Libri

 

Il filo rosso dell’ebraicità

 di Emilio Jona

 

Sergio Parussa, che è un italianista torinese che insegna in una università americana, ha scritto un libro: Scrittura come libertà, scrittura come testimonianza - Quattro scrittori italiani e l’ebraismo - (Giorgio Pozzi editore - Ravenna 2011, ¤ 15) che è l’edizione italiana di un testo pubblicato negli USA nel 2008. Esso ha il pregio di definire preliminarmente la chiave interpretativa con cui vengono letti gli autori prescelti: Umberto Saba, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani e Primo Levi, che è quello dell’esistenza di un filo rosso che li accomuna, rappresentato da una scrittura, che l’autore chiama ebraica, in cui la storia è assunta come memoria, e la scrittura costituisce un atto di libertà e di testimonianza.

Parussa dichiara di aver scelto come guide per tale sua lettura Yosif H. Yerushalmi, Vladimir Jankélévitch, Giorgio Agamben e Stefano Levi della Torre e mutua da ciascuno di loro alcuni succhi teorici per avvalorare le sue argomentazioni e conclusioni, quali il fatto che l’ebraismo traduca la storia in memoria anziché la memoria in storia, presenti un uso attivo della memoria che mira a salvare il passato inserendolo nel flusso del tempo presente, che questa interazione, questa osservazione partecipe riveli anche il carattere etico di questo testimoniare, che benché scrittura di minoranza l’ebraismo possegga in realtà valenze universali, perché in esso è presente l’adattamento alla cultura della maggioranza, ma insieme, contraddittoriamente, anche la capacità di preservare il senso della propria diversità religiosa, culturale, e che vi sia infine nell’ebraismo una attenzione particolare e una valorizzazione delle differenze e una naturale incompatibilità con il totalitarismo, che fa invece di ogni differenza una disuguaglianza.

Ora il senso di una comune appartenenza all’ebraismo dei quattro autori citati è dato dal loro contemplare con questo sguardo ciò che resta del passato, ricomponendo le sue rovine e “la natura spezzata e dispersa dei resti” in una sorta di mutevole mosaico che lo rivivifica e lo riscatta. Anche la scrittura, secondo Parussa, con questo senso di appartenenza cambierebbe aprendosi a profondità storiche ed escatologiche.

Vediamo ora in rapida sintesi come Parussa analizza gli autori su cui ha fissato la sua analisi.

Prendiamo per cominciare Saba, che era ebreo per parte di madre, nipote di Samuel David Luzzatto, il celebre esegeta biblico detto Sciàdal. È noto che i suoi rapporti con l’ebraismo furono contradditori, egli infatti lo sentiva in sé come una sorta di malattia ereditaria in cui era presente un forte senso di colpa che avrebbe poi sparso per il mondo. Saba contrapponeva così la leggerezza, la levità greca alla gravità e al pessimismo esistenziale di cui si sentiva connotato, che attribuiva alla sua eredità ebraica. Saba viveva dunque in sé questa scissione e l’aveva anche cantata in versi famosi: “O mio cuore dal nascere in due scisso/quante pene durai per uno farne/ quante rose a nascondere un abisso”.

Saba diceva di vivere una triplice sventura, quella di essere nato italiano, triestino ed ebreo.

E solo nelle prose pubblicate nel secondo dopoguerra, anche se scritte molti anni prima, egli riserva alcune affettuose e ironiche testimonianze sugli ebrei triestini del primo novecento, mentre nel grande romanzo psicologico, che è il Canzoniere, la sua ebraicità è presente solo per queste sue percezioni di separatezza e di disagio esistenziale.

Parussa, in questa parte del libro, analizza con attenzione e finezza il rapporto tra Saba e Federico Almansi, e giustamente (e credo sia la prima volta che avvenga, dopo le anticipazione di Aldo Marcovecchio del 1985, con tante esemplificazioni e forza argomentativa) lo fa l’ispiratore principe della sua poesia nel secondo dopoguerra. Anche se, è bene aggiungere, Federico era presente nella poesia di Saba fin dal 1938 nelle splendide Tre poesie a un fanciullo ammalato, di cui Parussa ricorda che Saba ebbe a leggere nel 1945 a Roma, solo la prima con il titolo “Per un fanciullo ebreo”. Le altre due strofe, troppo personali per il loro versante omofilico, furono pubblicate solo nella mondadoriana Opera omnia di Saba (1988), nella sezione intitola Canzoniere apocrifo .

Federico era, come Saba, mezzo ebreo e l’identificazione di Saba con l’amico e l’amato giovinetto era grande, come lo era la sua angelizzazione e idealizzazione. Ma mentre concordo pienamente sull’importanza di Federico Almansi nella scrittura della vecchiaia di Saba, non vedo come si possa assumere questo rapporto, e la poesia che da quel rapporto è nata, come emblematica e significativa del rapporto di Saba con l’ebraismo, secondo quel filo rosso tra memoria, testimonianza e libertà tracciato da Parussa quale tipica connotazione ebraica di scrittura.

Lo dico considerando la poesia di Saba e la personalità di Almansi, e anche per conoscenza diretta per aver frequentato Federico in quegli anni e marginalmente anche Saba.

Federico apparteneva ad una famiglia, per parte di padre, fortemente radicata in un ebraismo laico piemontese, del tipo di quello narrato da Primo Levi in Argon, ma era scarsamente interessato all’ebraismo. Nei suoi molti scritti inediti che io conservo, come nella sua vita sventurata, che ho seguito dal 1949 alla morte, avvenuta nel 1979, non c’è traccia di interessi e di tematiche ebraiche.

Detto questo non resta che poco spazio da dedicare agli altri autori.

Anche la Ginzburg, come si sa, era mezza ebrea per parte di padre e in lei è forte, scrive Parussa, questa esitazione tra appartenenza e non appartenenza, ma a differenza di Saba, in cui la tensione tra cattolicesimo ed ebraismo era insanabile, essa cercò di trasformare questa doppia cittadinanza in un’accettabile complementarietà. La sua appartenenza ebraica è dichiaratamente fondata sulla lettura dell’ebreo come di un soggetto vulnerabile e perseguitato, vittima della storia. Ora quella della Ginzburg è stata ”una strana e buia sensazione di connivenza”. Come Saba essa conosceva poco della cultura e della religione ebraica, e marginali sono stati i personaggi ebrei nei suoi romanzi.

Ma è sulla rovina dei valori patriarcali che essa ha esercitato la sua memoria ed appartiene allo spirito etico ebraico, secondo Parussa, il suo libro più importante Lessico famigliare, che si situa tra l’autobiografia, la memoria storica e il romanzo d’invenzione, e dove “nell’inquieta piccola famiglia ebraica torinese e nel suo lessico si riflette la storia della diaspora ebraica, l’astrattezza di un popolo senza casa, la recente assimilazione alla cultura italiana, il divenire di una civiltà il cui nucleo vitale sembra aver cessato di esistere, ma che sopravvive nella memoria delle sue parole, nei suoi testi salvati dalla furia del diluvio del tempo”.

In Lessico famigliare nell’imperfezione e nell’apertura ad un tempo storico e ad una memoria attiva, a personaggi non più fittizi ma veri, con i loro nomi e cognomi, la scrittura diventa, secondo Parussa, una forma di liberazione e di testimonianza e la voce di chi non può più parlare ritorna e chiede di non essere dimenticata.

In Bassani quello che per la Ginzburg è buia connivenza diventa complicità, emozione intima fatta, soprattutto di ritualità e di famiglia e recupero di una memoria collettiva ebraica.

Buona parte dell’opera di Bassani sta nella rappresentazione della vita della comunità ebraica ferrarese, ma questo microcosmo va ben oltre quella comunità, e, come scriveva Pasolini, tutto appare dominato da una profonda nostalgia. Il realismo lirico di Bassani è dunque, così lo sintetizza Parussa, “il risultato della frattura aperta dal razzismo tra la ristrettezza della memoria della borghesia ferrarese e la grandiosità che le viene conferita dalla diaspora e dalla tragedia delle persecuzioni” e la Ferrara degli anni ’30 non è solo fatta di rimpianti e nostalgia di luoghi edenici, ma è un luogo che non c’è più e che diventa “una realtà della coscienza del presente”, “una nostalgia di futuro”.

Ne è la riprova il personaggio di Micol, che ha un appassionato sguardo sul passato, ma anche un’inquieta e vitale, anche se precaria, dimensione di presente. I diritti della storia e quelli dell’immaginazione, e quindi la storia del passato e il paradigma dell’oggi sono entrambi presenti ne Il giardino dei Finzi-Contini, ed il racconto così si fa memoria e insieme immaginario universale.

Questo elemento ibrido, questa tensione fra due condizioni diverse, questo intreccio tra letteratura e testimonianza è ancora più evidente in Primo Levi. Il suo ebraismo si pone in questa tensione vitale, ma è stata Auschwitz a fare di Levi, ebreo integrato e non credente, nonché scienziato e umanista, uno scrittore culturalmente ebreo,. Levi si definì “ un esempio tipico di ebreo di ritorno” e descrisse l’ebraismo come una salutare impurezza. E sono proprio il carattere ibrido della sua identità e della sua scrittura, la forte dimensione etica e la sua consonanza con la tradizione ad essere gli elementi connotativi della sua ebraicità.

In Levi, scrive Parussa,”la fattività e il lavoro dell’uomo sono al centro della vita umana “, il che coincide con il precetto biblico: “Quanto il Signore ha ordinato faremo e ascolteremo” (Esodo 24,7), dove è singolare questo rovesciamento apparentemente illogico, della sequenza dei due verbi, in cui l’agire etico precede l’ascolto. Così è ebraica l’interpretazione che Levi dà della vergogna del sopravvissuto al campo di sterminio, che non è comprensibile con una lettura religiosa o psicanalitica, ma è l’eco dell’angoscia atavica del tempo in cui “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Genesi 1, 2).

Certo vi sarebbe ancora molto da dire su questo libro,ma non ne abbiamo il tempo o meglio lo spazio. Osservo solo, per concludere, che la chiave interpretativa usata da Parussa funziona per Levi e Bassani, meno bene per Saba e Ginzburg.

Lessico famigliare, che è il suo libro ebraico per eccellenza, racconta sì la storia di una famiglia ebraica e antifascista, ma è anche, come notava Garboli, quella di una famiglia italiana come tutte le altre, e come tale essa è stata percepita da centinaia di migliaia di lettori. A ciò si aggiunga, e lo notava ancora Garboli acutamente, che essa si colloca anche in una relazione di affinità paradossale con due libri diversissimi, che nulla hanno a che fare con l’ebraismo, pubblicati nello stesso anno (1963), che sono La cognizione del dolore di Gadda e Rien va di Landolfi. Tutti e tre i libri infatti sono fondati su “il tema genitoriale, il piacere ironico e derisorio della parola; e la struttura ibrida, composita, mista di romanzo, saggio, divagazione, ricordo, autobiografia”.

Ma queste considerazioni non intaccano l’interesse e gli stimoli che il libro suscita e con essi il desiderio e la proposta che la comunità ebraica torinese dedichi una serata per discuterne con l’autore.

Emilio Jona

    

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