Giorgina Arian Levi

 

Un insegnamento forte e vero

 di Nino Raffone

 

Nell’autunno del 1948 feci il mio ingresso nella IV Ginnasio del Liceo Gioberti, di Torino. La classe era composta da un elevato numero di studenti, mi pare di ricordare ben 28 ma potrei sbagliarmi, provenienti dalle più disparate esperienze scolastiche, dovute all’aver frequentato le elementari durante la guerra, e le medie inferiori nell’immediato dopoguerra.

Per i bombardamenti le famiglie erano sfollate in minuscoli paesi, dove a volta nemmeno esistevano le scuole per cui si sopperiva in modo fortunoso con insegnanti improvvisati; la distruzione di molti edifici scolastici imponeva turni anche nel dopoguerra; le aule erano sovraffollate e a volte non riscaldate; non vi erano sussidi didattici della cui esistenza venni a conoscenza solo anni dopo. Il livello di preparazione scolastica non poteva non risentirne.

Incontrammo come insegnante di lettere Giorgina Arian Levi, che proprio allora iniziava l’attività di insegnamento al Ginnasio. Apprendemmo poi che per le leggi razziali aveva dovuto abbandonare l’Italia e rifugiarsi in Bolivia, e a volte nel corso delle lezioni raccontava alcune delle esperienze vissute in quel periodo della sua vita, di come vivevano gli indios sulle Ande, dell’arrivo delle aziende alimentari nordamericane e i mutamenti sociali che provocavano.

Tra gli insegnanti si distingueva per la grandissima preparazione tecnica, per il metodo e la chiarezza con cui esponeva le sue materie. Ancora più rilevante però era la forte passione per le ragioni di giustizia sociale, di cui molti di noi sentivano parlare per la prima volta, facendoci cogliere bene le profonde disuguaglianze esistenti.

Non avevamo mai incontrato un’insegnante altrettanto brava, ma la maggior parte di noi per le ragioni cui ho accennato non aveva la preparazione sufficiente per seguirla pienamente. Era la prima volta che ci imbattevamo in un insegnamento forte e vero, inteso anche a farci comprendere non solo le regole della grammatica greca ma anche le ragioni dei conflitti sottostanti alle relazioni umane. Tuttavia l’insegnamento era svolto in maniera inflessibile, con spirito selettivo, per cui cominciavamo a comprendere la bellezza delle materie insegnate, ma nello stesso tempo cresceva in noi la paura per una scuola così dura.

Giorgina Arian Levi, come capii più tardi, in quegli anni considerava lo studio come una conquista riservata ai meritevoli, prima ancora che come un diritto, per cui chi non era in grado di seguire, doveva essere dissuaso. In questo modo di fatto indusse molti studenti ad abbandonare la sua classe, per cui concludemmo la IV Ginnasio solo in 10, e di questo numero sono proprio sicuro.

La scuola di allora era fondata sull’autoritarismo per cui la parola del docente non poteva essere criticata, ma con insegnanti di grande autorità e prestigio, assolutamente diversa da quella di oggi. Quando cominciarono ad essere diffuse e divennero cultura generalizzata le idee della Scuola di Barbiana di Don Milani, verso il 1967, Giorgina Arian Levi riconobbe, anche in incontri pubblici, di essere stata una protagonista di una concezione di scuola che andava condannata e ripudiata, proprio perché classista, della quale non si era resa ben conto anche per la lontananza dall’Italia. Io e i miei vecchi compagni di scuola tirammo un sospiro di soddisfazione, e riconoscemmo ancora una volta la grandezza di un’insegnante che sapeva correggersi.

Il mio ricordo di quegli anni e di quell’insegnamento? Sono stati anni duri ma di grandissima importanza formativa, non solo da un profilo scolastico (che pure sarebbe già sufficiente titolo di merito), ma soprattutto per spingerci a tentare di capire i fenomeni sociali, le lotte nel mondo, i conflitti di interesse: in altre parole ci costruiva come cittadini ed accendeva in noi la passione politica.

Tutto questo è stato merito di Giorgina. Grazie.

Nino Raffone