Storia

 

I bambini Jenisch: rapiti dalla Pro Juventute

 di Silvana Calvo

 

Guardando indietro al secolo scorso assume grande rilievo la Shoah: un avvenimento storico talmente mostruoso che, nella sua immensità, ha oscurato altri episodi che, seppure meno cruenti, con esso hanno avuto analogie. Alcuni di questi “crimini minori” non sono avvenuti per induzione, ispirazione o imitazione del nazismo e possono venir considerati fenomeni paralleli ma indipendenti.

Come ad esempio, in Svizzera, la persecuzione degli Jenisch - una popolazione nomade presente soprattutto nei cantoni Grigioni, Ticino, San Gallo e Basilea - già a partire dal 1926. Come generalmente accade per i popoli con cultura e tradizioni orali, anche l’origine degli Jenisch presenta un afflato leggendario che si perde nella notte dei tempi. Non si è potuto stabilire se i loro antenati erano dei rom oppure se discendevano da una popolazione che, trovandosi emarginata, abbia assunto un modo di vita nomade. Tuttavia per la loro collocazione nel tessuto sociale gli Jenisch hanno allacciato legami di parentela con altre comunità nomadi (rom, sinti e manuches). Il loro numero è stimato intorno alle 35.000 persone ma di esse in tempi recenti solo circa il 10% pratica parzialmente il nomadismo. Si tratta dunque di tre o quattromila persone che, secondo i parametri applicati dalle autorità nel secolo scorso, erano considerati pericolosi asociali irrecuperabili da tenere a bada con metodi repressivi. Il fatto di essere cittadini svizzeri non li proteggeva dal disprezzo e dall’ostilità. Ad occuparsi di loro, fino agli anni ’20, erano stati i comuni e i cantoni. Dopo di allora, le autorità decisero di affrontare gli Jenisch con un organismo che potesse muoversi al di sopra e al di fuori dei comprensori territoriali. Il governo Svizzero tuttavia non volle gestire la faccenda in proprio ma ne delegò la soluzione alla “Pro Juventute”. Sì, proprio quell’ente a “favore dei giovani” noto per la vendita annuale di francobolli molto ambiti dai filatelici professionisti e dilettanti non solo svizzeri.

Nel 1926 “Pro Juventute” fondò l’“Opera bambini della strada” che rimase attiva fino al 1972. A dirigerla venne designato Alfred Siegfried. Nel luglio del 1943 egli tenne una conferenza a Zurigo nella quale espresse in modo esplicito gli scopi, i metodi e l’ideologia alla base della sua attività. Oggi possiamo trovarne il testo in rete <www.thata.net/thatabludok10.html> e leggere che gli Jenisch erano definiti “vagabondi”, “sgradevoli confederati” e “una piaga” della società. Poco importava il loro comportamento reale, ciò che contava, secondo Siegfried, era la loro appartenenza etnica:

non solo intere famiglie ma clan di diverse centinaia di individui costituendo una stretta associazione che assume atteggiamenti e modi di vita asociali e amorali e li trasmette consapevolmente e intenzionalmente anche alla propria prole […] I loro singoli membri possono sembrare abbastanza innocui, le loro trasgressioni possono limitarsi a irregolarità e infrazioni di polizia lievi. Il fatto però che essi si sostengano e si aiutino vicendevolmente conferisce loro una potenzialità pericolosa. 

Dopo aver disquisito che con gente del genere non vi era prospettiva di successo se si pretendeva di rieducare gli adulti, Siegfried enunciò come segue la sua strategia:

Chi vuole combattere con successo il vagabondaggio, deve cercare di rompere i legami del popolo nomade e, per quanto duro ciò possa sembrare, deve distruggere la comunità famigliare. Un altro modo non c’è. Se non si riesce a incentrare i singoli membri su se stessi, essi verranno presto o tardi riassorbiti dal loro clan e tutto quanto si è fatto per loro andrà perduto. È chiaro che un altro modo di vita, che solo può staccare un nomade dal suo clan, e l’adattamento ad un ambiente totalmente diverso, può essere raggiunto con successo solo coi bambini.

Insomma, i bambini, secondo lui, dovevano essere sottratti alle loro famiglie…

anzi, secondo le esperienze fatte, le prospettive di successo sono favorevoli solo quando i bambini vengono presi nei primi anni di vita, quando gli influssi negativi del loro ambiente non hanno ancora potuto arrecare loro danno.

…e di conseguenza era assolutamente necessario

escludere i pericolosi contatti con i genitori e i parenti. Perché senza questo provvedimento il lavoro rimane inutile. [poiché] i vagabondi distruggono in un’ora quanto è stato costruito in anni di lavoro educativo sui loro figli. Si tratta qui effettivamente di una questione cruciale. Se si vuole aiutare i bambini a liberarsi dal vagabondaggio, allora si deve escludere l’influsso dei genitori.

Impressionante è la parte della conferenza dedicata all’ereditarietà. Emerge qui la mentalità eugenetica presente in Europa già prima del nazismo. Referenti erano le teorie di personaggi quali Robert Ritter e Josef Jörger. L’uno, teorico dell’Igiene razziale, diventato un alto dirigente nazista al servizio di Hitler per la messa in atto della “soluzione finale” del problema degli zingari. L’altro, un medico svizzero che, con ricerche antropologiche e genealogiche su famiglie nomadi, aveva sanzionato come asociale e degenerata l’etnia Jenisch. In proposito Siegfried affermava:

[…] sono giunto alla convinzione che il patrimonio genetico di una parte dei miei protetti deve essere di cattiva qualità, in quanto con molti di loro non si ottengono buoni risultati nella lotta contro l’insincerità, la tendenza all’intrigo, l’insopportabilità, la mancanza di riguardo verso l’ambiente, l’insensibilità; e questo nonostante l’impegno e l’amore che si mette nell’opera educativa. Secondo la mia opinione più della metà dei bambini vaganti va situata tra gli anormali. […] Una grande percentuale di loro evidenzia perversità spirituali. Grande è il numero degli subdotati, dei deboli di mente e degli agitati. Non si può negare che ciò sia il riflesso dell’alcolismo e della mancanza di autocontrollo dei loro antenati.

In quegli anni, in medicina imperavano le teorie di igiene razziale e non era per nulla arduo farsi legittimare da uno psichiatra la sottrazione di un bambino alla sua famiglia. Quindi, in linea con i presupposti esposti sopra, fu possibile strappare al popolo Jenisch 600 bambini. Ad essi ne vanno aggiunti altrettanti che subirono lo stesso destino per mano di istituzioni locali che provvidero direttamente alla bisogna adeguandosi al modello della “Pro Juventute”. I bambini vennero chiusi in collegi e riformatori, addirittura in carceri e manicomi. Una parte fu affidata a famiglie contadine alle quali veniva ingiunto di farli lavorare e di correggere inflessibilmente le loro tendenze asociali degenerate. Questa direttiva si traduceva in duro sfruttamento e maltrattamenti. La liberazione spesso non arrivava neppure con l’età adulta. Se l’“Opera” riteneva il ragazzo o la ragazza non adattati socialmente, li metteva sotto tutela oppure, addirittura, provvedeva a farli recludere o internare.

I risultati furono deludenti agli occhi dell’“Opera bambini della strada”. Solo il 25% dei ragazzi raggiunse gli obiettivi, ossia il distacco dalla comunità d’origine e la sedentarizzazione. Per il 50% si trattava di casi a rischio, soggetti a ricadere nei vecchi modi di vita. Per il restante 25% si trattava di fallimenti conclamati.

Ma l’intervento sui figli degli Jenisch non fu solo “educativo” fu anche forzatura a livello di “pulizia etnica”. Diceva in proposito Alfred Siegfried nella citata conferenza:

Non trascurabile è il fatto che, in generale le misure assistenziali adottate hanno innalzato di molto l’età dei matrimoni e delle nascite, e che inoltre è stato impedito a un considerevole numero di deboli mentali di fondare famiglie e di proliferare. Questa non è una cosa secondaria, se si sa che proprio i genitori deboli mentali hanno spesso il maggior numero di figli contribuendo così a tramandare il vagabondaggio in tutta la sua mestizia.[…] I matrimoni imprudenti che sono stati evitati grazie a una attenta sorveglianza, con la conseguente diminuzione delle nascite, possono venir intesi come un successo che compensa il relativamente limitato numero di successi educativi chiari.

Nel 1961 Alfred Siegfried fu sostituito da Clara Reust, una religiosa, che diresse con zelo l’“Opera” in base ai presupposti e metodi del suo predecessore. Nel 1972, dopo una campagna stampa di denuncia, l’“Opera bambini della strada” fu abolita.

Considerato che l’azione della “Pro Juventute” si concentrò su una popolazione esigua di poche centinaia di famiglie, non è difficile comprendere che inflisse sofferenza diffusa senza risparmiare nessuno: ai bambini sequestrati, ai loro genitori, fratelli e parenti. Conseguenze psicologiche anche gravi pesano tutt’ora su parecchie vittime di allora e indirettamente anche sui loro figli. L’intervento eugenetico (impedimento di matrimoni e limitazione delle nascite, persino mediante sterilizzazioni, privazioni della libertà) incise infine pesantemente sulla comunità Jenisch che ne uscì ferita nello spirito e indebolita demograficamente.

Oggi la maggior parte degli Jenisch svizzeri sono diventati sedentari e conducono una vita non distinguibile dalla maggioranza della popolazione. Molti di loro cercano di non palesare la loro appartenenza etnica per timore di diventar vittime di pregiudizi e ostilità. Una minoranza (intorno alle tremila persone) pratica ancora il nomadismo almeno durante una parte dell’anno e svolge i mestieri tradizionali: artigiani, arrotini, riparatori di pentole e ombrelli, intagliatori, cestai, impagliatori, venditori al minuto sulla pubblica via o casa per casa. Si sono raggruppati in associazioni per promuovere le loro rivendicazioni: giusto risarcimento per la persecuzione subita, l’abolizione delle norme cantonali che ancora ostacolano il nomadismo, l’allestimento di aree di sosta attrezzate e dignitose. Le autorità hanno riconosciuto, almeno teoricamente, le colpe del passato e hanno porto le loro scuse, ma all’atto pratico manca una vera volontà politica di realizzare sul terreno una politica che renda agevole il presente e garantisca un futuro al popolo Jenisch.

Silvana Calvo

    

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