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Settembre non è finito
di Yossi Amitai

 

Durante gli ultimi sei mesi circa gli israeliani erano stati avvisati dagli osservatori politici interni e da quelli stranieri che verso la fine di settembre essi avrebbero dovuto far fronte a uno “tsunami politico” senza precedenti. Quello a cui si alludeva con questa minacciosa metafora era la decisione dell’Autorità palestinese (PA) di presentare una richiesta ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché i territori palestinesi occupati oltre i confini precedenti il conflitto del 1967, comprese la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, fossero riconosciuti come uno Stato sovrano in fieri, con Gerusalemme est capitale, e fosse trasformato il suo status presente da Stato osservatore a effettivo Stato membro dell’ONU, anche prima che venisse ottenuta la sua indipendenza formale.

La dichiarazione delle intenzioni del PA ha provocato grande scompiglio in Israele. Portavoce ufficiali israeliani hanno affermato che la “manovra unilaterale” palestinese era assolutamente inaccettabile e che essa doveva essere interpretata come un tentativo di sottrarsi alla necessità di riprendere i colloqui diretti di pace israelo palestinesi, congelati da quando aveva assunto il potere la coalizione del governo Netanyau due anni e mezzo fa. La tesi principale sostenuta da Israele era che tutte le  Risoluzioni delle Nazioni Unite fossero inutili: l’unica strada per ottenere il riconoscimento dello Stato doveva passare attraverso “negoziati diretti con Israele, senza precondizioni”. In altre parole, uno Stato palestinese indipendente potrebbe nascere soltanto se Israele dà il suo beneplacito e non deve essere imposto a Israele unilateralmente. Mentre i movimenti di destra in Israele hanno presentato l’iniziativa palestinese come un pericolo fatale per la legittimità di Israele e come preludio a un ciclo di violenze da parte palestinese, molti intellettuali di spicco israeliani hanno pubblicamente fatto appello al governo affinché questo approvasse l’annuncio della proclamazione dell’indipendenza palestinese attraverso una Risoluzione dell’ONU, ricordando che Israele stesso nasceva da una Risoluzione delle Nazioni Unite nel lontano 1947.

I leader palestinesi, da parte loro, sostenevano che era proprio Israele a compiere passi unilaterali estendendo gli insediamenti nella Cisgiordania occupata e creando situazioni di fatto irreversibili che inevitabilmente interrompevano il processo di pace. Nel contempo facevano presente che la richiesta palestinese affinché Israele congelasse completamente l’espansione degli insediamenti e accettasse i confini esistenti prima del conflitto del 1967 come punto di partenza per negoziati di pace non era né una “nuova richiesta” né una “precondizione”. Si trattava piuttosto di un punto essenziale della “Road Map”, decisa dal “Quartetto internazionale” (Usa, Europa, Russia e ONU) nel 2003 a cui Israele aveva aderito (con alcune riserve) ma che aveva poi sistematicamente ignorato. Tenuto conto di questo comportamento israeliano, essi sostenevano che i Palestinesi non avevano altra scelta se non quella di portare la questione davanti alla comunità internazionale, chiedendo il riconoscimento del loro Stato. I Palestinesi erano perfettamente consapevoli che una semplice Risoluzione delle Nazioni Unite non avrebbe garantito loro un effettivo Stato indipendente ma ritenevano che essa potesse migliorare la loro posizione in vista di una contrattazione in eventuali colloqui di pace con Israele e cioè che questi potessero tenersi partendo da una situazione di eguaglianza tra le due parti piuttosto che da una situazione asimmetrica tra uno Stato occupante e un non-Stato sotto occupazione.

In effetti, nessuno in Israele avrebbe dovuto essere colto di sorpresa dalla richiesta palestinese di un riconoscimento internazionale del proprio Stato.

Passi in questo senso erano già iniziati alcuni anni fa e non erano mai stati tenuti segreti. La leadership palestinese, rappresentata da Mahmoud Abbas e dal Primo Ministro Salam Fayad, negli ultimi anni ha seguito la nuova politica di “costruire lo Stato dal basso”. Essi avevano migliorato lo standard di vita della popolazione e costruito un’effettiva forza di sicurezza (sotto la guida americana) che ha messo fine con successo all’anarchia delle milizie armate, dando così un senso di sicurezza all’uomo della strada. Avevano altresì creato le infrastrutture per un sistema di governo efficiente e non avevano nascosto la loro intenzione di rivolgersi a tempo debito al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ottenere il riconoscimento ufficiale di quello che ormai esisteva di fatto.

Si deve peraltro ricordare che proprio il Primo Ministro Benyamin Netanyau aveva affermato alcuni anni fa che “l’indipendenza economica” per i Palestinesi, seguita da una ritrovata sicurezza interna e da misure finalizzate alla costruzione di uno Stato, avrebbero dovuto precedere “l’indipendenza politica”. Ma dopo che la leadership di Abbas-Fayad ha fatto esattamente questo, Netanyau sembra voler ignorare le implicazioni della sua stessa affermazione.

Quel 20 settembre, a lungo atteso (e a lungo temuto) é finalmente arrivato.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita e in quella data ha messo all’ordine del giorno, come era stato anticipato, la questione palestinese. All’ultimo minuto sono state sollevate febbrili pressioni dall’Amministrazione degli Stati Uniti e da altri nei confronti della leadership palestinese per far ritirare la richiesta di un riconoscimento dello Stato palestinese indipendente da parte delle Nazioni Unite: Ma tutte le pressioni sono state inutili. I leader palestinesi erano decisi a portare avanti la loro iniziativa, a meno che Israele accettasse i confini del 1967 come punto di partenza per negoziati di pace e ponesse termine agli insediamenti.

Poiché entrambe le richieste sono state seccamente respinte dal governo israeliano, non vi era via d’uscita. La richiesta palestinese del riconoscimento da parte del Consiglio di Sicurezza è stata ufficialmente trasmessa dal Presidente Abbas al Segretario Generale della Nazioni Unite senza tener conto dell’Amministrazione americana e - naturalmente - del governo israeliano.

Il dibattito all’Assemblea è stato drammatico ma ben lungi dallo “tsunami” previsto dagli ambienti politici sia all’interno che all’esterno della coalizione. Quando la sessione ha avuto termine, Israele ha potuto apparentemente tirare un sospiro di sollievo. Ciò a cui abbiamo assistito è stato un debole discorso del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il quale egli ha appoggiato in tutto e per tutto le tesi israeliane sottolineando la minaccia a cui deve far fronte Israele nella controversia con i suoi vicini arabi ma dimenticando di dire che due dei vicini arabi hanno già stipulato la pace con Israele e ignorando l’iniziativa di pace saudita (più recentemente della lega araba) del 2002 a cui da allora Israele non ha mai fatto riferimento. Ha poi ricordato le “migliaia di missili” lanciati contro le città israeliane dai vicini palestinesi ma ha dimenticato di menzionare l’artiglieria pesante israeliana e gli attacchi aerei sulla popolazione di Gaza durante l’operazione “piombo fuso” che è costata la vita di molti civili palestinesi, tra cui centinaia di bambini, senza parlare del fatto che non un singolo missile è stato lanciato dai territori sotto il controllo dell’Autorità palestinese bensì dalla Striscia di Gaza, controllata da Hamas, che è ostile sia nei confronti di Israele che dell’Autorità palestinese. Inoltre, non è stata detta una sola parola sui confini del 1967 come punto di partenza per intavolare negoziati di pace, così come non si è parlato degli insediamenti che proseguono senza sosta nei territori occupati (entrambi i problemi erano stati trattati come punti salienti nel discorso di Obama al Congresso degli Stati Uniti quattro mesi fa). Il Presidente americano ha chiaramente cercato di evitare il benché minimo confronto con Netanyau nel timore che potesse essere danneggiata la sua possibilità di ottenere un secondo mandato presidenziale. Non sorprende, quindi, che il suo discorso troppo pro Israele sia stato caldamente applaudito da Netanyau e - più vergognosamente - dall’ultra nazionalista Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman il quale ha allegramente affermato che avrebbe potuto “firmare il discorso con tutte e due le mani” (penso che Obama dovrebbe dovuto chiedersi che cosa non andava nel suo discorso se Lieberman l’ha così entusiasticamente approvato).

Poi è seguito il “duello dei discorsi” tra Mahmoud Abbas e Benyamin Netanyau di fronte all’Assemblea. Netanyau è stato di gran lunga più brillante di Abbas quanto ad abilità retorica. Il suo inglese era scorrevole e ben ripassato (il discorso di Abbas, tra l’altro, è stato pronunciato in arabo). Anche il suo linguaggio del corpo era molto articolato. È mancata ad entrambi una certa sensibilità o addirittura empatia con la situazione dell’altro. Entrambi hanno dimenticato di far cenno agli storici legami dell’altra parte politica con la Palestina/Israele, la terra contesa. I rispettivi discorsi contenevano alcune deliberate o non deliberate inesattezze. Comunque, alla fine della giornata è stato Abbas ad avere la meglio. Il suo discorso ha toccato il cuore e la mente dei presenti e molte volte è stato interrotto dagli applausi. È stato il vincitore della giornata perché al centro del suo discorso c’erano tre verità inconfutabili, in particolare che i Palestinesi sono un popolo sotto occupazione, che i confini del 1967 sono l’unico punto di partenza possibile per riprendere i negoziati di pace e che gli insediamenti tuttora in corso in Cisgiordania e a Gerusalemme est sono un grosso ostacolo alla pace e costituiscono una violazione agli occhi del mondo. L’affermazione di Netanyau che i Palestinesi stanno di fatto cercando di ottenere uno Stato senza che vi siano negoziati e che Israele è pronta a riprendere i colloqui di pace in qualsiasi momento purché siano “senza precondizioni” non è stata assolutamente convincente. Pressoché tutti hanno capito che i negoziati di pace richiedono un punto di partenza concordato e che espandendo gli insediamenti è Israele a creare “precondizioni” di fatto, prima ancora che i colloqui inizino.

Entrambi i leader sono tornati in patria ostentando un’immagine trionfante e hanno certamente ottenuto successo presso i propri elettori: Abbas è stato acclamato per aver sottolineato che “il troppo è troppo” e per aver convinto la maggior parte della comunità internazionale che la richiesta palestinese di avere un suo Stato accanto allo Stato israeliano deve essere presentata il prima possibile. È stato anche acclamato dal suo popolo per essersi coraggiosamente opposto alle pressioni americane affinché evitasse o ritirasse la sua richiesta alle Nazioni Unite. Netanyahu è stato acclamato per la sua “decisa posizione” di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite malgrado in Israele si percepisca nell’Assemblea una “automatica maggioranza pro-Palestina”, dicendo al mondo intero quello che la maggioranza degli israeliani considera “la verità sul conflitto mediorientale”. Il “Quartetto internazionale” ha formulato una proposta tracciando la linea per i futuri colloqui di pace che dovranno essere ripresi fra poche settimane e concludersi entro la fine del 2012. Solo il futuro potrà dire se questa nuova proposta porterà qualche frutto o sarà ancora una volta condannata al fallimento.

Questo articolo è stato scritto fra Rosh Hashana e Kippur. È ormai ottobre ma tutto fa pensare che settembre non sia ancora finito.

Yossi Amitay

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