Israele

 

Massime dei padri del sionismo

 

Ahad Haam - La Dichiarazione Balfour

… Ma è giunta adesso l’ora di rivelare un “segreto”, perché la sua conoscenza renderà più facile al lettore capire il significato vero di quella Dichiarazione.

Aiutare alla costituzione di una Sede nazionale per il popolo ebraico in Palestina” (in inglese: “The establishment in Palestine of a national home for the jewish people”): è questa la formula della promessa dataci dal Governo inglese. Ma non è questa la formula che avevano proposto prima coloro che patrocinavano la causa sionistica. Essi volevano che dicesse: “Aiutare alla restaurazione della Palestina quale Sede nazionale del popolo ebraico” (in inglese: “The re-establishment of Palestine as the national home of the jewish people”). Allorché giunse il momento fortunato in cui venne redatta e firmata dal Governo, vi si trovò scritto, invece di quest’ultima formula, quella che abbiamo riportato sopra. Cioè si evitò di accennare al fatto che noi venivamo a restaurare nuovamente (re-establishment) la nostra vecchia Sede nazionale, e quindi, invece di dire: “alla restaurazione di una Sede nazionale” si disse “alla costituzione di una Sede nazionale in Palestina”... Ciò voleva dire che non si trattava di una mera frase che si poteva redigere in un modo o nell’altro, ma che la promessa era in realtà limitata unicamente a quella formula e non altro.

Io non credo che ci sia bisogno di un lungo discorso per spiegare la differenza che c’è fra le due formule. Se il Governo britannico avesse accettato la dizione che gli era stata proposta, cioè che la Palestina dovesse essere ricostituita quale Sede nazionale del popolo ebraico, la promessa poteva essere interpretata nel senso che quel paese, tal quale è ora con i suoi abitanti, sarebbe stato ridato al popolo ebraico in base al suo diritto storico: egli avrebbe restaurato le sue ruine, egli ne avrebbe assunto il governo, egli l’avrebbe amministrato a suo piacimento, senza curarsi della buona o della cattiva volontà della popolazione attuale. Perché questa restaurazione altro non sarebbe stato che il ripristinare un vecchio diritto degli Ebrei, per cui si veniva ad abolire il diritto degli abitanti attuali, che avevano costituito la loro sede nazionale sopra una terra altrui. Ma il Governo inglese, come affermava esplicitamente nella Dichiarazione stessa, non voleva promettere cosa che danneggiasse gli abitanti attuali di Erez Israel. Perciò aveva cambiato la formula sionistica sostituendola con una più ristretta. Il Governo ritiene, a quanto pare, che un popolo il quale viene, soltanto in base alla forza morale di un diritto storico, a costruire la sua Sede nazionale in un paese abitato attualmente da altri e non possiede né un grande esercito né una potente flotta per dimostrare il suo buon diritto, questo popolo non ha se non quello che il suo diritto gli dà veramente e giustamente, e non ciò che i conquistatori si prendono con la forza delle armi, inventando “diritti” vari per mascherare le loro azioni. Diritto storico di un popolo nei riguardi di un paese abitato da altri non vuole significare che questo: diritto di tornare a colonizzare la terra degli avi, a coltivarla e a svilupparne liberamente le energie. Se gli abitanti si lagnano per il fatto che gente straniera è venuta a succhiare le risorse del paese e a sfruttarne gli abitanti, interviene il diritto a tappar loro la bocca: no, in questo paese costoro non sono gente estranea, ma sono i nipoti degli antichi padroni, e non appena vengono ad insediarvisi, è come se vi fossero nati. E non soltanto i nuovi coloni quali cittadini singoli, ma pure tutta la collettività quale popolo, giacché essendo esso tornato in questa terra ed avendovi riportato una parte delle sue energie nazionali - uomini, averi, istituti culturali, ecc. - il paese è tornato ad essere di nuovo la sua casa nazionale, che quel popolo ha il diritto di ingrandire e di migliorare quanto più può. Però questo suo diritto storico non annulla il diritto di altri abitanti del paese, i quali ripetono il loro diritto reale derivante dall’aver abitato e coltivato quel paese da secoli. Anche per loro questa terra è la Sede nazionale attuale, nella quale essi hanno diritto di sviluppare le loro energie nazionali secondo le loro possibilità.

Stando così le cose, Erez Israel è quindi il luogo comune di popoli diversi, ciascuno dei quali procura di costruirvi la sua Sede nazionale.

…Quando il Governo britannico promise dunque di aiutare a costruire in Palestina una Sede nazionale per il popolo ebraico, anziché - come gli era stato proposto - di aiutare a ricostruire la Palestina come Sede nazionale del popolo ebraico, la promessa aveva un duplice intento: 1. riconosceva il diritto storico del popolo ebraico di costruirsi una Sede nazionale in Palestina e il Governo inglese prometteva di aiutarlo in questo; 2. toglieva a questo diritto la facoltà di annullare il diritto degli attuali abitanti e di costituire il popolo ebraico signore unico del paese.

...Questo e non più di questo è ciò che, secondo me, si può trovare nella Dichiarazione inglese, e questo e non più di questo le guide e gli scrittori debbono dire al popolo perché colla sua fantasia non veda più di quello che c’è nella realtà e quindi disperi e diffidi di ogni cosa.

…Il popolo ebraico credette che fosse giunta la fine dell’esilio e che fra poco la Palestina sarebbe diventata uno “Stato ebraico”. Anche il popolo arabo, che fin dagli inizi della nostra colonizzazione in Erez Israel fu sempre considerato da noi come non esistente, anche il popolo arabo credette che gli Ebrei venissero a spodestarlo della sua terra e a far di lui quello che volevano.Tutto ciò provocò necessariamente conflitti ed irritazioni da ambo i lati…

(Dalla prefazione a Al-parashat drahim -Il bivio - Berlino, 1921)

 

Martin Buber - Rinascita nazionale per un compito super-nazionale

… una grande sfera della realizzazione in Palestina è la questione araba… Io ne parlo guardando seriamente e chiaramente in faccia ai fatti in tutte le loro dure e crudeli difficoltà. Pur tuttavia, anzi appunto per ciò, io dico che in questo proclama si va diffondendo in mezzo a noi un’assimilazione nazionalistica.

... Ricordiamoci in che modo gli altri popoli ci hanno trattato e come ci trattano ancora dappertutto, come stranieri, come inferiori. …

... Non posso tacere una mia esperienza: è stato per me spaventoso notare in Palestina, quanto poco noi conosciamo gli uomini arabi. Io non m’illudo né mi do a intendere che oggi esista fra noi e gli arabi una concordia di interessi, oppure che essa possa facilmente crearsi. Con tutto ciò in ogni divergenza d’interessi anche la più seria, che non derivi solo dall’illusione e non derivi solo dalla politica, è possibile una politica locale comune, poiché ambedue si ama questa terra; quindi insieme essa è amata ed insieme essa è desiderata: per cui è possibile lavorare insieme per questa terra.

Molti di noi dicono: noi non vogliamo che altri padroneggino su di noi; ed io lo ripeto con loro. Ma io non debbo dover leggere continuamente fra le righe di queste parole che non vogliamo essere padroneggiati da altri, le parole: ma noi vogliamo essere padroni. Si deve dire: Noi non vogliamo che gli altri padroneggino su noi e non vogliamo padroneggiare sugli altri.

... Lo dobbiamo provare in pratica, nella politica, nella cultura, nella società e nei rapporti da uomo a uomo...

Dal discorso tenuto al XVI Congressodi Basilea - 1 Agosto 1929

 

Estratti da Letture del Risorgimento Ebraico”, trad. di Dante Lattes, Firenze 1948

Dedicati a quanti continuano a vaneggiare e a sognare una “Grande Israele” o una “Grande Palestina”, invece di cooperare seriamente e sinceramente con gli israeliani e i palestinesi per ottenere e mantenere finalmente la pace fra le due popolazioni.

 

a cura di
Sandro Natan Di Castro

   

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