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Yoel De Malach
Dal campanile di Giotto ai pozzi di Abramo

  di Elena Ottolenghi Vita Finzi

 

“Verrà il giorno in cui combatteremo insieme ai palestinesi contro il comune nemico: l’aridità”. Con queste parole, anni fa, Yoel De Malach mi aveva riassunto gli ideali di tutta la sua vita. Purtroppo il suo sogno non si è ancora avverato, ma la passione che lo ha animato dall’alià a quindici anni nel 1939 alla sua scomparsa nel 2006 ci coinvolge alla lettura della sua autobiografia edita dalla Giuntina: Yoel De Malach - Dal campanile di Giotto ai pozzi di Abramo.

Nato a Firenze nel 1924 in una famiglia borghese, trasferitasi poi a Roma, Yoel (allora Giulio De Angelis) frequenta la scuola elementare ed il ginnasio negli anni in cui domina il fascismo e appaiono i primi sintomi dell’antisemitismo italiano. Inizia a studiare l’ebraico andando a prendere qualche lezione prima dalle signore dell’ADEI (!) poi presso il Collegio Rabbinico che vantava maestri quali Umberto Cassuto, Dante Lattes, Elia Artom.

Di fronte al dilagare del fascismo, suo padre tirò fuori da un nascondiglio un pacco di giornali del 1924 che parlavano del delitto Matteotti e che costituirono un efficace antidoto alle adunate del sabato cui era obbligo partecipare tra le fila dell’Opera Nazionale Balilla. Il padre, sionista convinto, aveva già pensato di trasferire la famiglia in Palestina, ma era allora necessario dimostrare alle autorità inglesi di essere in possesso di 1000 sterline, somma di cui non disponeva. Decide quindi che il solo figlio maschio compia l’alià.

La prima scelta importante che si pone al ragazzo quindicenne è quella di decidere se orientarsi verso un kibbuz laico o religioso ortodosso. Discussioni a non finire anche tra gli esponenti dei diversi movimenti, inviati per “aiutare” i ragazzi prossimi all’alià. Dice Yoel: “Sapevamo che gli ebrei italiani erano divisi tra sionisti e antisionisti, ma ora ci trovavamo di fronte a un’altra spaccatura tra due diverse ideologie in seno al sionismo”. Egli non vuole abbandonare le tradizioni religiose, ma, come gli scrive il padre, “meglio essere osservante tra i liberali che liberale tra gli osservanti”. Il gruppo dei giovani si spacca e circa la metà giunge a Givat Brenner dove Giulio assume il nome di Yoel.

Assegnato al lavoro agricolo, inizia ad occuparsi dell’irrigazione che diviene la sua passione... per tutta la vita!

Nel 1943,dopo un periodo di preparazione in diversi kibbuzim, il gruppo di Yoel (qualche decina di giovani di origine italiana e tedesca) in attesa di trasferirsi nel Neghev si ferma a Rishon Lezion; manda quindi i primi pionieri a fondare il kibbutz Revivim (pioggerellina) che resterà a lungo il punto più a sud della colonizzazione ebraica nel Neghev. Yoel fa parte del gruppo di questi primi pionieri.

Incomincia per Yoel la grande sfida: coltivare il deserto in un clima semi-arido dove le precipitazioni ammontano a 150-200 millimetri all’anno. Tra tentativi ed errori, entusiasmi e sconfitte, Yoel continua a sperimentare le possibilità di mettere a coltura le terre del deserto e nel tempo libero studia accanitamente da autodidatta botanica e astronomia senza curarsi della vita dura sotto la tenda senza luce né acqua.

Nel 1947 una commissione dell’ONU si reca in visita nel Neghev per dare un parere sul destino della Palestina e giunge a Revivim proprio dopo una forte pioggia che aveva favorito un’eccezionale fioritura di gladioli e una crescita rigogliosa di ortaggi, sullo sfondo del deserto brullo. Pochi mesi dopo l’Assemblea dell’ONU ratificava la decisione della costituzione dello Stato d’Israele.

Intanto si incrina l’amicizia con i beduini, inizia un clima di tensione e si arriva al primo caduto, il 14 dicembre 1947. I venticinque giovani si trovano assediati da ogni lato e la grotta, una cava di gesso dell’epoca bizantina, unico vano a disposizione del kibbutz, diviene dapprima stalla per mettere al sicuro le preziose mule, poi magazzino per armi e viveri, infine infermeria.

Con la proclamazione dello Stato d’Israele, gli inglesi si ritirano dalla Palestina: inizia la guerra del 1948!

Alla fine della guerra si contano più di quindici caduti, altri si sono trasferiti nel nord, restano solo dieci dei “vecchi” membri di Revivim. Ricomincia la vita con l’arrivo di altri giovani.

L’unica acqua a disposizione del kibbutz era quella salmastra del pozzo: facendoci l’abitudine, la si poteva bere e usare per irrigare orto e frutteto, ma ne occorreva una maggior quantità. Intanto, nel 1956, arrivò fino al Neghev il sistema idrico nazionale, lo straordinario complesso che distribuisce l’acqua del lago di Tiberiade in tutto il paese. Yoel ha finalmente a disposizione acqua dolce ma molto costosa e crea una stazione sperimentale per l’individuazione delle specie vegetali più o meno resistenti alla salinità e delle diverse fasi del loro ciclo vegetativo in cui questa può produrre effetti tossici. Con trivellazioni sempre più profonde si scoprì sotto il Negev un oceano di acqua salmastra calda.

Nasce così a Revivim un sistema di irrigazione a goccia distribuita da due impianti paralleli che erogano acqua dolce o salata a seconda del fabbisogno delle piante. Pomodori e meloni risultano meno acquosi e più dolci, le olive danno una maggior resa in olio; la produzione è inferiore in peso del 10-20% in quanto è minore il contenuto di acqua, con conseguenti minori costi di raccolta, trasporto, lavorazione.

Nel 1986 Yoel riceve il prestigioso “premio Israele per una vita dedicata all’agricoltura” e conclude la sua vita continuando a lavorare nel kibbutz che non è più il kibbutz che aveva sognato: ora ci si orienta alla privatizzazione, al lavoro di manodopera salariata e si domanda: quale futuro avranno le nostre relazioni con gli arabi? “Cosa abbiamo fatto noi ebrei per accattivarci l’amicizia dell’opinione pubblica araba di Israele e di Palestina? .... Come possono gli abitanti vivere calmi mentre le strade sono sporche per la mancanza di fogne? Come dovrebbero reagire vedendo al di là del reticolato di confine villaggi con tanti giardini mentre a loro manca l’acqua per l’igiene quotidiana? Dove sono le industrie impiantate con l’aiuto ebraico durante il mezzo secolo di occupazione per combattere la terribile disoccupazione? Per quanto tempo li potremo mantenere in condizioni di miseria e di fame senza che si ribellino?”

Nel leggere la sua autobiografia, condividiamo i suoi ideali e riceviamo una grande lezione di modestia, rigore scientifico, umanità.

 Elena Ottolenghi Vita Finzi

    

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