Storie di ebrei piemontesi

 

Maggio 1945  - Riapre la Comunità
Gli anni della ricostruzione

Giulia Colombo Diena

 

Giulia Colombo Diena è una donna piena di vita, nata a Torino il 29 dicembre del 1920; pensando alla sua età lei stessa arrossisce dicendo “è spaventoso!”, ma in una persona dinamica e originale come lei davvero l’età è un particolare del tutto irrilevante.

 Con impegno e voglia di fare si dedicò alle attività sociali della Comunità negli anni della ricostruzione post-bellica per poi approdare all’educazione infantile, lavorando per parecchi anni all’ORT, organizzazione ebraica internazionale che si occupava di educazione.

Quali erano i suoi contatti con la Comunità prima delle leggi razziali?

Niente di particolare, andavamo in sinagoga per le feste comandate, studiavamo per il Bat-mitzvah, si andava a comprare le azzime nel sotterraneo, nulla di più.

Io ho sempre frequentato le scuole pubbliche e, quando fui costretta ad abbandonarle a causa delle leggi razziali, non riuscii a entrare nella scuola ebraica, quindi dopo il secondo anno di liceo decisi di abbandonare la scuola. In questo periodo, tra il 1938 e il 1942, partecipai al coro che il maestro Veneziani, già direttore del coro della Scala, aveva messo su a Torino. Fu un’esperienza estremamente bella a livello sia musicale sia sociale; era un modo per trovare altri ebrei e fare delle belle cose insieme.

Finita la guerra, come incominciò ad intraprendere attività utili alla Comunità?

Quando la guerra finì morì mia nonna; io allora mi diressi in bici verso Torino per avvisare mia cugina, che lavorava al CLN, dell’accaduto. Fu per puro caso che, aprendo uno di quei giornaletti che si stampavano allora, scoprii che quel giorno stesso si sarebbe riaperta la Comunità Israelitica. Con molta curiosità mi recai, alle ore 17, come indicava l’articolo, in Comunità. Era una caos inimmaginabile: c’era gente che proveniva da ogni dove, coordinata da un esponente della comunità di Roma, città che era stata liberata prima: tutti chiedevano notizie dei deportati, ognuno di noi si rendeva conto che c’era molto da fare, e fu così che incominciai con la ricerca dei deportati.

Questa attività mi ha permesso di fare incontri insoliti: per esempio una volta in una bettola vicino al cimitero, ritrovo di ex prigionieri, ho incontrato una coppia franco-spagnola di ritorno dai campi; indossavano vestiti che non erano visibilmente i loro, troppo logori e di taglia sbagliata.

La donna mi raccontò di essere nipote di Léon Blum, già presidente del consiglio in Francia prima della guerra, ma soprattutto mi stupì sbottonandosi la camicetta e mostrandomi uno sterno tutto bruciato. Era stata fucilata e, d’istinto, si era buttata a terra tra i morti fingendosi tale e così si era salvata. Non erano stati condannati come ebrei, ma come prigionieri politici per aver combattuto entrambi in Spagna contro Franco.

Una volta, invece, il Rabbino Disegni ci disse che era stato segnalato che, in un paese vicino a Bergamo, si trovavano dei bambini salvati dai campi, ma nessuno sapeva niente di preciso, così decisi di mettermi in viaggio e andare di persona a vedere. Venute a conoscenza della mia decisione, una sacco di persone mi portarono delle foto con dei bambini che nelle foto erano tutti agghindati per le feste; pensavo che dopo tutto quello che avevano passato difficilmente sarebbero stati riconoscibili.

Con la borsa piena di queste foto partii, e dopo una sosta a Milano in Via Unione, dove nessuno mi diede notizie sulle provenienze di quei bambini, proseguii fino a Bergamo in pullman e poi a piedi sotto la pioggia per raggiungere questo paesino. A un certo punto vidi un camion che aveva disegnato su un lato un Magen David. Sperando in un passaggio mi sbracciai, ma per mia sfortuna il camion proseguì, fingendo di non essersi accorto di me. Con mio grande stupore, mi accorsi che dentro questo grande veicolo c’erano delle persone che avevo visto in Via Unione, non capii mai perché ci fu questo strano comportamento. La mia meta risultò essere una Hachsharà che accoglieva bambini slavi sopravvissuti ai campi.

Il problema di quel periodo era il caos: non c’era coordinamento, ognuno faceva ciò che riteneva migliore in modo autonomo. Ti faccio un esempio: dopo l’incendio del tempio si erano persi tutti i documenti anagrafici, così una ex maestra, Noemi, si recava giornalmente al Municipio a copiare in bella calligrafia l’elenco delle persone auto­denunciatesi come ebree durante la guerra, secondo le disposizioni della legislazione razziale. Si arrivò fino alla lettera L e poi, essendo morta la maestra, nessuno proseguì il suo lavoro. Non riesco proprio a capire il perché. Forse premevano soprattutto i problemi dei vivi. Si lasciavano stare i morti o gli scomparsi.

Ma alcune storie sono andate a buon fine?

Sì, c’erano storie a lieto fine, come quella di un padre e un figlio che si sono incontrati per caso a Porta Nuova scendendo da due vagoni differenti. Ma c’erano anche storie più tristi: non sai quante persone ricevevo, figlie o nipoti o mogli di dispersi e quanti che la prima cosa che chiedevano era come potevano muoversi per ricevere l’eredità al più presto.

Dopo questo periodo di ricerca dei dispersi come è approdata alla scuola?

Ho iniziato come supplente all’asilo: erano andate in pensione le sorelle Gerbi e così mi hanno pregato di prendere il loro posto. Ma non era affatto semplice. Nel ’47-’48 da un lato non trovavo materiale didattico, dall’altro non sapevo di cosa parlare a questi bambini: della famiglia non potevo: molti di loro avevano perso tutti i loro affetti con la guerra; anche la casa non era un buon argomento, quasi nessuno di loro ne possedeva più una. Così decisi di improvvisare e darmi da fare da sola; presi L’isola dei bambini di Luzzatti e cominciai e copiare i suoi begli animali e poi con i bambini li attaccavamo nelle aule. Tra questi animali c’era anche un maialino, ma il Rabbino Disegni ce lo fece staccare perché non era kasher!!

Poi incominciò a collaborare con la ORT…

Si, prima della ORT ho seguito un corso in estate a Merano nel ’49 a imparare il lavoro del legno e dell’alluminio: era una scuola ORT che serviva per insegnare ai futuri istruttori. La scuola era in un vecchio sanatorio, dovevamo stare attentissimi all’igiene, ci era proibito usare l’ascensore e toccare i mancorrenti delle scale, e finita la lezione dovevamo lavarci bene. Come istruttore avevamo un austriaco che aveva una certa manualità avendo lavorato in Svizzera con il figlio come fabbricante di maschere per il carnevale di Basilea. Il figlio era poi diventato un famoso jazzista. Era un insegnante molto rigido, ci faceva fare una riga dritta con il traforo mille volte finché non era perfetta… con i bambini non si poteva essere così puntigliosi, si sarebbero annoiati. La mia filosofia era di far fare le cose che dovevano fare divertendosi, per esempio, insegnando loro a maneggiare il legno. Avevamo costruito una città in miniatura che loro avevano chiamato “Acchiappamosche”. Ognuno di loro faceva una ca­setta, ovviamente storta e un po’ traballante, però raggiungemmo comunque un ottimo risultato; avevamo fatto la scuola con inciso sopra la scritta “Abbasso la squola!” e con una polverina verde che avevo acquistato avevamo fatto l’erba.

La ORT era esclusivamente per ebrei?

No, i ragazzi della ORT non venivano solo dalla scuola ebraica; per esempio i figli di Bianca Berlanda, oppure al corso di cucito partecipavano le ragazzine del collegio: ricordo Anna Bassan, Giuseppina Foà.

I corsi della ORT erano di preparazione a un mestiere?

Sì, questo era lo scopo dell’organizzazione: per esempio le ragazze che studiavano cucito, guidate dalla signora Birolo, non è che siano andate molto avanti, però riuscirono a farsi un bel cappotto o qualcosina per sé, perché, anche se la stoffa proveniva da Milano che poi richiedeva indietro i vestiti confezionati, si riusciva sempre a ricavare qualcosa da portarsi a casa.

Anche con il legno il nostro obiettivo era di costruire degli oggettini utili, usando comunque il traforo e tutti gli strumenti più impegnativi. Il fine della ORT era guidare i ragazzi in modo che imparassero a comandare il movimento delle mani usando il cervello; questo era molto importante.

E dov’era a Torino la sede della ORT?

Inizialmente nei locali della comunità, poi ci trasferimmo in Corso Vittorio 76 sopra Pfatisch. Ricordo la festa che organizzammo per festeggiare la nuova sede: si diceva che chiunque da fuori avrebbe indovinato qual era il locale tanti erano le stelle filanti e i coriandoli sul tratto di strada vicino ai nuovi locali! Avevamo organizzato giochi, proiettavamo dei film, con l’aiuto di tutti, per esempio di Lucia Levi, la moglie di Primo.

E invece come ha avuto inizio il successo dei burattini che interpretavano la Boîte à Joujoux?

Un giorno, mettendo a posto dei libri, avevamo trovato il testo della Boîte à Joujoux di Debussy. Per un’intera giornata mi chiusi dentro l’ORT a preparare un disegno e un progetto per un burattino di un soldatino, poi a fine serata andai a casa Bachi: suonai il campanello, ma davanti alla porta lasciai il soldatino e mi nascosi nell’ascensore. Tutti gli ospiti della casa si affacciarono stupiti e batterono le mani dalla gioia. Fu così che io, Guido Bachi come pianista, Lino Modena come musicologo (anche se vetraio sarebbe diventato il suo primo mestiere), Sergio Liberovici musicista, iniziammo a organizzarci. La prima idea era di realizzarlo sulla coda del pianoforte, ma non ci bastava, volevamo fare qualcosa di più grandioso. I burattini li facevo fare ai bambini della ORT, ma tutta la Comunità collaborava; al tempo non avevamo plastica ma solo cartone o legno, non c’era lo scotch e allora dovevamo usare o il nastro isolante o dei cerotti nel caso si rompesse qualcosa durante lo spettacolo. In generale la testa era una palla di gomma e il corpo dei rotoli di cartone, quelli su cui si arrotolano le pezze di velluto che i miei zii, che avevano un negozio di stoffe, mi regalavano, ma anche l’Olivetti collaborò: infatti questi burattini si muovevano su dei perni che erano quelli dei rulli delle macchine da scrivere. La nostra scenografia era un vecchio specchio di mia nonna e una vecchia porta che avevamo ricoperto di porporina rossa. E poi casa Bachi era diventata la nostra seconda casa: organizzavamo il lavoro ed eravamo costretti a mangiare su un tavolino minuscolo perché la tavola da pranzo era occupata completamente dai burattini.

Nel 1950 iniziammo con una serata a scopo di lucro a Milano, invitando solo persone danarose, a casa Mayer, console di Israele; fu un enorme successo: incassammo ben un milione e mezzo di lire, che furono destinate in parti uguali alla ORT e all’ADEI.

È stato un grande successo, una volta l’abbiamo anche fatto a scuola; Rav. Disegni era contrario perché era periodo di esami, ma noi siamo riusciti lo stesso a metterlo in scena. I bambini non sapevano cosa aspettarsi, non avevano capito perché dovevano andare in palestra invece che in aula. Furono ammaliati e si divertirono un sacco. La signorina Amar disse che in quarant’anni di insegnamento non le era mai successo prima di allora di non dover intimare silenzio ai suoi allievi per tutto quel tempo.

Oltre al Boîte à Joujoux avete interpretato altri testi?

Avevamo già il bozzetto della scena fatto da Lele Luzzati e il disegno di una fontana fatto da Ottavio Luzzati per Ma Mère l’Oye (“Mamma Oca”), una suite di Maurice Ravel. Ma Guido Bachi andò a Parigi e senza pianista era praticamente impossibile continuare. Infatti ricordo che dopo un nostro spettacolo il preside del conservatorio di Basilea si era informato sui nostri progetti futuri e si era stupito della scelta della Ma Mère l’Oye, non tanto perché si trattava di personaggi veri, come pensavo io, quanto perché a suo avviso sarebbe stato difficilissimo trovare un pianista all’altezza di Guido Bachi.

Ci avevano prestato un registratore a filo per provare senza di lui, ma non era la stessa cosa: un pianista vero sa quando rallentare se vede che succede qualcosa che non va o andare più veloce interpretando le reazioni del pubblico. E poi in particolare Guido aveva delle idee brillanti, come per esempio una volta, dopo che la bambola aveva fatto un assolo sulle punte, lui si è alzato, e, rompendo la finzione scenica, le ha stretto la mano scatenando gli applausi del pubblico.

Ho lavorato come istruttrice ORT fino al 1956; poi sono entrata nel Consiglio, dove sono rimasta per tanti anni (non ricordo quanti); ho avuto così occasione di lavorare sotto la presidenza di persone importanti per l’ebraismo italiano quali Renzo Levi, Raffaele Jona, Bruno Jarach.

Lei è anche cugina prima di Primo Levi: ha dei ricordi particolari su di lui?

Certo, lui aveva un anno più di me, ma fino alla guerra siamo stati sempre insieme; mi ha insegnato a leggere ed era con lui che passavo le estati.

Quando iniziai prima elementare nel ’26-’27 Sandro Fubini, assessore alla cultura, aveva messo nella mia scuola un corso di ebraico, il lunedì dalle 16 alle 17. È stato un fenomeno curioso, durato qualche mese; credo che questo corso fosse previsto solo per la mia scuola, la Scuola Rignon. Eravamo una classetta mista di ragazzi ebrei di ogni età della scuola e ci insegnava la maestra Fubini. Io però ero la più piccolina, non avevo neanche ancora imparato a scrivere, così ero molto impaurita da quell’ambiente e non entravo mai finché Primo non veniva a tenermi la mano.

E anche da bambino era così originale?

Sì, ricordo l’anno in cui Primo aveva scoperto i girini; quell’estate stranamente non l’avevamo trascorsa insieme; mi scriveva sempre, raccontandomi i progressi dei girini che aveva catturato un giorno, fino al momento in cui scomparvero… erano diventate rane!

Approfondiva tutto, aveva trovato dei libri di un grande astronomo e allora portò un’estate a Bardonecchia una specie di telescopio e di sera ci mettevamo io e lui a guardare le stelle; avevamo sui dodici anni.

intervista realizzata da Elisa Cavaglion

   

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