Israele

 

L’ombra dei pigmei
Il riconoscimento della Palestina attraverso i discorsi di Obama, Abu Mazen e Netanyahu

di David Calef

 

A giudicare dall’attenzione dedicata dai media internazionali alla richiesta alle Nazioni Unite per il riconoscimento dello stato di Palestina, si potrebbe pensare che una grande svolta sia in atto in Medio Oriente. Ma le cose non stanno così. Come ha detto il matematico e filosofo Gian Carlo Rota “Quando dei pigmei proiettano un’ombra così lunga, la giornata sta per finire”. Eh sì, la giornata stava procedendo per il meglio e poi è arrivato Abu Mazen a rovinare tutto. Se fosse rimasto a Ramallah, paziente e rassegnato, senza farsi venire strane idee, oggi staremmo tutti più tranquilli. E invece no, invece gli è venuta questa idea bizzarra del riconoscimento della Palestina. Che è unilaterale, va contro la lettera degli accordi di Oslo e, secondo alcuni eruditi in materia di Medio Oriente, è solo l’ultimo dei suoi espedienti per delegittimare Israele. Come se non bastassero l’Iran e la Turchia e certe teste calde al Cairo. In realtà, una buona ragione per cercare il coinvolgimento della comunità internazionale e internazionalizzare la questione palestinese Abu Mazen l’avrebbe pure. Tra il 1997 e il 2009, la popolazione israeliana negli insediamenti della Cisgiordania è cresciuta del 95.4%. E continua a crescere. Nel solo mese di agosto il Ministro degli Interni Eli Yishai ha approvato la costruzione di oltre 5000 abitazioni a Gerusalemme Est e a Ariel. Non proprio un preludio ad un disimpegno dalla Cisgiordania. Naturalmente, Abu Mazen poteva rimanersene docile a osservare operai alle prese con betoniere e calcestruzzo tra Har Homa e Modi’in Illit - magari accettando le offerte di negoziati di Netanyahu - ma il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha voluto fare di testa sua ed è andato a New York a dare voce alla frustrazione dei palestinesi.

***

Sin qui la richiesta di riconoscimento della Palestina all’ONU ha seguito un copione largamente atteso: l’iniziativa della leadership palestinese ha catalizzato l’attenzione già bendisposta della comunità internazionale, gli Stati Uniti hanno confermato che porranno il veto al Consiglio di Sicurezza, l’Europa è divisa (con Germania, Italia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca contrari alla richiesta palestinese mentre Belgio, Danimarca, Norvegia, Spagna, Svezia e altri stati si dichiareranno favorevoli al momento opportuno). Il governo di Netanyahu ha affermato che l’iniziativa palestinese è un’ulteriore prova del rifiuto dell’ANP di riprendere le trattative, la diaspora ebraica è divisa con molte sfumature e infine il Congresso americano si appresta a congelare 200 milioni di dollari in aiuti stanziati per l’ANP.

Un modo per evitare di farsi sopraffare dal tifo fazioso e sfogarsi con formule del tipo: Viva la primavera palestinese o Ancora un tentativo di delegittimare Israele è partire dai discorsi pronunciati da Obama, Abu Mazen e Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tra il 21 e il 23 settembre. Quella che poteva essere un’occasione storica per i tre leader si è rivelata l’occasione per tre esibizioni volte a galvanizzare l’opinione pubblica di casa propria (è il caso di Abu Mazen e Netanyahu) e, nel caso di Obama, a fare quello che fanno regolarmente tutti i presidenti americani da Nixon (con la parziale eccezione di Carter) in poi: rassicurare chiunque avesse dei dubbi che gli Stati Uniti sono un alleato indefettibile di Israele. Obama ha confermato in termini inequivocabili il sostegno degli Stati Uniti a Israele rafforzando la convinzione che la Casa Bianca non riesce a essere un mediatore imparziale tra le due parti. “Sono convinto che non esistano scorciatoie per la fine di un conflitto che va avanti da decine di anni”. Con questa frase e con l’invito a ritornare al tavolo dei negoziati, Obama ha sostanzialmente rinunciato a fare ulteriori pressioni su Israele e informato israeliani e palestinesi che l’amministrazione americana non si impegnerà più sulla questione mediorientale fino al novembre del 2012, data delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Fare pressione su Israele in questo momento significa correre il rischio di alienarsi le simpatie dell’elettorato ebraico in alcuni stati chiave per la rielezione (Florida, Ohio e Pennsylvania). Nonostante che da ottanta anni a questa parte la stragrande maggioranza degli ebrei americani dimostrino fedeltà al partito democratico e decidano il proprio voto su questioni domestiche (economia, assistenza sanitaria, diritti civili, etc.) un presidente debole come Obama non può permettersi mosse azzardate. Il discorso di Obama è stato deludente, ma a confronto dei candidati repubblicani alla presidenza che - delirando - accusano Obama di appeasement nei confronti dei palestinesi, l’attuale presidente americano si conferma leader smaliziato filo-israeliano, non interessato a impegnarsi in battaglie che non può vincere.

***

Anche Netanyahu e Abu Mazen vogliono conservare il proprio incarico. Un discorso troppo audace costerebbe a Netanyahu i 15 seggi di Yisrael Beitenu con la conseguente caduta del governo. E nel caso di Abu Mazen, un discorso alla Sadat (Knesset, 20 novembre del 1977: “Nessuna pace può essere fondata sull’occupazione di terre altrui” e anche “Un tempo vi respingevamo. Sì, avevamo le nostre ragioni e le nostre paure. Sì, ci rifiutavamo d’incontrarvi. Questo è accaduto e continua ad accadere”) potrebbe costargli caro.

Non sorprende quindi che i due non siano stati all’altezza della situazione pronunciando discorsi scritti con l’evidente obiettivo di ingraziarsi le rispettive opinioni pubbliche (missione riuscita: entrambi hanno registrato un netto aumento di popolarità nei sondaggi post-discorso) ma senza il benché minimo tentativo di riconoscere - sia pure in forma obliqua - le proprie responsabilità nel conflitto.

Da mesi gli osservatori sapevano che il punto debole dell’iniziativa palestinese era l’accordo di riconciliazione stilato a maggio tra ANP e Hamas. Senza quell’accordo Abu Mazen non avrebbe potuto parlare a nome di tutti i palestinesi, ma con l’accordo le sue parole alle Nazioni Unite sarebbero state meno credibili data la distanza che separa la leadership fondamentalista di Gaza da quella moderata della Cisgiordania.

Il prezzo pagato da Abu Mazen? Basta leggere il suo discorso: com’era prevedibile il presidente dell’ANP ha censurato a più riprese la politica israeliana degli insediamenti. Ma ha anche ha descritto la resistenza palestinese come una banda di ragazzi ispirati dal Mahatma Ghandi e da Martin Luther King, omettendo che il regime di Hamas lancia razzi Grad e Katyusha su Sderot e Ashdod. Bisogna capirlo Abu Mazen: non è elegante ricordarsi al Palazzo di Vetro di quei razzi messi a disposizione da regimi spietati come Iran e Siria. Ma far passare Hamas per una banda di pacifisti armati di ideali non è la strategia migliore per convincere l’opinione pubblica israeliana che i palestinesi sono interlocutori affidabili nella risoluzione del conflitto.

Il momento più infelice del discorso è arrivato quando Abu Mazen ha detto: “Vengo oggi dalla Terra Santa, la terra di Palestina, la terra dei messaggi divini, dell’ascensione del profeta Maometto (che la pace sia con lui) e il luogo di nascita di Gesù Cristo (che la pace sia con lui) per parlare del popolo palestinese...”. Omettere ogni riferimento ai profeti ebrei (Isaia, Geremia…) non è stata la mossa più azzeccata per rassicurare gli israeliani circa il reale convincimento dei palestinesi sul legame tra gli israeliani e la terra dove vivono. Eppure bisogna riconoscere che Abu Mazen ha comunque pronunciato parole importanti. Il passaggio chiave del suo discorso è stato: “In assenza di una giustizia assoluta abbiamo deciso di adottare un percorso di giustizia relativa - una giustizia possibile che può correggere parte della grave ingiustizia storica commessa contro il nostro popolo. Così intendiamo stabilire lo Stato di Palestina solo (enfasi mia) sul 22% del territorio della Palestina storica - su tutti i territori palestinesi occupati da Israele nel 1967”. Con queste parole, Abu Mazen ha ammesso che in un suo mondo utopico avrebbe reclamato tutta la Palestina, ma di fronte ad un consesso internazionale ha rinunciato a qualsiasi rivendicazione sui territori israeliani tra la Linea Verde e il Mediterraneo.

***

Netanyahu è stato il più abile tra gli oratori, pronunciando, dal punto di vista retorico, un discorso efficace e incisivo dallo stile colloquiale, denso di battute e di riferimenti concreti (e fuorvianti) alle ridotte dimensioni geografiche di Israele. Ha cominciato nel migliore dei modi rinnovando l’amicizia ai protagonisti della primavera araba, ai popoli di Egitto, Libia, Tunisia, Siria... Poi, d’un tratto ha smesso di accattivarsi il pubblico dell’Assemblea Generale, per ricordare - a ragione - che l’ONU è stato troppe volte pregiudizialmente ostile allo stato ebraico se è vero che l’Assemblea Generale ha approvato più risoluzioni contro Israele di tutte quelle approvate contro Corea del Nord, Iran, Myanmar, Zimbabwe e Siria. Subito dopo, il primo ministro israeliano ha avuto buon gioco a schernire il leader palestinese che lo aveva preceduto sul podio: “Il Presidente Abbas ha appena detto da questo podio che i palestinesi sono armati solo con le loro speranze e i propri sogni. Sì, speranze, sogni e i 10000 missili e razzi Grad forniti dall’Iran, senza contare il fiume di armi letali che arrivano a Gaza dal Sinai, dalla Libia...” Poi, Netanyahu ha continuato abilmente ad affastellare verità, mezze verità e omissioni esibendo un virtuosismo quasi orwelliano. Il leit motif principale del premier israeliano può sintetizzarsi così: “I Palestinesi rifiutano di negoziare con Israele”. Falso perché nei mesi scorsi Abu Mazen ha insistito più volte che l’iniziativa palestinese presso le Nazioni Unite non elimina affatto la necessità di negoziati. Non è un caso che Abu Mazen abbia incontrato a più riprese il Presidente Peres a primavera o che abbia insistito sulla necessità di trattative in numerose interviste.

Il premier palestinese ha sì ricusato gli inviti di Netanyahu ma la ragione è chiara. E ineccepibile. Nei mesi scorsi il governo israeliano ha approvato la costruzione di migliaia di alloggi negli insediamenti al di là della Linea Verde. Non ci vuole un esperto giustizia distributiva o un attento lettore del Talmud (Ketubot 93a e Baba Metzia 2a) - primo testo conosciuto sulla divisione imparziale di una proprietà - per capire che Netanyahu intende negoziare la divisione di una torta mentre continua a prendersi porzioni generose della torta stessa. Non è tanto strano che i palestinesi non siano entusiasti di questo tipo di negoziati. Del resto, su tutte le questioni principali (Gerusalemme, insediamenti, confini, …) il primo ministro israeliano ammette con candore che non ci sono margini di trattativa. Lo scorso maggio difatti, durante il discorso pronunciato al Congresso americano, Netanyahu aveva detto: “Israele non ritornerà ai confini indifendibili del 1967”. E ancora: “Mai più Gerusalemme può essere divisa. Gerusalemme deve restare la capitale unita di Israele”. E con queste precondizioni non si capisce su quali punti esattamente Netanyahu intenda negoziare. Il punto dei confini è cruciale: Netanyahu ha detto (discorso al Congresso americano nel maggio scorso) che i confini del ’67 sono indifendibili; e ha ribadito il concetto nel recente discorso all’Assemblea Generale.

Mica ci si può stupire dell’intransigenza di Netanyahu sulla questione dei confini e degli insediamenti. Basta pensare ai partiti che formano la coalizione di governo e alle loro posizioni riguardo agli insediamenti. Shas e Yahadut HaTorah HaMeukhedet (Giudaismo Unito della Torà), i due partiti degli ultraortodossi (rispettivamente sefarditi e ashkenaziti) non hanno alcun motivo per essere flessibili sulle due questioni. Almeno un quarto della popolazione israeliana nei Territori Occupati è costituito da ultraortodossi, il gruppo demografico in maggior crescita oltre la Linea Verde. Se pensate che il vostro appartamento a prezzi sovvenzionati sarà a Beitar Illit (55000 abitanti) o a Modi’in Ilit (oltre 47000) voterete il partito e la coalizione che vi promette che sarà vostro per sempre.

Yisrael Beitenu, il partito del ministro degli esteri Avigdor Lieberman, ha una piattaforma ultranazionalista che sostiene il trasferimento degli arabi israeliani al di là della Linea Verde insieme ai confratelli palestinesi e non ha mai incontrato un insediamento che non gli piacesse. Sia’at Ha’tmaut (Indipendenza), il partito di Ehud Barak, non è solito schierarsi su alcuna delle questioni al cuore dei negoziati, ma pur di restare al potere è disposto a condividere nella sostanza la posizione degli alleati di coalizione. Del resto per chi avesse dubbi sull’intimo sentire della coalizione di Netanyahu basterebbe notare che il 26 settembre scorso i presidenti di tre partiti di governo, Likud, Shas, HaBayit HaYehudi (Casa Ebraica), col sostegno di Unione Nazionale, un altro partito di estrema destra, hanno inviato una lettera al primo ministro sollecitandolo ad annettere ad Israele tutti gli insediamenti dei Territori Occupati e ad incentivare la costruzione di nuovi in risposta alla richiesta palestinese di riconoscimento all’ONU. Riesce molto difficile immaginare che con questa coalizione Netanyahu sia seriamente interessato a intavolare negoziati sui confini e sugli insediamenti, per tacere delle altre questioni (rifugiati e gestione dei luoghi sacri).

***

“Per fare la pace, ci vuole o una grande guerra o uomini di grande coraggio” ha detto recentemente il fisico e scrittore Neer Asherie. Sono d’accordo: una guerra devastatrice potrebbe sfinire israeliani e palestinesi a tal punto da persuaderli a riconciliarsi. In alternativa, uomini coraggiosi potrebbero mettere da parte calcoli di corto respiro per comportarsi da veri statisti - come fecero Begin e Sadat tra il 1977 e  il ’78 - prendendo decisioni in grado di dare una svolta a un processo agonizzante da troppi anni. Diamo per scontato che siano in pochi ad avere nostalgia della guerra e del mito della violenza rigeneratrice. Non resta che augurarsi che a Ramallah e a Gerusalemme si trovino leader coraggiosi. Ma l’ultimo episodio della saga israelo-palestinese - la richiesta di ammissione alle Nazioni Unite - ci mette di fronte a un’evidenza speriamo provvisoria: a Ramallah e a Gerusalemme di veri statisti non vi è ombra. L’unica ombra che si scorge è quella dei pigmei.

David Calef
Coordinatore di JCall - Italia

   

Share |