tedeschi, tratto dal suo libro “C’è un punto della terra... Una donna nel lager di Birkenau” (ed. Giuntina - pag.76). Si è davanti alla porta del crematorio:

Le donne entrarono per la gran porta e sostarono nell’atrio. Le attendevano colà cinquanta carrozzine da bimbo. Il tedesco ordinò a ciascuna di prendere una carrozzina e di spingerla, in fila per cinque, per tre chilometri fino al magazzino dove veniva raccolto e smistato il bottino dei convogli.

La tensione nervosa si attenuò, ma su ogni volto si stampò una piega di dolore. Lo strano corteo si mosse: le madri che avevano lasciato dei figli lontano poggiavano le mani sul manubrio cercando istintivamente la posizione più naturale, alzando dinanzi agli ostacoli prontamente le ruote anteriori. Vedevano giardini, viali, bimbi rosei addormentati nelle carrozzine sotto vaporose copertine rosa e celesti. Le donne che avevano perduto i bambini al crematorio provavano lo struggimento fisico di aver un piccolo attaccato al seno e non vedevano che un lungo pennacchio di fumo che si perdeva nell’infinito. Quelle che non erano state madri, spingendo maldestre le carrozzine, pensavano che mai lo sarebbero diventate e ringraziavano Dio. E tutte le carrozzine vuote stridevano, sussultavano e si urtavano con l’aria stanca e desolata degli esuli perseguitati”.

Ebbene, pur avendo letto questo pezzo moltissime volte, sempre, durante la lettura, la voce mi trema e gli occhi mi si inumidiscono. E fra i ragazzi che mi ascoltano, siano essi di quinta elementare, delle medie o delle superiori, scende un silenzio partecipe, nessuno fiata.

Questo brano ci fa conoscere Giuliana Tedeschi: una donna ferma, coraggiosa e sensibile che ha saputo, con questa descrizione piena di forza e di lucidità, ma anche piena di pacatezza e sobrietà, lasciarci una testimonianza che ci tocca nel profondo e non si dimentica.

E noi non dimenticheremo mai Giuliana Tedeschi.

Nedelia Tedeschi

   

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