Storie di ebrei torinesi: i medici

 

Essere un medico ebreo

Uno degli aspetti forse di maggior interesse della rubrica “Storie di ebrei torinesi” è che abbiamo cercato di diversificare sempre i temi delle interviste, in modo da creare un tessuto della comunità ebraica torinese leggibile da diversi punti di vista. I mestieri e le professioni degli ebrei torinesi sono tanti e sinora ci siamo occupati solo di cinema, intervistando due registi.

In questo numero ci occupiamo di medicina, ma non solo, intervistando due noti “dottori” della nostra Comunità, Marcello Tedeschi e Chaim Magrizos, che in realtà hanno da raccontare molto anche sulle loro rispettive provenienze. Buona lettura.

 

Chaim Magrizos:
una lunga strada verso la pediatria

 

Siamo in Largo Saluzzo, nel cuore del quartiere multietnico e multi religioso San Salvario di Torino; mi sembra che sia un posto adatto per la residenza di Chaim Magrizos.

Vuoi raccontare qualcosa di te, come e quando sei approdato a Torino?

Sono nato a Larissa, nel nord della Grecia il 15 giugno 1949: la mia famiglia era molto povera (mio padre faceva il lattoniere ambulante); i ricordi dei miei primi anni non sono belli per i disagi causati dalla povertà e dal fatto di dover dipendere dalla nonna paterna che ci ospitava ma pretendeva di comandare su tutti e schiavizzava letteralmente mia madre; persino il mio nome è stato imposto da lei per ricordare un figlio morto in giovane età (il nome di mio nonno, Nissim, è toccato a mio fratello minore). Io ero piuttosto vivace, ma molto interessato allo studio; ho frequentato i sei anni delle elementari presso la scuola della Comunità ebraica di Larissa dove insegnavano maestri non ebrei, e solo negli ultimi due anni, con l’arrivo di due maestri da Israele, ho imparato a leggere l’ebraico.

Al termine del ciclo io volli sostenere l’esame di ammissione al ginnasio, anche se sapevo che la mia famiglia non avrebbe potuto continuare a mantenermi agli studi; ero molto bravo soprattutto nelle materie letterarie.

Avevo dodici anni, e non volevo assolutamente abbandonare gli studi; proprio allora è arrivata alla Comunità la lettera circolare sulla ricerca di giovani interessati a frequentare la scuola rabbinica Margulies a Torino. Era l’occasione che mi dava la possibilità di continuare a studiare, e - nonostante l’opposizione di mio padre; mia madre taceva ma aveva capito che quella era la mia strada - sono partito con altri due studenti greci, che però dopo qualche tempo si sono ritirati.

Come ti sei trovato, a dodici anni, lontano da casa in un ambiente sconosciuto?

Eravamo ospitati nell’Orfanotrofio di Via Lombroso; inizialmente eravamo una trentina, ma alla fine del corso superiore eravamo rimasti solo tre. La vita era dura per il doppio studio e per le difficoltà di una lingua nuova; per questa ragione mi iscrissero alla quinta classe elementare, facendomi perdere due anni di studio, ma dopo due mesi parlavo l’italiano, e ho avuto la fortuna di avere come maestra la signora Montel, la mamma di Tullio Levi, paziente e molto materna, che è stata la mia prima “vice-mamma”. Questo ruolo nei tre anni successivi l’ha avuto la professoressa Deorsola, che mi spronava e mi incoraggiava privilegiando nei miei temi il contenuto rispetto agli errori di grammatica e di ortografia (ho sempre combattuto con le doppie consonanti). Nelle medie sono stato il più bravo di latino, mentre zoppicavo in matematica. Era Preside la signora Amalia Artom, che a volte sostituiva l’insegnante di matematica; era una persona che ha lasciato un grosso segno per il suo rigore morale, per il suo grande amore per la scuola intitolata a suo figlio, per l’attenzione che poneva alla preparazione dei suoi allievi, che voleva fossero i migliori.

Anche Rav Disegni mi voleva bene; mi ha iniziato precocemente alla chazanut, l’anno del mio Bar Mitzvà mi ha fatto leggere l’Aftarà di Rosh ha-Shanà e a Purim la Meghillà; al termine si è complimentato e mi ha abbracciato. Da allora ho continuato per una quindicina di anni a leggere la Meghillà di Purim.

Allora quel primo anno hai fatto il Bar Mitzvà a Torino?

Con il rabbino Caro ho preparato la lettura della mia Parashà; stavo per imbarcarmi per trascorrere le vacanze scolastiche a casa, e a Torino, anticipando il mio Bar Mitzvà, sono stato chiamato a leggere un brano della Parashà di quel sabato; quella che avevo preparato con il rabbino Caro per il mio Bar Mitzvà l’ho letta sulla nave che mi riportava in Grecia su cui viaggiavano diversi ebrei, diretti anche in Israele; il sabato successivo ho letto a Larissa un brano su cui mi ero preparato durante il viaggio.

Passato al ginnasio mi sono scontrato subito con la professoressa di latino e italiano; il primo trimestre è stato un disastro, non potevo sperare di recuperare entro la fine dell’anno, e non potevo permettermi di essere bocciato; allora ho preso una decisione azzardata: mi sono ritirato e ho cominciato a studiare per presentarmi come privatista all’esame del biennio, facendo due anni in uno. Molte persone mi hanno aiutato, sostenendomi, indirizzandomi, seguendomi negli studi: ricordo il Rabbino Arndt, la dott. Luisa Levi, la prof. Ginetta Ortona; alla scuola rabbinica mi consentirono di anticipare gli esami, in modo che potessi poi dedicarmi esclusivamente alla preparazione per la scuola pubblica. La prof. Giuliana Tedeschi mi consigliò di sostenere l’esame al liceo Gioberti, e mi indirizzò per le materie letterarie alla prof. Laura Perrini, che mi ha seguito con affetto e sollecitudine, diventando la mia terza “vice-mamma”; per la matematica andavo dalla prof. Artom, che mi caricava di compiti e per spronarmi allo studio mi prospettava il rischio di una bocciatura (ma grazie alla sua preparazione ho preso 7); per l’inglese mi ha seguito Anna Maria Levi. Studiavo diciotto ore al giorno; in collegio mi avevano riservato a tavola un posto a parte e studiavo mangiando. Ma ce l’ho fatta!

Al liceo Gioberti ho avuto qualche difficoltà per l’italiano il primo anno; poi la professoressa mi ha preso in simpatia e sovente leggeva in classe i miei temi. Ho concluso alla maturità con un 9 di italiano scritto.

Nel 1968 eri in seconda liceo: come è stato il tuo “sessantotto”?

Nella mia classe erano generalmente disimpegnati, e io, che avevo qualcosa da dire, sono riuscito ad attirare l’attenzione dei compagni; ho anche passato momenti di grossa paura: in Grecia c’era la dittatura, e per avere il rinnovo del passaporto si doveva far avere informazioni della polizia sulla mia “regolare condotta civile”; a seguito di una occupazione della scuola sono stato denunciato, e come conseguenza mi è arrivato il foglio di via che mi intimava il rientro in Grecia: questo non solo avrebbe fatto fallire il mio progetto di studi, ma avrebbe significato in Grecia rischi per la mia libertà e, dati i metodi, per la mia incolumità. Mi ha salvato la solidarietà dei miei compagni che hanno fatto pressione sul Preside fino a che lui non ha ritirato la denuncia.

Ho un ricordo particolarmente caro di quel periodo: dopo la guerra dei sei giorni vivevo con pena la lacerazione tra la mia appartenenza da una parte all’ebraismo, con le implicazioni emotive che ne conseguivano, e dall’altra a una sinistra che era recisamente filoaraba; ho cercato aiuto in una persona che potesse capire il mio disagio, e l’ho trovato in Giorgina Arian Levi; le ho telefonato e Giorgina mi ha ricevuto a casa sua, facendomi un discorso illuminante per le mie problematiche. Gliene sono rimasto sempre grato.

E gli studi rabbinici? Cosa è successo dopo che hai conseguito il titolo di Maskil?

Mentre frequentavo il secondo anno del corso superiore rabbinico rav Sierra ha suggerito il mio nome per coprire la cattedra vacante di rabbino capo a Bologna: ho accettato l’incarico come una manifestazione di fiducia nei miei confronti, affrontando un periodo molto faticoso: frequentavo l’università e il collegio, dovevo prepararmi per gli esami, e per tre giorni, dal venerdì alla domenica dovevo essere a Bologna. Per completare gli studi al collegio rabbinico al termine del penultimo anno del corso superiore nei tre mesi estivi ho dovuto frequentare con altri due compagni in Israele un corso studiando con rav Menachem Artom, Roberto Bonfil e un professore dell’Università Bar Ilan. È stato il “colpo di grazia”: ero stanchissimo, mi addormentavo sui libri, avevo bisogno di fermarmi. L’ultimo anno, oltre ai consueti impegni dei doppi studi (la Comunità di Bologna non mi aveva confermato l’incarico) dovevo anche preparare la tesi per la laurea rabbinica, ed ero arrivato al limite delle mie forze; concluso l’anno di studi rabbinici a Torino ho chiesto una pausa, una dilazione del corso che avrei dovuto frequentare in Israele: la mia richiesta non è stata accettata e così, alla vigilia della laurea, ho dovuto interrompere gli studi.

La mia intervista avrebbe dovuto riguardare il tuo essere medico: quando e perché hai fatto questa scelta? Volevi seguire una antica tradizione di rabbini medici, sulle orme di Rambam?

La decisione che avrei fatto il medico l’avevo presa a nove anni, per l’ammirazione e la stima che avevo del nostro dottore di famiglia; quando ero arrivato a Torino già con questa determinazione, pur sapendo che avrei dovuto proseguire negli studi, non avevo palesato questa mia scelta per timore che rav Disegni non fosse d’accordo.

e la scelta di specializzarti in pediatria?

Al termine del biennio avevo deciso di specializzarmi in cardiochirurgia, e quindi ho chiesto al prof. Morino di poter frequentare il suo reparto; il professore non ha ritenuto di seguirmi personalmente e mi ha indirizzato a un suo aiuto; dal terzo al sesto anno ho frequentato il reparto e a luglio del sesto anno mi sono laureato con centodieci e lode con una tesi di cardiochirurgia. Avevo delle grosse perplessità a continuare a restare in quel reparto in cui mi ero reso conto che non avrei potuto lavorare come ritenevo che fosse giusto; risolse i miei dubbi il fatto che quando gli chiesi di entrare nel numero chiuso dei suoi specializzandi il prof. Morino mi rispose che per quell’anno non avevo speranze perché c’erano già troppi raccomandati (questo era il clima!).

A questo punto si è risvegliata la mia predilezione per i piccoli; ha anche guidato la mia scelta la considerazione che il pediatra è l’unico medico che lavora sulla prevenzione: è l’unico specialista che segue tutto lo sviluppo e può quindi intervenire efficacemente precocemente non tanto “curando”, come gli altri medici, bensì usando tutta una serie di strumenti atti alla prevenzione, quali ad esempio vaccinazioni, alimentazione corretta, igiene, diagnosi prenatali e precoci con i cosiddetti screening, ma soprattutto con una costante azione di “educazione sanitaria” effettuata in molteplici ambiti: il pediatra interviene sulla salute non solo del bambino, ma anche dell’adulto che quel bambino diventerà. Così ho studiato tutta l’estate per prepararmi all’esame; mi ero rivolto per la specializzazione in pediatria al prof. Nicola; il professore per consentirmi di avere una risorsa economica durante in periodo della specializzazione mi ha proposto una borsa di studio presso l’ospedale Mauriziano; è stato un periodo difficile per me ebreo: avendo chiesto di non avere turni di shabbat ho dovuto lavorare tutte le domeniche (tutte: non soltanto quelle sostitutive del sabato).

La formazione ebraica ha influito sulle scelte etiche nella professione?

Direi di sì: per esempio da ormai molti anni curo i figli di immigrati, anche clandestini; si sono creati dei bellissimi rapporti di stima e di amicizia, dei bambini di allora, divenuti padri, mi hanno portato i loro figli; soprattutto con loro, ma in genere con tutti i miei pazienti, mi preoccupo di comunicare in modo semplice, comprensibile, evitando di usare i termini tecnici della professione. E anche le considerazioni che hanno guidato la mia scelta verso la pediatria possono essere riferite alla mia formazione in campo sia professionale sia ebraico.

Intervista a cura di
Paola De Benedetti

   

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