Lettere

 

Dimissioni

 

A Franco Segre, presidente del Gruppo di Studi Ebraici

 

Caro Franco,

le ultime elezioni comunitarie, le cause che le hanno determinate e le tensioni interne che hanno prodotto, hanno creato una situazione estremamente ambigua e imbarazzante all’interno del GSE. In questi tre anni il Presidente della Comunità pur essendo membro del Gruppo è stato sostenuto da ComunitAttiva e solo ad essa ha fatto costantemente riferimento. Il gruppo si è di fatto spaccato fra sostenitori acritici di Tullio, che non è il Presidente espresso dal gruppo, e chi invece non condivide le sue scelte, i suoi metodi e il modo in cui ha affrontato il rapporto con il Rabbino Capo. Ciononostante siamo rimasti all’interno del GSE perché convinti che i valori che a suo tempo ne avevano portato alla formazione e che ci hanno permesso di restare uniti per molti anni avrebbero consentito di trovare le vie per una ricomposizione e per una gestione della vita comunitaria coerente con la nostra storia e la nostra etica.

La realtà è che il GSE non ha avuto la forza e l’onestà di mettersi in discussione e, temendo di spaccarsi ulteriormente e di autodistruggersi, ha scelto di tacere, di non pronunciarsi e cioè di “non essere” rispetto a quelli che invece erano i suoi principi fondanti.

Le recenti vicende hanno reso ancora più insostenibile la situazione ed è assolutamente inaccettabile l’ultima comunicazione in cui Tullio stigmatizza il comportamento dei consiglieri del Gruppo per aver espresso una posizione di pacata prudenza nei confronti delle proposte da lui presentate in Consiglio. Desideriamo ricordare che proprio una questione relativa al rispetto e ai diritti della minoranza aveva portato alla nascita di Ha Keillah. Quei principi così fortemente sentiti allora sono stati evidentemente dimenticati.

Il gruppo nella sua attuale ambigua e contraddittoria composizione non è più in grado di esprimere una costruttiva dialettica interna. Riteniamo pertanto inevitabile, pur con grande rammarico, rassegnare le nostre dimissioni.

Torino, 9 luglio 2010

 

Maurizio Piperno Beer

Eva Vitali

Ferruccio Nizza

Daniela Bachi

Franca Mortara

David Sorani

Giulia Levi

Marta Morello

Lea Voghera

PaoloFubini

Giulio Tedeschi

Alda Diena

Giuseppe Di Chio

Alessandra Coen

Silvia Sacerdote

Lucetta Jarach

Roberto Fubini

 


 

Due risposte

 

Inoltrando questa lettera a tutti i membri del Gruppo di Studi Ebraici, il direttivo rispondeva esprimendo il proprio rammarico:

Pur avendo vissuto insieme con consapevolezza la crisi che ci ha lacerato, e pur comprendendo i sentimenti di delusione e di contrasto che hanno condotto circa un terzo del Gruppo a tale decisione, siamo tuttavia sconcertati per l’incognita delle sue negative conseguenze e del futuro del Gruppo stesso. L’apporto dei firmatari della lettera alla vita del Gruppo è secondo noi di grande importanza, non solo in relazione alle istanze da portare avanti nell’ambito della gestione comunitaria e rabbinica, ma anche in riferimento all’attività redazionale di Hakeillah ed alle prossime importanti iniziative del Gruppo, tra cui Laici in piazza, quelle in ricordo di Guido Fubini, quelle in preparazione del congresso dell’UCEI, e quelle di indirizzo politico nelle travagliate situazioni italiana ed israeliana…

 

Il Direttivo del GSE

 

Il 25 luglio è giunta ai membri del gruppo anche una replica di Tullio Levi che in particolare, per quanto riguarda le accuse mosse a lui direttamente, affermava:

Nella lettera sottoscritta dai 17 membri del Gruppo viene sollevata una questione che credo nasca da un equivoco e che quindi meriti di essere chiarita; nel penultimo capoverso si afferma: “… è assolutamente inaccettabile l’ultima comunicazione in cui Tullio stigmatizza il comportamento dei consiglieri del Gruppo per aver espresso una posizione di pacata prudenza nei confronti delle proposte da lui presentate in Consiglio”. In quella comunicazione io non intendevo affatto stigmatizzare alcunché: mi ero semplicemente sentito in dovere di fornire al Gruppo ulteriori chiarimenti in merito alle decisioni assunte e ribadire quale fosse stato lo spirito che le aveva animate; con la frase finale in cui - dopo aver spiegato le ragioni per cui avevo “supplicato tutti i consiglieri affinché votassero in favore della nomina di rav Birnbaum - esprimevo “rammarico perché ciò non fosse avvenuto, non intendevo certo mancare di rispetto per le posizioni e i diritti dei dissenzienti (preferisco usare questo termine che non “minoranze”); in tale ottica ritengo quindi che il riferimento ai fatti che portarono “alla nascita di Hakeillah” sia davvero improprio.

Mi sia poi concesso rilevare come nel Gruppo non vi siano miei “sostenitori acritici”: spero e penso davvero che nessuno sia appiattito sulle posizioni di qualcun altro, ma che ognuno sia portatore delle proprie idee.

Nella lettera che ho inviato agli iscritti della comunità il 30 giugno scorso affermavo:

“Quello che il Consiglio ha avviato è un progetto di ampio respiro che intende inserire la Comunità di Torino in un contesto ebraico internazionale moderno e dinamico, avvalendosi della collaborazione di rabbini appositamente preparati per operare in comunità come la nostra in cui è indispensabile una intensa azione volta a sottrarre all’indifferenza ed a recuperare all’ebraismo coloro che si stanno allontanando, oltre che a valorizzare le indubbie e consolidate potenzialità tuttora esistenti”.

Non vogliamo provare tutti insieme, in primis noi del Gruppo che tanto abbiamo dato alla Comunità nel corso degli anni, a mettere da parte i rancori e a collaborare affinché questo progetto riesca?

Con il più cordiale shalom

Tullio Levi



 

Mese di Av e Shoah

 

In relazione alla discussione se commemorare o meno gli eventi della Shoah in occasione del 9 di Av allego la mia recente cronologia della Shoah - su Internet Pagine di storia ebraica Wolf Murmelstein - dove chi sa potrà vedere come molti episodi - eccidi, liquidazione di Ghetti, ecc. - hanno avuto luogo durante il mese di Av, negli anni 1941 (massacri delle EINSATZGRUPPEN in Russia), 1942 (Inizio liquidazione dei Ghetti nell’Europa dell’Est) e 1944 (liquidazione del Ghetto di Lodz).

Sarebbe auspicabile che gli studi rabbinici considerassero la storia - quella ebraica in generale e quella della Shoa in particolare - anche a costo di ridurre lo studio di commentatori medievali oggigiorno poco comprensibili. Shalom

 Wolf Murmelstein


 

Condivido lo spaesamento

 

Cara redazione,

vi pregherei di fare giungere a Sergio Franzese queste mie righe di apprezzamento per il suo articolo [Israele, i pacifisti armati e la sinistra] pubblicato su Ha Keillah di luglio.

Sono il segretario nazionale dei Giovani Comunisti (giovanile di Rifondazione Comunista) e condivido pressoché integralmente il senso dei suoi timori e lo spaesamento che questi esprimono.

Pur avendo una opinione diversa dalla sua in merito alla vicenda da cui lui muove (l’assalto dell’esercito israeliano alla nave della Freedom Flotilla), arrivo alle stesse sue conclusioni.

Spero che questa mia posizione - che, vi assicuro, non è unica nel mio partito - testimoni di una dialettica su queste tematiche, anche in Rifondazione Comunista, che dobbiamo fare di tutto per tenere accesa.

Un saluto cordiale,

Simone Oggionni
Segretario Nazionale dei Giovani Comunisti
(giovanile di Rifondazione Comunista)

 


 

Quale Israele sosteniamo?

 

Il governo israeliano su richiesta di Liebermann ha recentemente introdotto una norma che richiede ai non ebrei che chiedono di diventare cittadini israeliani di giurare fedeltà allo Stato e di riconoscerne al contempo la natura ebraica e democratica.

Noi ebrei sappiamo benissimo che se chiedessero - anche solo agli immigrati che chiedono la cittadinanza - di riconoscere il carattere cattolico dello Stato italiano riconosceremmo subito un carattere autoritario ed antidemocratico nella richiesta e ci sentiremmo considerati cittadini di seconda classe. Questo accade al nostro vicino invece che a noi. Ma la conclusione non cambia.

Anche di recente, Netanyahu ha annunciato la ripresa delle costruzioni nelle colonie nei territori occupati. Dichiara al contempo di voler proseguire le trattative di pace con l’Autorità Palestinese. Mi sembra che la prosecuzione di trattative mentre Israele continua ad impossessarsi di terra possa solo significare una completa resa da parte palestinese e la rinuncia alle proprie risorse, confini ed indipendenza.

Altri episodi dimostrano la scarsità di democrazia in Israele nei confronti dei palestinesi. Cito ad esempio la distruzione del villaggio beduino di el Araqib nel Negev, la condanna ad un anno di reclusione inflitta al leader della protesta non violenta a Bi’lin in Cisgiordania. Episodi che si sommano a quanto già sappiamo: la distruzione di olivi da parte di coloni, i divieti di costruzione, il Muro, l’isolamento di Gaza.

La situazione nei territori occupati è descrivibile come apartheid e così è stata descritta anche su Ha-Keillah da Guido Ortona. (Interessante notare che Ha-Keillah non ha contestato la diagnosi, ma solo l’idea che il boicottaggio possa essere efficace).

Ragioni etiche e pratiche richiedono a mio avviso un cambio di politica. Immagino che queste politiche alimentino rabbia e rancore in questa e nelle future generazioni palestinesi.

Vorrei che questa politica si fermasse; non voglio che la mia Comunità dia l’impressione di sostenerla, come ha invece fatto dando l’adesione alla manifestazione organizzata da Fiamma Nirenstein a Roma. Chiedo che non lo faccia in futuro senza chiedere il parere degli iscritti.

Giorgio Canarutto

   

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