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Giorgina direttrice, fulcro e anima del giornale

di David Sorani

 

Sono passati molti anni da quando, nel 1982, entrai nella redazione di Ha Keillah diretta da Giorgina. I ricordi, lo confesso, tendono a sfumare, a perdere la vivezza dei particolari. Ma l’impressione complessiva, la memoria d’assieme del suo ruolo di guida del giornale restano forti e indelebili. HK era fin dalla sua nascita un insieme di voci, eppure Giorgina “era” il giornale, lo rappresentava costituendone il centro e il punto di riferimento irrinunciabile. In modo complementare, la sua splendida casa di Piazza Gozzano era la “redazione naturale”: mai si sarebbe potuto pensare allora di trovarsi altrove per costruire un nuovo numero di Ha Keillah. Quadri, foto, ricordi, colori: in quelle camere, nella sala-soggiorno dove ci riunivamo c’era la sua vita movimentata e straordinaria. Questa casa-vita era già una base importante per la vita del giornale, perché in qualche modo segnava la continuità naturale, senza interruzione o cesura di sorta, tra la molteplice esperienza culturale umana e politica di Giorgina e il suo genuino profondo interesse per ogni aspetto dell’ebraismo. Un collegamento, questo, destinato ad andare al di là della vita di Giorgina e a rimanere centrale per HK e per il Gruppo di Studi Ebraici anche negli anni a venire: ebraismo sempre e in vario senso, ma non isolato dalla realtà culturale, civile e politica circostante nella quale - proprio in nome dell’ebraismo - è necessario impegnarsi; anche in ciò Giorgina indicò la strada, volendo che il suo giornale fosse un foglio impegnato e partecipe, non un’erudita rivista per addetti ai lavori.

Nel promuovere l’approfondimento di ogni tematica ebraica in relazione alla realtà umana e sociale in cui si inseriva, Giorgina si rivelava una trascinatrice, una seminatrice di idee che a sua volta si impegnava perché le idee degli altri redattori divenissero concrete, denotando in ciò non comuni doti maieutiche. Nel suo lavoro redazionale era una perfezionista, e certo non era facile produrre qualcosa che la soddisfacesse appieno. Ha Keillah era in fondo un giornale “fatto in famiglia”, ma lei voleva fosse nel suo piccolo perfetto, quasi professionale, e insieme del tutto libero da condizionamenti o da piatte standardizzazioni. Quando controllava il menabò era rigorosa e precisissima al limite della pignoleria, come può attestare Lea Fubini, per lunghi anni al suo fianco quale segretaria di redazione.

Tra le tematiche proposte e in gran parte curate da Giorgina su HK, mi piace ricordarne due. Il ciclo dedicato alle Comunità ebraiche in Europa e nel mondo era un modo per documentare i lettori su società ebraiche ed ebraismi diversi, ma anche per aprirsi, per cercare ed avere contatti con altre realtà, per far conoscere altrove il nostro ebraismo, nella convinzione che le monadi comunitarie, nucleo per millenni della storia ebraica, dovessero comunicare l’una con l’altra per andare oltre il passato creando nuovi ponti. La particolare attenzione da lei rivolta alle figure femminili all’interno del mondo ebraico era poi la naturale proiezione giornalistica della sua vita di donna attiva e protagonista, istintivamente portata a spingersi ben oltre il ruolo tradizionale della donna nell’ebraismo e ad esaltare quindi le personalità emergenti “fuori dagli schemi” precostituiti.

In questa linea di apertura, fu centrale l’idea di diffondere Ha Keillah negli ambienti politici e civili esterni. Forte della sua esperienza parlamentare e delle sue numerose conoscenze politiche, Giorgina fece in modo che il giornale raggiungesse e fosse letto da molti deputati e senatori di rilievo, convinta a ragione che la conoscenza della minoranza ebraica, della sua cultura, della sua visione politica, della sua storia sarebbe servita a superare diffidenze e pregiudizi. E altrettanto importante fu l’iniziativa di “scambio” tra HK e altri periodici analoghi, legati a gruppi di minoranza religioso-culturale: un modo per conoscersi, stimarsi, rispettarsi, condividere esperienze di fronte ad esigenze comuni. 

Il lettore di oggi potrebbe domandarsi: come si svolgeva una riunione di redazione ai tempi di Giorgina? Tutto era certo reso terribilmente difficile dall’inesistenza di mezzi informatici e dalla lentezza/macchinosità delle comunicazioni. Ma al di là di questo aspetto organizzativo il giornale era davvero costruito collettivamente dalla prima all'ultima pagina durante le riunioni della redazione. Si leggeva, si discuteva ogni articolo, sia che l’autore fosse un redattore sia che provenisse da una delle numerose collaborazioni esterne. Questo modo se vogliamo artigianale ma coinvolgente di fare il giornale è rimasto per decenni caratteristica di HK, un giornale nato dallo scambio di idee, dalla discussione anche animata, dalla diversità nelle posizioni; una diversità che Giorgina voleva mantenere quasi come un lievito della qualità. Ho il ricordo di dibattiti accesi, di letture estenuanti e interminabili, anche di stanchezza diffusa: talvolta anche quelli che io (giovane e un po’ timida recluta del Gruppo di Studi) consideravo i big della redazione si appisolavano, ma poi si riscuotevano precipitosamente, forse colti da un senso di inadeguatezza di fronte all’autorità della direttrice. Durante le riunioni tutto era insomma molto estemporaneo, ma anche molto costruttivo.

La validità del lavoro redazionale di Giorgina si coglieva ovviamente dal prodotto finito, dal giornale stesso: un foglio familiare e insieme profondo e stimolante, frutto della guida unitaria di Giorgina eppure prodotto collettivo. Uno strumento di riflessione che cresceva nel tempo per merito della sua direttrice, la quale attraverso i contatti giusti sapeva ampliare il numero dei collaboratori e allargare le tematiche affrontate, portando quello che era nato come un giornale di civile battaglia comunitaria a divenire un vero punto di riferimento culturale nell’ambito della stampa ebraica italiana.

David Sorani