Israele

 

Due Stati per due popoli: la resa dei conti

di Sandro Natan Di Castro

 

Non è stato necessario essere un esperto analista di politica mediorientale per prevedere che la “primavera araba” avrebbe prima contagiato, poi coinvolto ed infine generato, “l’estate israeliana”. Non con gli stessi temi, non con i medesimi slogans e neppure con simili finalità ma pur sempre con una motivazione ben precisa, quella di agitare e rimuovere le acque torbide e stagnanti da decenni, trasformandole prima in cascata e successivamente in inondazione, Da qui, il percorso verso l’inizio di un “autunno palestinese” e di un “gelido inverno”, alle soglie di un possibile riconoscimento del nuovo Stato nell’ambito delle Nazioni Unite, sembra questione di giorni, forse di poche settimane, probabilmente di mesi, nonostante i ripetuti tentativi di Netanyahu e di Lieberman di evitarlo, con il sostegno dei partiti oltranzisti.

Non casuale è stata la decisione della diplomazia israeliana di esonerare Shimon Peres dal rappresentare Israele nella prossima assemblea dell’ONU.

Israele attraversa in questi giorni uno dei periodi più cruciali degli ultimi decenni: parafrasando la geografia (senza dimenticare le minacce iraniane e le recenti ostilità turche), confina a Nord con le pretese libanesi, a nord-est con l’insurrezione siriana, ad est con i rinnovati timori giordani e con le pluriennali rivendicazioni cisgiordane, a sud con l’insurrezione egiziana e con il prolungato terrore di Hamas dalla striscia di Gaza.

Ma non basta. Tutto ciò alla luce sia delle recenti ed imponenti manifestazioni sociali (che hanno impensierito non poco le traballanti sedie del governo) sia del pericolo ricorrente per le impunite provocazioni di alcuni residenti israeliani nei territori occupati, organizzati da tempo in movimenti e cellule clandestine, decisi a qualsiasi prezzo ad attuare una lotta armata per evitare un accordo con i palestinesi, misurandosi in varie occasioni con l’esercito e la polizia israeliani, pur di non recedere dal sogno della “Grande Israele”.

Israele dovrà e riuscirà certamente a difendere (oggi come ieri, come domani) il proprio diritto alla legittimità dello Stato, al proprio stabile inserimento nel Medio Oriente e alla sicurezza dei propri cittadini, ma molto probabilmente dopo oltre 44 anni non potrà più sostenere e mantenere l’illegittimità della prolungata occupazione e dovrà rinunciare nello stesso tempo, in seguito a trattative dirette, all’uso unilaterale di gran parte delle varie risorse contenute nei territori conquistati nel 1967.

In vista delle prossime decisioni delle Nazioni Unite, non sembra che le misure, progettate da tempo dal governo, di accentuati controlli e limitazioni e di dure sanzioni riguardanti le più che probabili manifestazioni dei palestinesi e degli arabi israeliani, possano costituire un antidoto ai programmi a medio e lungo termine dell’Autorità palestinese.

I recenti avvenimenti medio-orientali hanno dimostrato quanto sia attualmente fuor di luogo formulare previsioni a breve scadenza.

I palestinesi hanno da tempo diritto ad uno Stato indipendente; se è tuttavia più che giusto da parte israeliana di richiedere ad Abu Mazen di proseguire le trattative dirette, senza tergiversare oltre, è similmente auspicabile che Netanyahu si convinca di non continuare a sollevare superflui ostacoli, rendendosi finalmente conto (sulla scia di Mubarak e Assad, pur con notevoli e naturali differenze) che i tempi sono nettamente cambiati e che i venti mediorientali soffiano ormai in tutte le direzioni, anche all’interno e lungo i confini del territorio israeliano.

Venti che ricordano a tutti (e non solo a chi ha fatto il possibile e l’impossibile per ritardare il riconoscimento dello Stato palestinese) che è giunto il momento di togliere le tende innalzate abusivamente negli ultimi 44 anni nei territori occupati, invece di ricorrere ad ulteriori e pericolose avventure: per l’interesse presente e futuro della nostra Israele.

Sandro Natan Di Castro

21 settembre 2011

   

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