Lettere

 

 

Ancora sui boicottaggi

Due risposte a Guido Ortona

 

Chissà se sono ancora in tempo per dire la mia. Solo oggi (4 Settembre 2010) ho letto l’articolo di Guido Ortona “Alcune considerazioni su un dibattito”, a proposito del boicottaggio delle Università israeliane. Articolo interessante, che sollecita varie riflessioni.

La domanda centrale che l’autore pone ai lettori è questa: “chi non è solidale con la lotta dei palestinesi per la fine dell’oppressione da parte israeliana, vuole la pulizia etnica, l’apartheid o una stato non ebraico?” Visto che le tre opzioni proposte sono sgradevoli, la domanda riporta il lettore alla posizione dell’autore, cioè l’appoggio alla lotta dei palestinesi. L’esclusione di altre possibili opzioni viene giustificata da Ortona con un ragionamento che va analizzato nel dettaglio.

“...Ora, la soluzione che (spero) tutti noi auspichiamo, quella dei due stati, implica che Israele faccia dei passi indietro importanti, in primo (e ormai difficilissimo) luogo un ritiro consistente di insediamenti dalla Cisgiordania. Dato che Israele è una democrazia, questa decisione richiede un sostegno politico ampio, che non può darsi senza una forte ribellione, auspicabilmente pacifica, da parte dei palestinesi. Se - per assurdo - i palestinesi “si arrendessero”, è chiaro che gli insediamenti non solo non sarebbero smantellati (o trasferiti ai palestinesi), ma al contrario si moltiplicherebbero come funghi. Quindi chi auspica la soluzione dei due stati dovrebbe non solo essere solidale, ma appoggiare la lotta (pacifica) dei palestinesi per la fine dell’oppressione. A contrario, se qualcuno non è solidale con questa lotta - che abbiamo visto essere condizione necessaria per i due stati - vuol dire che non vuole i due stati; ...”

Mi sembra che questo ragionamento non sia corretto. Tralasciando altre considerazioni: non è detto che il sostegno politico al “ritiro consistente” possa originare soltanto da “una forte ribellione ... dei palestinesi”. Basta ricordare il ritiro degli Israeliani da Gaza, un “ritiro consistente” effettuato da un governo di Destra per ragioni sue e prescindendo dalle “ribellioni” della controparte palestinese. Certo, l’opinione pubblica israeliana è oggi più favorevole a creare nuovi insediamenti che a smantellare quelli che già ci sono: dubito tuttavia che questo atteggiamento possa essere modificato da una “forte ribellione” dei palestinesi, anzi, una tale eventualità probabilmente scatenerebbe gli oltranzisti ed incoraggerebbe la creazione di nuove colonie. Secondo me, potrebbe essere più efficace la diffusione nella Diaspora di una volontà pacificatrice che induca i nostri “cugini” israeliani a più miti consigli: ma restando “da questa parte” della barricata, ben attenti alle ragioni di Israele e al nostro legame con questo Stato.

Analoghe analisi e confutazioni potrebbero essere condotte per le altre “domande” poste da Guido Ortona nel suo articolo: le lascio “per esercizio” agli amici che proprio non avessero altro da fare.

C’è ancora qualcosa, nell’atteggiamento di sostegno alla lotta del popolo palestinese da parte di Guido Ortona, che mi lascia perplesso. Provo a riformulare il problema. È in atto l’ennesimo conflitto secolare fra due Identità che cercano di spartirsi lo stesso territorio. Una guerra è tale proprio perché i criteri di giudizio etico vengono distorti in funzione degli obiettivi da perseguire, considerati come prioritari; inoltre, un ulteriore “aggiustamento” dello spazio morale è connaturato alla focalizzazione identitaria delle parti contrapposte. Insomma: non esiste un giudizio imparziale, una ragione e un torto che possano essere congiuntamente riconosciute dalle parti in causa. I vari appelli ad un’etica universale e le reciproche accuse di violazione di tale codice sono soprattutto elementi di propaganda, rientrano nell’uso strumentale e aggressivo della comunicazione e vengono rintuzzate secondo tale paradigma.

Naturalmente, dobbiamo comunque considerare le istanze di giustizia, di umanità e di ragionevolezza che ci vengono proposte e che condividiamo; ma queste vanno interpretate in uno scenario in cui non c’è nessuno che può avere tutti i torti o tutte le ragioni. Non possiamo sperare nell’abbagliante luce del Bene, solo in un’opaca, ingarbugliata e controversa minimizzazione del Male. In questa prospettiva, l’adesione personale alla giustizia dei “nemici” e alla loro “lotta” non è tanto un tradimento o un riscatto morale o una liberazione dal giogo identitario; sembra piuttosto una fuga da quell’impegno faticoso e contraddittorio nel proprio campo che forse potrebbe portare a qualche risultato.

Un cordiale augurio di Buon Anno a tutti.

Szalom Lew Korbman - Milano

 

Egregio prof Ortona,

ho letto il suo articolo intitolato “boicottaggio”ed ho tratto alcune personali considerazioni.

Lei ha ipotizzato alcuni scenari possibili nell’evoluzione della situazione medio orientale. Tra le ipotesi da Lei prospettate non ho trovato una proposta che già ha funzionato per altri popoli: uno Stato ebraico con presenza “palestinese, mussulmana e cristiana”, e uno Stato palestinese (e non solo quello) con una presenza ebraica. Per secoli gli Ebrei hanno vissuto in paesi arabi; ora per loro non è presa neanche in considerazione un eventuale ritorno (non si tratta di pulizia etnica ma la situazione è molto vicina).

In merito alla Stato ebraico, prendo atto della sua “ingenuità” di laico ma sottolineo che da quasi 120/130 anni sono stati proposti progetti di varia natura volti a realizzare uno “Stato Ebraico” quale risposta ai nazionalismi spinti di fine ’800 e del ’900. Lo Stato ebraico, nella concezione dei suoi fondatori, è uno Stato che vuole avere tra i suoi principi fondatori i concetti e gli ideali caratterizzanti della cultura ebraica. Non vuole essere uno “Stato degli ebrei” precluso ad altri gruppi etnici o comunque diversi, al riguardo si può rileggere quanto contenuto nella dichiarazione di Indipendenza letta da Ben Gurion il 15 maggio del 1948. Se qualcuno vuol vederci qualcos’altro, non c’è da stupirci. Anche in Italia purtroppo sono in molti a voler cambiare la Costituzione stravolgendone l’impianto che avevano voluto darle i Padri Costituenti. Mi stupisco comunque che l’espressione “Stato ebraico” sollevi degli interrogativi che non vengono sollevati quando si parla di “Stati arabi” (con le mezze lune nelle loro bandiere) o delle radici cristiane di quasi tutti gli stati europei (anche in questo caso con abbondanza di croci nelle bandiere).

Peraltro, ogni volta che gli ebrei hanno aderito a movimenti di “liberazione” in qualità di individui sono stati stigmatizzati in qualità di Ebrei. L’inserimento del Sionismo (che non è una parolaccia e neanche un sinonimo di razzismo come ha sancito l’ONU per qualche decennio, salvo poi fare marcia indietro) tra i movimenti di autodeterminazione dei popoli nel ’900 ha creato ulteriori complicazioni a chi non sa “inquadrare” gli Ebrei.

Ad esempio è stato rispolverato lo stigma della “doppia lealtà”.

Ad esempio sono stati espulsi dal movimento fascista tutti gli ebrei che vi avevano aderito.

Ad esempio sono stati espulsi dai partito comunisti una gran parte degli ebrei che vi avevano aderito (a parte quelli che hanno rinnegato/rinunciato al loro ebraismo, ma talvolta non è stato sufficiente).

Ad esempio sono stati annullati riconoscimenti e status con le leggi razziali a quegli ebrei volontari ed interventisti decorati e menzionati nella prima guerra mondiale, che avevano creduto nei loro stati nazionali di nascita.

Ritengo doveroso e necessario criticare i “Governi”; ritengo ambiguo esprimere un dissenso verso i Governi vestendolo di “Anti-qualche cosa”, vedi “antiamericanismo” vedi “anti-sionismo” con i derivanti “boicottaggi” che in sostanza non incidono più di tanto nel “reale” ma aiutano molto a confondere ruoli e responsabilità.

Ricollegandomi con alcune “parole d’ordine” tipo “bisogna abbattere muri e costruire ponti” vedo chi boicotta le università, luoghi sicuramente più aperti al dialogo dei gabinetti di Governo, quali costruttori di muri per non confrontarsi su problemi reali “degli individui” ma funzionando da grancassa per gli estremismi.

Arturo Calosso


 

Abbiamo ritenuto opportuno offrire a Guido Ortona la possibilità di replicare in questo stesso numero per evitare che un’eccessiva dilatazione dei tempi rendesse difficoltoso per i lettori seguire la discussione

 

La lettera di Szalom Lew Korbman si intitola “l’adesione di Guido Ortona al boicottaggio delle Università israeliane”. Il mio articolo non si presta a equivoci: io non ho aderito. Korbman commette anche un’altra scorrettezza logica, più grave perché più sottile, quando scrive che il mio ragionamento non è corretto perché non è detto che un ritiro consistente [degli insediamenti in Cisgiordania] possa originare “soltanto da una forte ribellione dei palestinesi”. Io ho scritto una cosa piuttosto diversa: e cioè che il ritiro non può avvenire senza una forte ribellione dei palestinesi. Queste imprecisioni (e altre, di cui in seguito dirò) mi hanno fatto temere una lettera superficiale, ostile e manichea. Invece non è così. Gli argomenti di Korbman - con cui sono in quasi totale, e temo irreconciliabile, disaccordo - meritano molta attenzione.

Korbman dice due cose. La prima è che si possono volere due stati per due popoli senza essere solidali con i palestinesi. I motivi possono essere due. Il primo è che essere solidale coi palestinesi può essere tatticamente sbagliato, in quanto ciò può limitare l’efficacia delle pressioni diasporiche su Israele. Qui di nuovo Korbman commette una scorrettezza logica. È possibile che essere attivamente solidali con i palestinesi sia dannoso; ma ciò non implica essere in disaccordo con la loro causa, “terra e/o libertà”. Korbman confonde insomma la solidarietà con la militanza. Il secondo motivo è che è possibile essere favorevole alla soluzione due popoli-due stati in quanto ciò può convenire a Israele, quindi per motivi puramente egoistici: “non riconosco alcun diritto ai palestinesi sulla Cisgiordania, ma dato che il conflitto con essi è troppo dannoso per Israele, mi arrendo e riconosco loro uno stato”. Qui Korbman ha ragione, e io avevo torto: il ragionamento precedente è sensato, esiste quindi una categoria di persone che può non essere solidale con i palestinesi, ma ciononostante essere favorevole alla soluzione dei due stati. È anzi auspicabile che questa categoria diventi sempre più numerosa. È difficile però che ciò avvenga, perlomeno in un prossimo futuro, perché se si ritiene che i palestinesi abbiano torto quando rivendicano un loro stato, allora la sua costituzione sarebbe un’usurpazione, e quindi l’accettazione di un ricatto: cosa piuttosto irragionevole in una fase in cui la forza delle armi è tutta dalla parte di Israele. Pensarla in quel modo richiede perciò molta lungimiranza, una dote che sembra poco diffusa oggi in Israele; e probabilmente chi è abbastanza lungimirante da capire che alla lunga l’invasione della Cisgiordania danneggia Israele è anche abbastanza di larghe vedute per pensare che tale invasione non è nemmeno giusta. Comunque, ripeto, è vero che è possibile che esista un gruppo di persone contrarie alla causa palestinese, e ciononostante favorevoli alla soluzione due popoli-due stati, anche se si tratta di un gruppo presumibilmente poco significativo.

La seconda cosa che dice Korbman è più conturbante e più importante. In sostanza, egli dice quanto segue. Siamo in guerra, una guerra che ha per oggetto un territorio. La questione degli insediamenti va vista come una fase di questa guerra. Dato che siamo in guerra, non bisogna disturbare il manovratore. Dal punto di vista di un’etica universalistica egli forse ha torto, ma ciò è irrilevante: sta a lui decidere cosa sarà meglio per la nostra parte - se cedere qualcosa al nemico (vedi sopra) o se cercare di sconfiggerlo definitivamente. Chi grida all’ingiustizia pensa di salvarsi l’anima, ma in realtà tradisce il suo doloroso dovere di ebreo di questo tempo, che consiste nel fare il lavoro sporco, immorale, colpevole, necessario a che gli ebrei futuri vivano sicuri e senza complessi di colpa. Fra cinquanta o cento anni i nostri discendenti avranno modo di pentirsi, come oggi gli australiani o i nordamericani si pentono nei confronti dei loro indigeni, intanto opportunamente sterminati; una volta garantita la sicurezza, anche l’innocenza degli ebrei sarà riconquistata. La nostra colpevolezza è il prezzo che dobbiamo pagare.

Questa filosofia per cui la storia è storia non di individui o classi ma di popoli (uno dei quali, possibilmente è portatore di un Grande Ideale), e l’interesse di un popolo viene prima dell’etica, e anzi la sostituisce, ha antiche tradizioni, e costituisce la base su cui poggiano ideologie importanti, complesse e sovente molto seguite a livello di massa. L’analogia col fascismo, per esempio, è evidente: la definizione di fascismo come ideologia che appare su Wikipedia è “Il fascismo si percepisce come movimento nazionalista, il cui obiettivo finale è ‘una più grande Italia’. Secondo i pensatori fascisti questo obbiettivo si inquadra in una visione della storia di tipo conflittuale, nella quale società a base più o meno nazionale si incontrano, concorrono fra loro e - se necessario - si scontrano. E - per necessità darwiniana - in questo scontro sopravvivono solo le nazioni compatte al proprio interno”. Rientra pienamente in questa ideologia anche l’ultimo, e più grave, errore logico di Korbman, e cioè l’annegamento della colonizzazione della Cisgiordania nella più generale lotta di Israele per la sopravvivenza. Analogamente, la Libia è lo “spazio vitale” per l’Italia (oltre ad essere la quarta sponda di un mare nostrum), quindi i libici possono essere sterminati; l’Irak è una minaccia per il paese di Dio, quindi i contractors hanno licenza di uccidere; l’Ungheria viene invasa per difendere le frontiere del socialismo, quindi si possono massacrare gli insorti. Il fatto di limitarsi a rubare case e terra (ma i palestinesi innocenti uccisi non sono affatto pochi) è certamente meno grave, ma il principio è lo stesso: il grande ideale serve a cancellare il concetto stesso di crimine.

 Ne consegue che non è affatto agevole confutare discorsi come quello di Korbman. Il seguito di massa e il prestigio teorico che hanno avuto (e hanno) dimostrano che hanno radici profonde e non facilmente sradicabili, e quindi che non ci si può liberare di essi semplicemente demonizzandoli. La prima cosa che viene in mente (o perlomeno che è venuta in mente a me) leggendo le parole di Korbman sulla “giustizia del nemico” e sulla “interpretazione” dei concetti di umanità e ragionevolezza è che uomini come Primo Levi e Simon Wiesenthal hanno dedicato la loro vita ad ammonirci che la strada che porta al Lager non comincia quando un popolo tollera che ci sia una giustizia per i suoi membri e un’altra per gli ebrei, ma quando tollera che ci sia una giustizia per i suoi membri e un’altra per gli altri, chiunque essi siano. Ma questo è talmente noto che certamente chi la pensa come Korbman ha elaborato una valida obiezione a questo principio. Quale è questa obiezione? Non lo so, ma certamente esiste, e vorrei conoscerla.

 

 

Rispondere ad Arturo Calosso è più agevole, anche perché in sostanza sono d’accordo con lui. Per ragioni di spazio, ma sopratutto di competenza, interverrò solo su quelle parti della sua lettera che riguardano il mio articolo. Le parti virgolettate dei prossimi due paragrafi sono citazioni della lettera di Calosso.

“Lei ha ipotizzato alcuni scenari possibili nell’evoluzione della situazione medio orientale. Tra le ipotesi da Lei prospettate non ho trovato una proposta che già ha funzionato per altri popoli: uno Stato ebraico con presenza ‘palestinese, mussulmana e cristiana’, e uno Stato palestinese (e non solo quello) con una presenza ebraica”. Non è esatto che abbia ipotizzato alcuni scenari; ho elencato TUTTI quelli che secondo me sono i possibili esiti. Fra questi non c’è quella suggerito da Calosso. Esso implica che i palestinesi vengano considerati una minoranza etnica, ma non lo possono essere: in un eventuale stato binazionale sarebbero una maggioranza, o perlomeno un “pareggio” etnico. Quindi la loro presenza in uno stato binazionale implica necessariamente o parità di diritti (e quindi uno stato non ebraico; ma si veda il capoverso successivo) o un regime di apartheid.

“Lo Stato ebraico, nella concezione dei suoi fondatori, è uno Stato che vuole avere tra i suoi principi fondatori i concetti e gli ideali caratterizzanti della cultura ebraica”. Sono assolutamente d’accordo con Calosso che uno stato (social)democratico laico incarnerebbe i valori migliori del sionismo storico; ma chi oggi parla di stato ebraico intende di solito o uno stato di ebrei (più eventualmente qualche ridotta minoranza etnica, vedi sopra) o uno stato governato dalla legge religiosa ebraica (o entrambe le cose). E questo vale purtroppo per quasi tutta la classe politica israeliana, e ancora più purtroppo per quasi tutta la sua opinione pubblica ebraica. Ed è chi la pensa così che deve trovare il modo di conciliare questa concezione con la democrazia e la non discriminazione. Mi pare che ancora una volta riemerga la contraddizione, non aggirabile, che abbiamo visto al punto precedente: se in Israele e nei territori ci sono i palestinesi (e sono tanti) allora lo stato, se vuole essere democratico, deve essere laico, e quindi non ebraico - se non nella concezione ormai purtroppo utopistica di Calosso e dei padri fondatori del sionismo (che condivido pienamente).

Nel dibattito da cui prende spunto questa discussione qualcuno ha chiesto a Omar Barghouti come pensava di conciliare la lotta del popolo palestinese con la salvaguardia di Israele come stato ebraico. Barghouti ha risposto (cito a memoria) “Questo non è un problema nostro. Noi vogliamo vivere in uno stato libero, democratico e che non discrimini i cittadini sulla base della religione o dell’etnia. Sono gli ebrei che devono trovare il modo di conciliare l’ebraicità dello stato con queste caratteristiche”. Come dargli torto?

Perché stati arabi sì e stato ebraico no? Ogni volta che sento citare questo argomento reagisco con un po’ di rabbia: “Cosa c’entrano gli stati arabi? Sarebbe come dire che siccome gli altri rubano allora è giusto che rubi anch’io”. In realtà questa reazione è sbagliata. L’argomento ha una sua tragica validità. Se tutti rubano, è purtroppo vero che anche io sono obbligato a farlo. Nel nostro contesto il ragionamento è questo: “Se gli stati arabi in quanto arabi, e quindi con la solidarietà reale o anche solo probabile degli arabi ovunque siano, minacciano l’esistenza di Israele, allora Israele ha il diritto di difendersi con misure preventive contro gli arabi in quanto tali, dato che essi sono oggettivamente un pericolo”. Questa è la giustificazione, purtroppo non priva di validità, per il rifiuto dello stato binazionale, e quindi della soluzione utopistica di cui sopra. Ma se rifiutiamo lo stato binazionale, allora non resta che l’alternativa dei due stati; il che implica, logicamente prima ancora che politicamente, che si debba essere solidali con la lotta dei palestinesi per il recupero della Transgiordania (fatta salva l’eccezione di cui alla risposta a Korbman). Altrimenti rimangono solo la pulizia etnica, o l’apartheid. Oppure, cosa sempre più probabile, la distruzione di Israele.

Guido Ortona

   

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