Storia

 

Edouard Wahl, da solo contro i soprusi

 di Silvana Calvo

 

“Sembra uscito da un quadro di Chagall”. Questo è un pensiero che mi è venuto spontaneo vedendo Edouard Wahl venirmi incontro per darmi il benvenuto con indosso una casacca fin quasi alle ginocchia e un berretto nero calcato sulla testa. Non molto alto, esile, con una sontuosa barba e fluenti capelli bianchi morbidamente cadenti sopra le orecchie, richiamava davvero alla mente il violinista sul tetto, che campeggia nei dipinti del grande maestro bielorusso ambientati negli Stett’l ebraici della Russia zarista.

Come ogni anno mi aveva invitato alla celebrazione della Festa Nazionale che lui organizza sempre addobbando il suo villaggio con lumini e bandierine. Insieme ad alcune decine di persone (svizzeri, stranieri, turisti e profughi eritrei) ero salita fino alla piccola frazione di Gadero, in alto sulla montagna che sovrasta il Lago Maggiore proprio al confine con l’Italia. Sapevo che Edouard Wahl offriva sempre qualcosa di veramente alternativo alla piatta retorica e al fragore dei fuochi artificiali.

Se non era mai convenzionale la festa, ancora meno lo era l’organizzatore: Edouard Wahl classe 1923, cittadino svizzero, figlio di genitori ebrei provenienti dall’Alsazia e stabilitisi nella Confederazione nei primi anni del secolo scorso. Da loro ricevette un’educazione ebraica, ma nello stesso tempo anche laica. All’epoca suo padre gestiva a Basilea una macelleria dal cui banco era rigorosamente bandito il maiale ma, in ossequio alla legge che in Svizzera vietava (e ancor oggi vieta) la macellazione rituale, la carne in vendita non era casher. Dopo la scuola dell’obbligo Edouard iniziò l’apprendistato nella professione di macellaio. Quello però non era il mestiere adatto a lui a causa della sua sensibilità. Abbandonata quell’esperienza si spostò a Neuchâtel dove conseguì la maturità commerciale. Allora imperversava la seconda guerra mondiale. In Svizzera si temeva di venir coinvolti nel conflitto e si cercava di esorcizzare la paura mantenendo vivo un clima di esaltazione patriottica che prese il nome di elvetismo. Nel paese serpeggiava un antisemitismo che, seppur lungi dall’essere brutale come quello praticato in Germania, era pur sempre infarcito di stereotipi e pregiudizi negativi che facilmente inducevano a diffidenze e favorivano discriminazioni. Tutte queste cose fecero maturare in lui il bisogno di esprimersi e di agire. Avrebbe volentieri studiato legge per placare la sua sete di giustizia, ma per motivi vari non riuscì a concretizzare quel progetto. A quel punto si mise a scrivere dando il via alla sua carriera di libero giornalista. Iniziò la collaborazione col giornale socialista “Basler Arbeiter Zeitung” con regolari cronache dei dibattiti parlamentari cantonali e delle attività ricreative operaie.

Nell’immediato dopoguerra il suo pensiero evolse su posizioni di sinistra con una attenzione particolare ai diritti umani e alla difesa dei più deboli. Tutto ciò senza trascurare le radici liberali di democrazia, giustizia e libertà che, lui ne era certo, erano alla base dello Stato svizzero di cui si sentiva parte.

Ma oltre ai sentimenti patriottici aveva anche rispetto e interesse per quanto avveniva fuori dalla Svizzera. Da qui la sua voglia di vedere da vicino e di toccare con mano i fatti reali. Perciò si mise a viaggiare quale inviato speciale per diversi giornali locali. Diventò corrispondente dell’Agenzia Reuters e dei servizi informativi dell’emittente nazionale svizzera “Radio Beromünster - Studio di Zurigo”. Gli anni ’50 lo videro quindi in giro per il mondo a raccogliere notizie per la stampa scritta, testimonianze sonore per la radio e perfino filmati. Dalla Grecia inviò un servizio sul monastero del Monte Athos, da Cipro raccontò del conflitto che opponeva i greci ai turchi, da Istambul descrisse il pogrom contro i cittadini greci nel 1955, da Napoli riferì della fine delle “Case chiuse”, mandò alle varie redazioni rendiconti dalla Jugoslavia, dalla Siria, dal Libano, dal Sudan e dallo Jemen. L’impresa più importante, ossia il suo capolavoro giornalistico fu senz’altro l’avventuroso viaggio nell’Africa Orientale nel 1955, coronato da un’intervista al Negus, Haile Selassier. Rimase nella regione per più di un anno tanto lo affascinava la popolazione locale e lo interessavano i fatti storici - condizionati dall’evoluzione della navigazione e dagli appetiti del colonialismo - che avevano fatto sì che i paesi del Corno d’Africa rimanessero poveri nonostante le loro potenzialità. Nel 1959, a 36 anni, ottenne il suo primo impiego fisso di giornalista dal popolare foglio zurighese “Blick”. Nel frattempo divenne anche corridore di formula tre: per spirito di avventura, per misurarsi con il rischio, per vivere rapporti cavallereschi con i colleghi piloti. Aspirazione, quest’ultima, che gli procurò anche qualche delusione.

Dopo 15 anni di lavoro per il “Blick”, Edouard Wahl, ormai cinquantenne si stabilì definitivamente in Ticino, a Brissago-Gadero, ridusse drasticamente il lavoro da giornalista e iniziò una nuova attività - istruttore di navigazione a vela - che svolge ancora oggi all’età di 87 anni. Lui è tutto l’opposto dello stereotipo del pen­sionato: il giorno lo passa sul lago con i suoi allievi velisti e la notte lo trova al lavoro al computer, talvolta fino alle tre o alle quattro del mattino. A Simhat Torah sa entusiasmarsi fino a fare una capriola. Scopo della sua vita è di essere al servizio di valori che lui ritiene inviolabili: in primo luogo la dignità e il diritto al rispetto di ogni essere umano quale che sia la sua nazionalità, religione, etnia o posizione sociale ed economica, il suo grado di istruzione, il suo sesso, la sua età. Egli è un fautore della laicità dello Stato e del diritto di ognuno di coltivare ed esprimere le sue convinzioni politiche e religiose (anche le meno conformiste) e di vivere secondo le proprie tradizioni oppure seguendo qualsiasi modello a sua scelta. Un principio a cui dà molto peso è la “presunzione di innocenza” per cui difende da ogni forzatura o prevaricazione chiunque si trovi sotto inchiesta o sotto processo.

Edouard Wahl è sempre all’erta per scoprire e denunciare ogni sopruso contro individui singoli, popoli, gruppi minoritari, animali o l’ambiente oppure espressi in testi legislativi, inni nazionali o altrove. A ogni vittima offre solidarietà, anche quando è solo (come spesso succede) ad esprimerla. Qualche mese fa, la sera stessa dell’esito della votazione che proibiva la costruzione dei minareti si è piazzato davanti al Municipio di Locarno per esprimere solidarietà ai Musulmani residenti in Svizzera. Dopo i recenti attacchi ai nomadi da parte della stampa populista ha passeggiato per un’ora in via Nassa a Lugano (la strada più elegante della città) reggendo un cartello con scritto “Solidarietà ai Rom” e qualche giorno più tardi ne esibiva un altro a Locarno con la scritta “Pro Rom non Pogrom”. L’ultima sua manifestazione in ordine di tempo (ma non è detto che prima che vada in stampa questo articolo non ne faccia delle altre) è stata la solidarietà ai lavoratori frontalieri oltraggiati da manifesti che li equiparavano a ratti che mangiano il formaggio svizzero. “Stimati frontalieri. Felice rivedervi” stava scritto sul manifesto preparato con l’abituale cura da sua moglie Evelyne che gli è sempre vicina e lo sostiene con convinzione in tutte le sue iniziative pur tenendosi discretamente nell’ombra. Ma non si pensi che non sia capace di stare al passo con le tecnologie moderne. Le sue idee le diffonde anche via internet: gestisce infatti un sito tutto suo <www.sailport-brissago.ch>

Un altro dovere per lui ineludibile è l’impegno politico. Per ciò si è candidato al Consiglio Comunale di Brissago con una lista uninominale denominata “Farsi coraggio”, ed è stato eletto col doppio dei voti necessari. In Consiglio si distingue per la sua diligenza e per i suoi numerosi interventi per puntualizzare gli aspetti etici insiti nei problemi trattati. Un suo punto fermo è il rispetto della legalità e correttezza formale e di sostanza. Ciò l’ha messo sovente nella posizione, generalmente mal sopportata da chi gli sta intorno, di colui che smaschera gli interessi particolari, le piccole e grandi furbizie nonché l’uso di scorciatoie per raggiungere scopi più o meno leciti.

Indubbiamente prioritaria è la lotta al razzismo, tanto da indurlo, lui solitario e fondamentalmente individualista, ad associarsi con altri, per esempio nel Movimento Contro il Razzismo e la Xenofobia e ad impegnarsi nel Comitato Cantonale Nomadi.

Molta importanza la dà alla memoria. Perciò non manca di rievocare il passato: la tratta degli schiavi, le ingiustizie del colonialismo, la shoah degli ebrei e dei rom, le vittime del massacro di Meina e quelle dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ma non sono solo i fatti grandi a muoverlo. Insieme a sua moglie, visita con regolarità il cimitero di Brissago per portare una candelina alla tomba di un cameriere-sommelier morto sul lavoro nel naufragio del Titanic e una a quella di un doganiere ucciso dal fuoco amico nella primavera del 1945 sulla collina dall’altra parte del lago. Non tralascia mai neppure di posare un sassolino sulla tomba di uno sconosciuto con un cognome ebraico.

Certo di fronte a una persona come Edouard Wahl viene da chiedersi da dove possa derivare il suo impulso, che appare irrefrenabile, a ergersi sempre e immediatamente contro ogni ingiustizia, sopruso o prevaricazione. Ho provato a chiederglielo, ma di primo acchito non ha saputo darmi una risposta, anzi sembrava addirittura perplesso che qualcuno potesse porsi una simile domanda. Poi però ha voluto rifletterci sopra per arrivare alla conclusione che di cause non poteva esservene una sola, ma molte. Ha voluto ipotizzarne alcune, così disordinatamente come gli venivano alla mente.

L’educazione ebraica alsaziana a “fare bene le cose” e “non fare del male” corrispondeva anche alla morale borghese. Importante fu il rapporto affettuoso con la nonna quale preludio all’atteggiamento amorevole e non violento verso il prossimo, chiunque esso fosse.

Un contributo sostanziale al suo modo di essere gli è derivato dalla Torah, letta in modo semplice e letterale. Secondo lui nella bibbia vi sono tantissimi insegnamenti morali ma oltre a quelli vi sono cose che non gli sembrano ammissibili dal punto di vista etico: per esempio l’atteggiamento verso i nemici in diversi casi non gli pare equo né misericordioso. Come lo disturba la cacciata di Hagar e di suo figlio Ismaele da parte di Abramo e di Sara, dopo essere divenuti genitori in tarda età. Per quell’immeritato trattamento ritiene sia necessaria una riparazione: per esempio pensa che nella benedizione impartita alla figlia, ogni padre ebreo dovrebbe chiedere al Signore di farla diventare, oltre a “come Sara, Rebecca, Rachele e Lia”, anche “come Hagar che da sola allevò Ismaele figlio suo e primogenito di Abramo”.

Una causa della sua identificazione coi più deboli potrebbe derivare dal suo essere stato gracile fisicamente nella prima giovinezza e quindi vulnerabile. Determinante potrebbe essere stata l’esperienza vissuta quando era apprendista macellaio ed era inorridito dall’idea di dover uccidere.

C’era poi l’antisemitismo che ha condizionato la storia della sua famiglia. La madre proveniva da Durmenach, in Alsazia, teatro nel 1789 di un devastante saccheggio ai danni degli ebrei che costituivano il 52% della popolazione del villaggio. Molti di loro si rifugiarono temporaneamente nel territorio della diocesi di Basilea. Ancora oggi nella comunità israelitica di Basilea Mulhouse e dintorni si recita una preghiera di ringraziamento per quell’ospitalità. Il ricordo di tale pogrom e di quello successivo del 1848 è rimasto vivo per generazioni nel vissuto della famiglia, tanto è vero che una delle preoccupazioni principali nell’educazione dei figli consisteva nell’esortarli a non fare mai “Riches” ossia di non provocare la collera antiebraica della gente. D’altronde lui sa bene cosa si prova ad essere discriminati, perché l’ha provato sulla sua propria pelle: quando era ragazzo c’è stato chi lo voleva escludere dal gruppo dei coetanei scout proprio sulla base di stereotipi legati alla sua origine. È anche convinto che l’olocausto debba averlo segnato, anche se non ne è stato investito direttamente: chi è stato risparmiato da quella tragedia spesso prova sensi di colpa non razionali ma non per questo meno profondi.

Giunto a questo punto Edouard Wahl mi guarda come per dire che in fondo non è poi così importante determinare i motivi che l’hanno fatto diventare quello che è oggi. Ci sono altre priorità, per esempio gli è venuta un’idea per una dimostrazione per far capire alla gente la situazione dei frontalieri… e poi ci sarebbe un’altra cosa che si potrebbe fare per i rom… e poi… e poi ancora…

Silvana Calvo

   

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