Giuseppe Tedesco

 

La voglia di conoscere e far capire

Anche Giuseppe ci ha lasciato. Neppure la lunga assenza, dovuta all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ci aveva preparati all’addio: non eravamo pronti a pensare la nostra Comunità senza di lui.

Giuseppe fin dall’adolescenza, dal tempo della Hashomer Hatzair negli anni immediati del dopoguerra, ha fatto sentire la sua presenza nell’ebraismo torinese; attento non solo alla realtà italiana e israeliana (in Israele ha vissuto per circa sei anni negli anni cinquanta), ma anche alla politica europea ed extraeuropea, esponeva le sue analisi e le sue interpretazioni improntate a quelle che sono state le qualità salienti del suo carattere: la serietà, la voglia di conoscere, lo spirito critico, la cristallina onestà intellettuale, la coerenza ideologica.

Ricordiamo le ricerche da lui condotte dopo il rientro da Israele con Dino Colombo (altro amico scomparso prematuramente) sui ghetti del Piemonte, ricerche che venivano pubblicate dalla Rassegna Mensile di Israel; e ricordiamo le vicende e gli episodi - a volte tragici, sovente buffi - che poi raccontava, ricostruendo alberi genealogici, a proposito degli antenati di qualche componente della nostra Comunità.

Giuseppe ha fatto parte del Gruppo di Studi Ebraici fin dalla sua costituzione, ed è stato parte attiva in Ha Keillah sia come componente della redazione, sia come commentatore della realtà israeliana e intervistatore preparato e attento, sia - possiamo dimenticarlo? - come eccezionale collettore di annunci pubblicitari per il periodico.

La sua esposizione sia negli scritti sia nelle discussioni verbali aveva un’impronta didascalica che nasceva dalla sua esigenza che l’interlocutore comprendesse bene l’argomento e seguisse fino in fondo il suo argomentare. Questo suo modo di essere lo autorizzava ad essere un critico severo verso l’interlocutore, con la stessa severità che lui esercitava verso se stesso; questa sua dote gli ha consentito di essere un apprezzato - e anche amato - insegnante di ebraico per tante persone che hanno studiato con lui o hanno frequentato l’Ulpan ivrit.

Ma soprattutto Giuseppe era un amico, uno che coltivava e sapeva custodire le amicizie vicine e lontane: gli amici che lo incontravano anche dopo anni di lontananza lo ritrovavano come se si fossero appena lasciati.

Sapevamo tutti che di lui ci si poteva fidare: ci mancherà molto.


 

In testa, in coda, nel gruppo

Quando Giuseppe andava alla lavagna, guardavo con stupore la sua calligrafia strana. Allora era una scrittura infantile, certo, nel 1940, ma ha mantenuto nel tempo le sue caratteristiche bizzarre che tutti conoscete e lo hanno accompagnato per tutta la vita: sembrava esprimere una interna titubanza, non incertezza, titubanza, come se fosse trattenuto, e quasi restio, dall’esprimere del tutto il suo pensiero. Anzi, come se il suo pensiero subisse una sorta di scosse che si trasmettevano al gessetto e alla penna.

La vita di Giuseppe, la sua alta personalità, il suo impegno, hanno dimostrato la fallacia della grafologia. Dopo la guerra, quando militavamo negli Zofim, nessuno più di lui sapeva tenere la barra dritta, nessuno più di lui sapeva dirigere il pensiero degli altri senza che gli altri se ne accorgessero. Cose della mente e cose del cammino: ci ha fatto attraversare le Alpi, andata e ritorno, un’impresa che ancora mi agghiaccia, in tre giorni. Andata e ritorno, lui non era mai in testa, lui mai in coda, lui sempre nel gruppo. Io sempre in coda, e lui veniva a incoraggiarmi. E ci riusciva perfino.

Non so quasi nulla del periodo di Israele, perché, come sapete, Giuseppe era laconico. Ma ho l’impressione che la guerra del ’56, quella di Suez, nella quale fu mandato a Gaza, sia stato uno dei più gravi traumi della sua vita. Non occultato, ma inconfessato.

Al suo ritorno da Israele, credo di essere stato fra i primi a incontrarlo, al caffè Zucca, in una luminosa giornata d’estate, e le sue prime parole furono: “Com’è buio il sole qui da voi…”. E, nel nostro buio, si dovette destreggiare, con la sua perfetta conoscenza dell’ebraico, della cultura ebraica, di Israele.

Dopo la laurea in legge con la sua tesi sulla economia del kibbutz, entrò alla Rai, allora migliore di quella di oggi certamente, ma già buia. Erano ormai divenute fioche le nostre speranze di costruire un mezzo per il progresso culturale e sociale dell’Italia. E fu allora che Giuseppe decise fermamente per la penombra, nonostante le mie preghiere, respingendo i miei incitamenti. La penombra di un lavoro onesto e gentile, per nulla umiliante, che gli facesse conoscere le facce della gente.

Giuseppe ci ha insegnato molto, ma ancora adesso non sappiamo perché, nella traversata della vita, sia stato sempre in testa, sempre a incoraggiare quelli che stavano in coda, sempre nel nostro gruppo. Dal 1939.

È adesso che viene buio, Giuseppe…

 Aldo Zargani

 Roma, 21 ottobre 2010


 

Il “Comunismo” di Josef

 Quando ci lascia una persona che abbiamo stimato e alla quale abbiamo voluto bene è naturale chiederci cosa ci lascia. Specie se si tratta di una persona più giovane (meglio: un po’ meno vecchia) di noi. Ci conoscevamo da tantissimo tempo (più di 50 anni) ma dopo i primi due o tre le vicende della nostra vita, pure in qualche misura simili, ci hanno portato a incontrarci solo molto di rado. Siamo stati in Israele in anni differenti, Bari è lontana da Torino e Pisa lo è solo un po’ meno. Lui, poi, Josef non era certo persona che amasse spostarsi. Cosa è stato per me Josef? È stato un “compagno”. Meglio: un “chaver”.

E lo è stato da un tempo (“quei tempi”) quando il termine aveva veramente un senso profondo e, come si è visto, almeno nel caso di Josef, duraturo. Al tempo della mia hachsharà, lui non era con me tra i “chaluzim”, ma, più giovane, era il maestro riconosciuto degli “zofim”. Tra noi, qualcuno li guardava con un po’ di sufficienza. Quali erano i dati salienti della sua formazione e ai quali, mi sembra, è restato fedele tutta la vita? Prima di tutto la “serietà” (talora, anche, se si vuole la “seriosità”) , il rigore, la coerenza con cui viveva e manifestava i suoi ideali. Cosa era il suo professato comunismo? Io direi il suo stare dalla parte degli umili, dei “rivoluzionari”, con una particolare vicinanza soprattutto con gli sconfitti. I comunardi, gli anarchici e i ribelli antizaristi, i repubblicani spagnoli.

E cosa, se non una manifestazione di coerenza, è stata la esemplare e direi scontrosa fermezza con cui ha voluto continuare a dare al prossimo tutto quello che ancora poteva dare (la sua conoscenza del­l’ebraico, la sua cultura sionista) allontanandosi sempre più, quando ha sentita vicina la fine, da coloro con i quali, fuori della sua famiglia, avrebbe al più potuto chiedere lui sostegno e conforto? Oggi vanno molto di moda le rimozioni; forse è inevitabile cercare di dimenticare ciò che, appunto, non è più “di moda”. Forse, tutti siamo in qualche misura contagiati da questo andazzo. Josef è stato all’opposto di tutto questo e sarà bene che qualcosa del suo esempio ci accompagni ancora.

Marco Maestro

   

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