Giorgina Arian Levi

 

Un dialogo tra donne

 di Anna Segre

 

Giorgina Arian Levi è stata ricordata il 6 ottobre, a un mese dalla sua scomparsa, con un limud in comunità. La storica Anna Bravo ha ripercorso il suo impegno pubblico, sottolineando il valore del modello da lei offerto per le giovani donne di oggi, mentre Tullio Levi ha rievocato le sue attività in campo ebraico. I due ricordi di Giorgina, entrambi di grande interesse, sono stati preceduti da una riflessione di Renana Birnbaum sulla donna nel mondo ebraico. Credo che a Giorgina avrebbe fatto sicuramente piacere essere commemorata in questo modo, non solo con i ricordi di chi ha avuto il piacere e l’onore di conoscerla personalmente, e nemmeno con una tradizionale lezione rabbinica, ma attraverso le parole di una donna che ha discusso su temi di forte attualità e sicuramente a lei cari; personalmente ne ho ricavato la sensazione di un dialogo a distanza tra due donne ebree appartenenti a generazioni e contesti differenti, ma unite da un’ideale continuità di impegno e di intenti, come se un filo rosso sottile ma visibile legasse l’una all’altra. Impressione rinforzata da una curiosa coincidenza: una settimana prima, durante la cena di Rosh Hashanà, Renana Birnbaum aveva citato tra i motivi per cui si è trovata subito a suo agio nella nostra comunità - di cui suo marito è da poco più di un anno Rabbino Capo - la limitata dimensione della mehitzà, la barriera divisoria tra uomini e donne; forse non tutti i nostri lettori se lo ricordano, ma era stata proprio Giorgina a condurre sulla mehitzà una delle sue battaglie appassionate, con interventi, anche su Ha Keillah, in cui citava autorevoli esempi di sinagoghe in giro per il mondo; la “moderazione” del compromesso che abbiamo poi raggiunto (il minimo indispensabile per l’alakhà ma che fosse il meno invasivo possibile), che ha piacevolmente sorpreso la rabanit, è dunque anche in parte merito dello spirito battagliero di Giorgina.

Renana Birnbaum ha trattato in particolare del ruolo delle donne nella società israeliana, dal dibattito sul diritto di voto nell’Yishuv (nel 1918, all’inizio del Mandato Britannico, si erano espressi contro molti autorevoli rabbini tra cui Rav Kook, ma occorre ricordare che allora solo cinque paesi al mondo permettevano alle donne di votare), ai graduali passi avanti, anche in ambito religioso, che hanno consentito negli ultimi anni la nascita di una nuova figura femminile, quella di consulente legale in campo alakhico che affianca il Bet Din (il tribunale rabbinico, che in Israele è l’unico competente sul diritto di famiglia), per dar voce più facilmente alle donne, che hanno spesso difficoltà a parlare di questioni personali in presenza di soli uomini. Su questo nuovo ruolo professionale (che anche Renana Birnbaum svolge) in Italia si sa ben poco, e credo che invece meriterebbe uno studio più approfondito.

In conclusione, dopo aver rievocato anche due grandi donne del XVI secolo (Dona Grazia Mendes e Bienvenida Abravanel) l’intervento non ha nascosto le difficoltà tuttora esistenti: abbiamo fatto grandi passi, ma il cammino da percorrere è ancora lungo. Renana Birnbaum ha anche sottolineato più volte come per le donne sia importante non adattarsi ai modelli imposti dall’esterno ma portare nella vita pubblica anche i valori e le capacità più specificamente femminili, anche se non sempre vengono capiti (per esempio ha rilevato - citando un esempio personale - che agli occhi di un uomo credere nella condivisione dei progetti può apparire come un segno di debolezza). Anche Anna Bravo ha osservato che Giorgina non imitava i modelli di autorevolezza tipicamente “maschili”, e anche in questo potrebbe essere un utile modello per le giovani generazioni.

Il limud è stato così non solo un ricordo di Giorgina, ma anche l’occasione per un dialogo sul ruolo della donna, un tema che, tanto nel mondo ebraico quanto nell’Italia di oggi, non può non apparire drammaticamente attuale.

Anna Segre